Il voto cattolico val bene una messa

in Politica/Politiche 2018 di

È noto che Matteo Salvini non riconosce l’autorità di Papa Francesco; lo stesso, pochi giorni fa, con aplomb da profeta biblico, ha giurato (!) da presidente del consiglio (!) sulla Costituzione e sul Vangelo (!), pronto a servire il suo popolo eletto di 60 milioni (e il famoso mezzo milione di clandestini?). A parte la tracotanza e la follia del gesto, è assurda l’incoerenza di un capo politico che non riconosce i vertici ecclesiastici, si ostina a professarsi cristiano e tenta di accattivarsi l’elettorato cattolico disorientato; ma c’è la percezione che la Chiesa abbia poco coraggio nel condannare con decisione certe affermazioni e certi atteggiamenti.

La storia della prima Repubblica è stata segnata dall’appoggio più o meno ufficiale della Chiesa cattolica nei confronti della Democrazia Cristiana. Un tempo per un cattolico era obbligo di obbedienza votare DC, anche quando questa non agiva “cattolicamente”. Nel 1957 Don Lorenzo Milani scriveva in Esperienze Pastorali (EP) di come i parroci si preoccupassero di raccomandare il voto per le sue conseguenze esteriori (avere un sedicente governo cattolico) piuttosto che per le sue conseguenze interiori (fare in modo da comportarsi, mentre si vota, da cattolici); e certo questo rovescio dei ruoli ha portato una parte del popolo cattolico a sentirsi, nella sua falsa coscienza, beato del definirsi “cristiano”, ma poco interessato alla verità della fede. Premetteva: “In fatto di sacramenti non abbiamo osato affondare il bisturi nel nostro popolo, ridurre per esempio il numero dei cristiani alla Messa col pretendere da loro un atteggiamento deciso e coerente. […] Ma allora bisogna stare alle conseguenze di questa scelta: una chiesa dove c’è un po’ di tutto: atei e cattolici a ascoltare il nostro vangelo”. Oggi come allora c’è il rischio che chi partecipa alla vita parrocchiale sia ateo; e, forse per scrupolo, un parroco non vuole allontanare buona parte dei praticanti, anche perché non spetta a un uomo giudicare sulla bontà delle intenzioni.

In un popolo di “atei e cattolici” era facile che anche le organizzazioni cattoliche agissero con questa mescolanza di fattori. L’obbedienza alla DC era chiesta come voto interiore, ma questa ricerca dell’efficacia terrena attirava sul clero il giudizio della frase “fa politica”. “Se invece avessimo riservato la nostra preoccupazione politica al problema interiore del voto distinto e avessimo ammaestrato il popolo in questo senso, si sarebbe detto di noi: «fa scuola»”(EP); la preoccupazione esteriore di ottenere voti per un determinato partito ha in qualche modo compromesso l’autorevolezza della curia.

Don Lorenzo Milani

Oggi, inutile dirlo, i cattolici italiani votano spesso a destra, in parziale continuità con la DC. Scelta dignitosissima, se non fosse che l’attuale destra italiana, che si professa disingenuamente cristiana, non è appoggiata dall’autorità ecclesiastica; e che non pare neanche una roccaforte del cristianesimo e del vangelo. Questa gente parla di solidarietà, di ultimi, di cristianesimo, ma attraverso una palese dissociazione mentale tra significante e significato.

Quando Mario Landriscina, sindaco di Como, durante lo scorso sbrilluccicante periodo di compere natalizie, firmò un’ordinanza per ripristinare ‘la tutela della vivibilità e il decoro del centro urbano’ (vietare l’accattonaggio e il bivacco dei senzatetto nel centro storico, persino la somministrazione di latte caldo e cibo da parte dei volontari), la Caritas denunciò la situazione. Assurda e grottesca, la motivazione ufficiale era di non turbare le compere delle quasi due milioni di presenze nel centro storico per il periodo festivo. Il completo stravolgimento della festa religiosa avrebbe richiesto un intervento massiccio, forse già tardivo, da parte dell’autorità ecclesiastica. Le critiche arrivarono, ma pacate; e dico pacate perché nella “cattolica” Lombardia un sollevamento popolare avrebbe portato il sindaco alle dimissioni.

Il “difensore della razza bianca” Attilio Fontana

Quando a gennaio 2018 il candidato presidente della Lombardia Attilio Fontana, il “leghista moderato”, affermava: “Dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate” e liquidava la stortura della parola “razza” come lapsus, un pacato cardinale Gualtiero Bassetti, a capo della CEI, condannò le parole del candidato, e parlò del “peccato” di chi alimenta le paure. Tuttavia pochi giorni dopo il candidato poteva affermare di essere salito nei sondaggio, sempre nella cattolica Lombardia; perché, ovvio, i vertici della Lega Nord non si erano sentiti chiamati in causa dalle parole di Bassetti: sono gli irregolari a produrre paure incontrollate.

