I nuovi orizzonti della politica

in Opinioni/Politiche 2018 di

Vi ricordate tutti di New Horizons? La sonda spaziale targata NASA che ci ha regalato quelle foto mozzafiato di Plutone? L’ultima foto scattata è invece l’immagine scattata dalla maggiore distanza dalla Terra: 6.12 miliardi di chilometri, quasi 41 volte la distanza Terra-Sole.  Si guarda al futuro, si guarda al domani, si cercano nuovi orizzonti.

Ma lasciamo a fantasticare il piccolo astronauta che è in noi. Torniamo nel presente, al 3 marzo 2018: il giorno prima delle elezioni. A 70 anni dal primo voto sono cambiate molte cose, a partire dal sistema politico (i partiti e la legge elettorale) fino allo scenario globale dove l’Italia è immersa. Nel 1948 il Bel Paese viveva anche un periodo di rinnovamento: le ceneri della Seconda Guerra Mondiale venivano portate via dal vento mentre gli italiani e le italiane ricostruivano il proprio paese. C’era voglia di cambiare. Di andare avanti, guardando indietro soltanto per vedere cosa si era lasciato, perché non tornasse mai più.

Oggi non si guarda più indietro. Il passato è un vecchio libro di storia sullo scaffale del nonno: ci ricordiamo le belle uniformi e le armi che avevano colto il nostro occhio quando avevamo pochi anni, ma non ricordiamo niente di quello che è successo. L’Italia non ha fatto i conti con il passato, o meglio, non ha fatto i conti con il fascismo, al punto che a partiti di estrema destra dichiaratamente revisionisti nei confronti del ventennio è permesso di correre alle elezioni. Ve li trovate sulla scheda elettorale, accanto a tutti gli altri.

I rigurgiti di fascismo non si limitano alle forze politiche in campo, ma includono l’elettorato stesso. Un elettorato ormai saturo di odio e ignoranza, stroncato dalla crisi, a cui viene dato in pasto dalla stampa moderna e dai demagoghi xenofobi un mix di allarmismo e di soluzioni. Il risultato è il primo attentato terroristico in Italia del terzo millennio: è il fascista Luca Traini a scaricare un caricatore sui migranti di Macerata, non un terrorista di daesh.

E in questa campagna elettorale dove la politica non è riuscita a fare politica, la xenofobia e il razzismo stanno diventando soluzioni e si sono ritagliate il loro posto nella società. Il leader, il partito e i candidati sono stati messi di fronte al bene del cittadino, hanno calpestato le sue paure e insicurezze e sono finiti a fare una politica che è solo far carriera.

La casa del centrosinistra è ormai sconsacrata, o meglio, consacrata alla Democrazia Cristiana di De Gasperi – Renzi, il moderato fra gli estremisti, quello che “bisogna turarsi il naso e votare PD”. Un Partito Democratico che non riesce a far sognare i suoi elettori, a cui chiede nient’altro che un voto utile.

Poi la cosiddetta “sinistra radicale” di D’Alema, Grasso, Bersani, Civati, Fratoianni, Boldrini, Speranza, Rossi: non puoi non citarli tutti, tanto diversi sono tra di loro. Liberi e Uguali di Civati non è Liberi e Uguali di Grasso, come non è quello della Boldrini o di Speranza. Una formazione nata divisa, costretta dalla competizione interna e diseguale nei pesi. Una brutta copia del Labour di Corbyn, che fallisce nel momento in cui non vede le differenze tra un’Italia rimandata indietro ai tempi del fascismo e un Regno Unito messo in ginocchio dalle politiche di austerity.

Lo stalinismo ormai dovrebbe essere sepolto dal peso dei suoi morti, delle sue purghe e della sua deriva antirivoluzionaria. Eppure sopravvive in chi – giovani e non – sceglie il Partito Comunista di Rizzo. Una formazione immemore della tradizione comunista italiana, che offriva ai suoi elettori un sogno di una società – prima di tutto – realmente democratica, dimenticata oggi da chi si professa violento per necessità. Ma dove c’è violenza muore la democrazia.

Quello che offre Potere al Popolo rimane pura utopia, ma se non altro in grado di farci sognare: sarebbe bello se raggiungessero il 3%, anche solo per vedere che fine farebbe il movimentismo all’italiana. La ricetta sperimentata rimane l’unica possibile per una sinistra che guarda a chi soffre: la partecipazione dal basso, candidati del territorio, umanità prima che tecnicismo.

Il pantano della politica italiana ha trangugiato i sogni e le speranze di molti di noi. Eppure gli italiani devono credere nel cambiamento, nella possibilità che il futuro ci riservi qualcosa di diverso, che può partire solo da noi. Rimanere immobili mentre la tempesta ci infuria attorno non è prudenza, è suicidio politico. Vuol dire abbandonare ogni speranza, vuol dire lasciare il Paese in balia di sé stesso.

Un giorno finiranno i tempi delle promesse elettorali, nasceranno i tempi delle testimonianze e degli appelli, dove ciò che si vive, le esperienze, saranno più importanti di ciò che si è.

Ancora il piccolo astronauta fa capolino: quello che guarda all’ignoto con la volontà di esplorare e di trovare un futuro migliore. La sonda che si muove verso mondi sconosciuti, sola, nello spazio profondo, senza possibilità di fermarsi o di guardare al passato, se non per scattare una foto del piccolo puntino blu lontano. Dopo il 4 marzo, qualunque sia il risultato raggiunto, la sinistra dovrà scattare una foto a sé stessa e decidere se fermarsi nel vuoto di questa politica o proseguire verso un mondo nuovo, verso nuovi orizzonti.

 

Se scavi in profondità, se arrivi davvero in fondo, se provi ad ascoltare anche solo con un orecchio, tutti hanno qualcosa da dire. Forse anche io.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*