Capitolo 10 – Città di vetro

in La sottile linea rossa - Diario di un piddino di

Cominciò con un numero sbagliato, tre squilli di telefono nel cuore della notte e la voce all’apparecchio che chiedeva di qualcuno che non ero io.
“Hai sbagliato, Boschi.”, dissi con la voce impastata, scrollandomi di dosso i giornali sotto i quali mi ero addormentato. “Sono ****.”
“Oddio, scusami.”, rispose lei. E basta. Non disse nient’altro e neanche chiuse il telefono. La sua voce restò perifrasticamente sospesa all’altro capo del telefono.
“Pronto?”, dissi io. “Maria Elena, ci sei?”
“Sì.”, mormorò lei dopo un silenzio carico.
“Tutto bene?”
“No.”
Alzai gli occhi al cielo. Una conversazione a monosillabi alle tre di notte non era quello che desideravo. Eravamo in piena campagna elettorale e non facevo altro che passare da un talk show politico all’altro a scuoiarmi vivo con cinquestelle, leghisti, berlusconiani, dalemiani. Ero stanco, ero a pezzi, ero anche un po’ disilluso. Non mi allettava la prospettiva di interpretare i silenzi di qualcuno al telefono.
“Mi devo preoccupare?”
Silenzio dall’altra parte.
“Senti Mar-“
“Sei a casa?”
“Sono le 3 di notte, dove dovrei essere?”, risi.
“Solo?”
Ma cosa cazzo… “Sì, solo.”
“Sono arrivata sotto casa tua.”
Corsi ad aprire il portone, mi infilai velocemente il pantalone che avevo buttato ai piedi del letto tre ore prima e aspettai che Boschi bussasse alla porta. Quando aprii la porta mi trovai davanti una specie di zombie. Gli occhi gonfi e arrossati di chi aveva passato le ore precedenti a piangere, si tolse il cappotto e lo buttò sul divano.
“Mi spieghi che succede?”, dissi stremato.
Maria Elena si passò una mano in faccia, poi si coprì la bocca trattenendo il pianto. Non sapevo che fare. Allungai la mano per toccarle un braccio, ma la ritrassi, timoroso, quando lei alzò lo sguardo. “Lascio tutto.”, disse.
Non credevo alle mie orecchie. Mentre il rumore della camionetta dell’Ama faceva da sfondo al silenzio del mio appartamento, mi voltai di scatto dicendo “Ti va un caffè?”; fu un’uscita stupida, probabilmente, ma non sapevo che dire e mi sentivo perfettamente inutile e inadeguato. Lei mi guardò un po’ stupita, come a dire Ma hai sentito quello che ho detto?, e io l’avevo sentito, sì, ma avevo talmente poca reattività che dissi la prima idiozia che mi venne in mente solo per prendere tempo.
“Siediti”, le dissi mentre cercavo le capsule del caffè rovistando nello scaffale. Lei si tuffò sul divano e accese il televisore. Su RaiMovie stavano trasmettendo per l’ennesima volta un film di Ozon che catturò subito l’attenzione di Maria Elena. Io l’avevo trovato disturbante, ma io non sono Maria Elena Boschi.
“Non ti sei stancato?”
Di essere svegliato alle tre di notte da compagni di partito, sì, tantissimo. “Di cosa?”
“Di questa vita.”
“Beh”, dissi porgendole la tazzina, “diciamo che io non sono al centro dell’attenzione come te.”
“Perché io sono al centro dell’attenzione?”
Senti, non prendermi per il culo. “Lo sai perché.”, risposi.
“Certo che lo so. Lo so. Ma vorrei sentirmelo dire. Vorrei sentirmi dire che non va tutto bene, che questa storia della banca sta facendo crollare la mia credibilità e invece tutti a sostenermi, a dirmi che ho la fiducia di tutto il partito… Ma è vero, poi? No, che non è vero. Io non so se ce la faccio a reggere tutta questa pressione, tutto questo…”
Appoggiai la tazzina sul tavolino senza berne neanche un sorso. “Il partito si fida di te, ecco tutto. Se sta facendo bene o sta facendo male, lo sai solo tu.” Lei restò in silenzio, a braccia conserte, fissando uno schermo che probabilmente vedeva nero nonostante le immagini che scorrevano. Non l’avevo mai vista così debole, così arresa. Glielo dissi, aggiunsi che doveva rimanere quella che una volta mi spiegò con un solo sguardo su Roma cos’era l’ambizione, che non è necessariamente qualcosa di macbethiano, non è il potere fine a se stesso. Doveva restare ambiziosa. “L’importante è che l’ambizione non oscuri mai la coscienza.”, dissi. Non ero mai stato un gran filosofo e me ne accorsi da quella insulsa frase, di cui mi pentii nel momento stesso in cui la pronunciavo. Ma lei annuì.
La camionetta dell’Ama non si sentiva più, si sentivano solo le frasi del film, indistinguibili, confuse, perse nel fruscio del nostro abbraccio. Sentivo il volto umido e l’odore delle lacrime salate. Sentivo l’immaturità, in un certo senso. Sentivo il peso dei suoi errori, il loro volume che si ingrandiva ogni giorno di più, spingendo verso il baratro un centrosinistra già morente. Mi sembrò di abbracciare il mio partito, quella notte, di abbracciare una sintesi in carne ed ossa di quello che eravamo stati e che saremmo potuti essere.

La tenue luce dell’alba filtrava dalle persiane, quando Maria Elena andò via. Prima di aprire la porta, si voltò nuovamente verso di me, con un sorriso che non mi sembrò un sorriso.
“Chi cercavi, stanotte? Con quale Matteo volevi parlare?”, chiesi io.
“Lascia perdere. Sbagliare numero è stata la cosa migliore che potesse capitarmi.” Tirò un sospiro, guardando a terra. “Ci vediamo, ****”
La porta si chiuse e con essa la mia gola. Bevvi un bicchiere di acqua gelida. Mi avvicinai alla finestra e guardai fuori. Maria Elena stava attraversando la strada e il passo era veloce, deciso. Considerai ovvio che non fossi stato io a generare un cambiamento così repentino. Le crisi passano, le lacrime si asciugano, i dubbi spesso sono inutili ostacoli. Eravamo in piena campagna elettorale, lei rischiava pochissimo, ero io quello che avrebbe potuto non rivedere più Montecitorio. Aveva detto Lascio tutto, ma l’avrebbe davvero fatto? Guardandola dalla finestra mi sembrò impossibile.
Mi buttai sul letto, fissai il soffitto, inerte. Ebbi la sensazione che Maria Elena Boschi mi avesse spillato via ogni energia residua per impossessarsene. Forse ne era davvero capace. O forse ero pazzo.
Suonò la sveglia, un rumore sgradevolissimo. Ma a me sembrò una ninnananna.

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