E infatti un paio di settimane fa un militante leghista poco convinto, ma convinto fascista, compiva un attentato terroristico a Macerata. Ancora, la responsabilità morale era, per Matteo Salvini, di chi introduce i clandestini e alimenta così la paura. Curiosamente la stessa cosa che si diceva all’indomani del Putsch di Monaco: è la repubblica di Weimar debole e democratica a produrre i tentati colpi di Stato.

Pare a molti che il clero, soprattutto nelle sue ramificazioni più locali, abbia paura a parlare di politica; non parlo della politica come fatto esteriore, ma dell’importanza della politica “per le sue conseguenze interiori”; di “fare scuola”. Giustamente la Chiesa non intrattiene più rapporti personali con nessun partito, e quindi non si interessa di condannare (come faceva coi comunisti) movimenti più o meno anticristiani. Di sicuro questi politici si credono cattolici; ma non possono esistere due cattolicesimi diversi, se cattolico significa “universale”. Piuttosto esistono l’infallibilità del papa e gli eretici (in termini tecnici).

Tra definirsi cristiani ed essere cristiani, almeno così i cattolici mi hanno insegnato, passa un bel po’ di rinuncia ai riti come rituali, alla religione come legittimazione della propria identità, alla sicurezza della nostra piccola vita borghese. La religione altrimenti si trasforma in bigotteria, la fede in rito. Amare il prossimo, compiere tutti i nostri obblighi nei confronti dell’altrui persona, è un dovere pesante e una dolorosa mortificazione dell’amore di sé. È più comodo fare acquisti senza vedere un mendicante, piuttosto che imbattersi in Cristo e aiutarlo; il mendicante non è più un prossimo né una persona; è sparito. Nascondere la povertà e il disagio durante il periodo più consumistico dell’anno, partecipare di un’area politica che si professa cristiana, giurare sul vangelo, segnano la gravità dell’attuale strumentalizzazione dell’elemento religioso nella politica italiana.

A seguito del giuramento “sacro” con rosario e vangelo, l’arcivescovo di Milano ha invitato Salvini a “parlare di politica”; e quasi si leggeva in questo invito non anche una condanna, ma solo una distinzione di piani. Purtroppo o per fortuna “l’eretico Salvini” può permettersi di pronunciare bellamente frasi della Bibbia e stravolgere il loro significato senza subire processo; e, parlando con i “catto-leghisti” che conosco, ho appreso la loro tendenza a valorizzare il “buonsenso” fornito dal Signore (parola d’ordine del credo politico leghista) e a rinchiudere la fede nel breve spazio della necessità di salvezza personale: la preghiera e la fede non influiscono sul mondo e sul pensiero. Sempre meglio dei cosiddetti atei cristiani, come Oriana Fallaci, che riconoscono l’autorità dei valori religiosi solo per difendere la propria identità storica in opposizione a una presunta minaccia islamica: interpretare la fede come mera identità è attuare la più feroce trasvalutazione della sapienza cristiana.

Certo il compito della Chiesa non è confutare e condannare tutto il dì gli eventi anticristiani; e neanche parlare di politica. La verità della fede cristiana dovrebbe essere fonte dell’azione per ogni fedele, e quella viene predicata dal sacerdote a prescindere dall’effettiva situazione politica e sociale; tra i compiti del prete non è compresa la partecipazione alla tribuna elettorale; ma, di fronte al fraintendimento seriale, incessante, bombardante di questa verità del cristianesimo, la voce della Chiesa pare docile, si fa sentire, ma flebile.

Questo perché nell’odierna Italia “cattolica” non è indicato che il clero parli con disarmante franchezza. Non sta bene disturbare quella platea di atei misti a cattolici che ascoltano il vangelo. Forse scapperebbero via, forse taccerebbero la curia di essere partigiana, forse direbbero che non sono d’accordo. La Chiesa sarebbe attaccata da entrambi i fronti: dalla destra, direttamente colpita; dalla sinistra, che invocherebbe la laicità dello stato temendo di perdere il suo mordente elettorale (felice la frase del comunista “per noi è finita, anche i preti ci danno ragione!”, dove il primo noi è “i comunisti” e il secondo “gli operai”, EP).

Forse “i préti”, come si dice con disprezzo nella mia città natale, hanno timore di perdere gli ultimi “fedeli”; forse di rimanere soli. Forse anche i préti sono leghisti. Forse si sono arresi, perché già sono poco ascoltati loro, figuriamoci i vertici curiali; e forse le condanne i parroci le pronunciano, ma spesso nelle sagrestie, nelle riunioni tra pochi, nelle chiacchierate per le strade deserte, a bassa voce; ma se neanche la Chiesa trova il coraggio di parlare ad alta voce e sconfessare il falso, chi può farlo?

1 Comment

  1. Salvini che giura sul Vangelo è semplicemente blasfemo.
    E’ più indecente il luccichio consumistico dei mercati “natalizi” che chiedere l’elemosina: Gesù dal tempio cacciò i mercanti, non i mendicanti.
    Il buon Salvini dovrebbe leggere il Vangelo e la Costituzione anziché giurarvici; dovrebbe pure leggere il Corano per provare a capire (provare!)

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