Quel che resta di un sogno

in Politiche 2018 di

È vero, servirsi delle introduzioni semplicistiche – e non di interi capitoli manzoniani – per delineare il profilo dei personaggi più complessi, può rivelarsi fuorviante, soprattutto quando la necessità del comprendere non è vincolata dalla sola e semplice curiosità, ma anche da una scelta importante, in questo caso politica. Ed Emma Bonino è una delle personalità politiche che, alla vigilia delle elezioni, meno si presterebbe al trafiletto biografico in “terza di copertina”. Tuttavia, sarebbe altrettanto superficiale non attingere dalla sua storia politica e personale, utile per estrapolare un’importante chiave di comprensione del ruolo della leader radicale all’interno della complicata matassa elettorale.

Radicale di ferro prima che europeista, la figura polarizzante di Emma Bonino è indissolubilmente legata all’evoluzione sociale del nostro Paese. Le sue emblematiche battaglie progressiste – più o meno condivisibili su contenuti e modalità, ma di oggettiva rilevanza – hanno fatto sì che diventasse uno dei punti di riferimento di quella nascente cultura progressista e post-materialista che – sin dai primi anni Settanta – si proponeva di demolire un intero sistema di tabù di matrice cattolica. La dimensione sempre più transnazionale del movimento – inoltre – ha collocato i Radicali – ed in particolare la corrente boniniana – su posizioni favorevoli all’europeismo ed all’integrazione europea, in armonia con i principi liberali, liberisti e libertari degli stessi.

Tralasciando i successivi tumulti tra pannelliani ed – appunto – boniniani all’interno del partito, causati da divergenze di vedute ed obiettivi, è importante sottolineare la caratteristica peculiare che contraddistingue il radicalismo: essere progressisti significa avere una visione di società proiettata nel futuro prossimo, con un occhio di riguardo per le dinamiche del presente; esserlo in maniera “radicale” significa essere proiettati in un futuro più lontano, talvolta trascurando in maniera significativa il presente stesso. Non siamo nella sfera dell’utopia, ma neanche in quella della “realpolitik”: la lungimiranza può quindi rivelarsi una rischiosa arma a doppio taglio.

Ecco perchè in un contesto di forte malcontento dell’elettorato nei confronti delle istituzioni europee – legato anche e soprattutto alla gestione del fenomeno migratorio – una campagna elettorale costruita attorno all’obiettivo del federalismo europeo ed all’integrazione, ed un nome – “+ Europa” – che pare essere più una dichiarazione di intenti, stridono con gli slogan delle destre sociali, ultra-sovraniste e xenofobe. Il fallimento del progetto-Europa è l’ennesimo tabù che Emma Bonino è chiamata a sdoganare, proponendo nel suo programma – non a caso – una visione più democratica ed “umana” dell’intero sistema.

Oltre al contesto sociale, anche il contesto istituzionale si presenta in maniera tutt’altro che limpida. Nonostante i numerosi punti di convergenza formalizzati con gli accordi del Nazareno, la reciproca diffidenza con il Partito Democratico di Renzi è palese. La soglia del 3% cui è data in costante avvicinamento la lista radical-europeista è vista con particolare apprensione dallo stato maggiore dei “dem”: il superamento del suddetto quorum apporterebbe alla lista dell’esponente radicale una ventina di parlamentari in più di quelli pattuiti. Lo spicchio di rappresentanza del PD – già sicuramente ridimensionato dai consensi – risulterebbe quindi ulteriormente rosicchiato dagli stessi compagni di coalizione.

Nel clima di tensione politico-sociale che favorisce le scelte di pancia, la proposta di Emma Bonino è coraggiosa: un programma che guarda al futuro e che fornisce risposte tutt’altro che immediate ai problemi del presente. A metà strada tra utopia e realtà, “+Europa” si pone come ulteriore argine all’euroscetticismo, con l’impegnativa sfida di dover dimostrare – ancora una volta – concretezza nella lungimiranza.

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