La nostra chiacchierata con Bersani

in Politica/Politiche 2018 di

Non è uomo da scelte machiavelliche il compagno Bersani: nei suoi gesti, nella sua voce, nel tiepido accento emiliano senti il callo dell’operaio e la fatica del contadino. E così, quando capita (ed è capitato!) che qualche eminente candidato di LeU definisca la scelta di Grasso “una strategia machiavellica” o risponda con un bonario “eh i voti…”, certi si può stare che Bersani sia in buona fede, o che non ci abbia pensato, o che non sia stato avvisato. Pierluigi Bersani è il Catone Uticense del secolo XXI: anch’egli saldo nei suoi valori, anch’egli politicamente suicida.

E a Pierluigi Bersani abbiamo portato dunque anche i nostri dubbi: perché mai questo Grasso? Perché il suo nome sul simbolo? Perché il suo sorriso sui manifesti? Perché quel triste “decido io”? E perché la sinistra divisa, friabile come sabbia compattata? Perché non un partito? Quali attese, quali speranze, quali paure? Sorride e risponde pacato. È sincero, vellutato, veritiero. “Siamo meno di un partito e più di un movimento, e secondo me diventeremo partito.” E fino a qui ci siamo: a LeU è mancato solo il tempo per farsi partito, da MdP ce lo ripetono tutti, e lo accenna anche qualcuno da Sinistra Italiana, forse un po’ meno convinto, forse un po’ più scettico. Ma c’è un “A meno che…”, Bersani lo precisa, “A meno che non si perda malamente”.  E su questo sono d’accordo tutti i candidati che abbiamo interpellato, “Se va male liberi tutti” ci dice un esponente di SI. Quindi Liberi e Uguali, ma soprattutto Liberi.

E a questo punto sorgerebbero almeno due domande: primo, a che punto il progetto potrà dirsi fallito? Basterà un 3% per non dichiarare l’esperienza “andata male”? Secondo, che partito dovrà nascere dopo il 4 marzo? Su questo Bersani è più chiaro “Si dovrà eleggere un segretario che probabilmente non sarà Grasso ma questi continuerà ad avere un ruolo di primo piano.” E l’intatta figura di Grasso, ammette l’ex segretario del PD, ha un positivo potere aggregante nei confronti di movimenti e associazioni sociali, entità estranee alla politica ma utili a fornire un blando appoggio, un pur tenue consenso: del resto l’avevamo scritto, il leader di LeU è un paciere, un Cristo Pantocratore. Quel Grasso che dice “decido io”?  “È stata una battuta infelice”.

Il Grasso del nome sul simbolo? Eccolo emergere allora, integro e puro Bersani, oltre la diplomazia e le ragioni di partito: ci spiega che lui quel nome non l’avrebbe voluto, per un fatto di cultura politica, per una questione ideale, ma che quel nome è essenziale per un’entità appena nata, per un movimento ancora sconosciuto. “E quando abbiamo proposto il nome di Grasso nessuno si è opposto, le polemiche sono arrivate dopo”: ce lo dice tra il malinconico e lo stizzito e noi non abbiamo il coraggio di fargli quell’ultima domanda: “Ritornerebbe mai in una Ditta derenzizzata?” il secco rifiuto arriva da Davide Zoggia che al PD dice “mai più”. Questo è ciò che ha risposto Bersani, parola per parola, verso per verso.

Poi c’è tutto ciò che si coglie nel parlare faccia a faccia con un uomo vero: un velo sottile di disillusione, un tenue sfondo di pessimismo, l’amara e ironica accettazione di una sinistra balbettante, costretta a elemosinare il consenso di piccole associazioni e circoli di benpensanti. Ma ciò che non è detto non fa testo. Fa testo però il “probabilmente diventeremo partito”, che in una scala di realtà è meno certo del “Vinceremo le elezioni” del 2013 e del “Prodi sarà presidente della repubblica”.  Ma quel probabilmente, lo si precisi, non dipende da Bersani: del resto come può stare sereno e sicuro chi le ha prese da Renzi e da Pisapia, chi fu tradito da 101 franchi tiratori, chi di certa ha solo la propria virtù.

Lo abbiamo detto e lo ripetiamo, la sinistra italiana non ci ha creduto del tutto, ma dopotutto, è ancora possibile crederci del tutto?

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