Liberi e Uguali: malinconica delusione

in Politica/Politiche 2018 di

Fischiava un vento di rossa nostalgia, malinconia forse, voglia di Botteghe Oscure, di comizi per la strada, di masse classi e lotta di periferia. E poi quell’illusione antebologniniana, anterenziana, antirenziana che indifferentemente leniva le ferite di querce vecchie e germogli baldanzosi. Si diceva che sarebbe nata una sinistra nuova e antica, quella senza capi, quella senza padroni, doveva tornare l’epoca del ”tutti per tutti”, delle capacità e dei bisogni, doveva venir baffone: e invece è arrivato Grasso, con il suo arcaico sorriso sui manifesti e lo sguardo benevolo del padre confessore.

Uomo stimabilissimo e onoratissimo, un Cristo pantocratore nella bolgia della Sinistra italica, l’unico leader possibile e il più compromesso. Certamente, il più compromesso, complice della fiducia sul job act e sulla legge elettorale, solo tardi avversario, solo tardi ribelle, quando ogni gioco era finito e ogni questione era chiusa. Il popolo della sinistra si trova dinnanzi una guida politicamente imberbe che già si cimenta nella prova generale di renzismo, ricorrendo ad agghiaccianti “decido io”, un leader che già si candida a fare il capo, ma non il capo energico e carismatico, il capo fantoccio, il prestanome, l’ultima scialuppa per una schiera di naufraghi.

E’ l’eterna legge del contrappasso: il presidente del senato che accettò la fiducia sul job act ora firma un contratto a tempo determinato destinato a interrompersi, senza diritto di reintegro, dopo il quattro marzo. Del resto Liberi e Uguali non è un partito e mai potrebbe esserlo, se lo avesse voluto sarebbe nato dopo lo scioglimento di Sel, a costituire un progetto politico serio e alternativo, se lo avesse voluto si sarebbe radicato nel territorio, avrebbe creato circoli, segreterie. Ma non ha voluto: Liberi e Uguali ha scelto di rimanere un mostro tricefalo, la patria dei rancorosi, degli ambiziosi. Già li vedi sorgere, qua e là, dispersi, i volti dei resuscitati e dei redivivi, le ombre dei rottamati e dei rinnegati, aspiranti signorotti di campagna che sfruttano e ingannano il lavoro di tanti seri militanti. Può persino capitare, nel profondo Nord dove la Lega ottiene facili trionfi, che la candidatura all’uninominale diventi un’occasione per farsi pubblicità, magari recapitando casa per casa, strada per strada, famiglia per famiglia, foto e santini del candidato, spalmando la sua faccia e il suo nome in ogni muro, risvegliando clientele, personalizzando, individualizzando.

E’ l’arroganza del “metterci la faccia” che tanto percorre gli odierni tempi con l’effetto paradossale che l’unico partito senza volti e nomi sui manifesti è rimasto il PD, o come lo chiamano a sinistra il PdR (partito di Renzi). Liberi e uguali già si sfalda intanto sotto il peso dei suoi malumori e delle sue lotte interne: il primato di MdP, le liste imposte dall’alto, l’abuso delle pluricandidature, la messe di paracadutati che da nord a sud tolgono posti ai segretari locali e agli attivisti: Bersani in Veneto, Epifani in Sicilia, Speranza a Firenze, è un fenomeno che non stupisce nella palude della politica italiana ma che non avrebbe dovuto coinvolgere, per lo meno, quei partiti che avevano giurato il ritorno alla democrazia e alla partecipazione.

I più duri screzi tra i nomi forti di LeU non sono dunque che i vapori di un vastissimo magma sotterraneo e silenzioso che nei territori divide i partiti e solleva rancori, disillusioni, asti antichi, a partire dalle anime più intransigenti di Sinistra Italiana che rimpiangono ancora i fasti dell’apoptotica SEL fino agli insoddisfatti che attendono la sconfitta di Renzi per tornare trionfanti alla Ditta. L’esperienza di Liberi e Uguali sembra perciò destinata a diventare il definitivo requiem della sinistra italiana avendo divelto e spezzato i (pochi) germogli che stavano piano nascendo: altro che rossa primavera, un triste autunno amaranto. Non esser stata capace di lottare con unità e forza contro il Job Act, contro la Buona Scuola, contro l’arroganza del Pd renziano: questa è la colpa e la responsabilità di una friabile sinistra.

Coinvolti, coinvolti, non assolti, colpevoli di aver lasciato alla Lega le campagne, a Casapound le periferie, al M5S le fabbriche, eredi indegni della propria storia. E’ un dramma non più politico ma sociale, non più partitico ma nazionale, è la viltà di chi non ha avuto la coscienza di abbandonare i contrasti di potere per combattere al fianco dei lavoratori e delle lavoratrici, degli ultimi e degli umili, di chi non ha saputo trovare un’identità e un’unità, di chi, in fin dei conti, non ci ha creduto del tutto.

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