Capitolo 11 – Neanche gli dèi

in La sottile linea rossa - Diario di un piddino di

“Inutile!”, esclamò con asprezza un mio compagno di partito. “Non ho ottenuto niente.” Aveva un’espressione imbronciata che s’intonava con gli occhi infossati e il lungo mento un po’ asimmetrico. L’espressione imbronciata era presente anche nei suoi momenti migliori, e quello non era uno dei suoi momenti migliori. Il PD aveva perso le elezioni, si era quasi fatto raggiungere dalla Lega di Matteo Salvini e al Nazareno c’era un’aria da funerale. “Tu ce l’hai fatta?”, mi domandò. Ce l’avevo fatta, per un niente. Avevo il mio posto in quel marasma che sarebbe stato il parlamento da quel momento in avanti. “Non credo.”, mentii. Non me la sentivo di peggiorare il suo stato psicologico, visto che lui era un veterano e io ero un giovane alla seconda fortunosa legislatura. Mi mise una mano sulla spalla per consolarmi. Avrei voluto abbracciarlo, dirgli che non era colpa sua, ma scivolò via mestamente trascinando i passi in un corridoio talmente silenzioso da farli risuonare.
Dovrebbero fare un corso, nel Partito Democratico. Un corso di formazione che aiuti a gestire l’angoscia del dopo risultati elettorali. Che aiuti a trovare le parole giuste, al posto di quella analisi della sconfitta con cui veniamo presi in giro da anni, al posto di quel sono exit poll, attendiamo i risultati definitivi che suona proprio come un Che volete che vi dica? Che abbiamo fatto schifo? Almeno abbiate la decenza di farci piangere tra di noi, prima.
Spalle al muro e piedi incrociati, cercavo di nascondere il disagio scrollando con il dito lo schermo del cellulare collegato al sito di Repubblica, quando mi passò davanti Debora Serracchiani. Lei non mi vide o fece finta di non vedermi. “Debora”, la chiamai. “Hei ****, ciao”, mi rispose, “tra mezz’ora parla il segretario.”, mi avvisò. “Ah, mi dimetto dalla segreteria.”, aggiunse. E corse via.
Il segretario parlò. A dire il vero non molto, in genere era più prolisso. Non ricordo con esattezza cosa disse, ricordo solo la sensazione che mi diede ascoltarlo: di essere in una bolla; vedevo male, appannato e sentivo altrettanto male, mi sembrò di non essere nella realtà ma in uno strano mondo in cui, no, la Lega non era il primo partito del centrodestra e no, non avevano stravinto i Cinquestelle. Sentir parlare ancora del Referendum costituzionale o del fatto che lasciavamo un paese in ripresa mi diede un senso di nausea. Uscii dalla stanza, cercai un distributore automatico, avevo sete. Non avevo mai avuto quella sete. Mi muovevo in bilico, nella costante possibilità di ritrovarmi a terra svenuto da un momento all’altro. Era il 5 marzo, a Roma soffiava un libeccio umido e tiepido e alla sede del partito i riscaldamenti erano al massimo. Vidi i miei compagni vagare come anime perdute in un girone infernale: Giachetti sommerso da un fiume bollente, Boschi con ai piedi delle pesantissime scarpe di piombo e poi Speranza e Bersani immersi in un lago ghiacciato, i volti lividi. Guardai terrorizzato i vincitori che con sorrisi beffardi mi salutavano dai lati del corridoio: “Piddino, sei solo un piddino”, mi diceva Di Maio con quel sorrisetto irritante; “Ladro, amico dei banchieri.”, aggiungeva Salvini con un giubbino smanicato e le infradito ai piedi. Sudavo freddo, sentivo che la mia testa sarebbe esplosa di lì a poco e pezzetti del mio brillante cervello avrebbero addobbato le vuote pareti dei corridoi del Nazareno, in macabra memoria di quella epocale sconfitta.
Mi svegliai schiaffeggiato dalla mano pesante di uno che parlava con l’accento bolognese. Aprii gli occhi e la prima cosa che vidi fu Maria Elena Boschi che mi porgeva un bicchiere d’acqua mentre con l’altra mano si reggeva una ciocca di capelli. Le controllai le scarpe, assicurandomi che non fossero di piombo come nel contrappasso della mia allucinazione. Non aveva neanche messo i tacchi, avevamo proprio perso.  “Oh finalmente, ****, ti sembra il momento di svenire?”, disse il possessore dell’accento bolognese. Mi voltai, era Casini. Bevvi l’acqua, mi rialzai. Mi sistemai la camicia sgualcita. I loro occhi su di me, due anime dello stesso partito che mi fissavano. Era quello, il Partito Democratico? Erano loro? O ero io, con i miei attacchi di panico?

“Stai meglio?”, mi chiese il segretario quando mi incontrò all’ingresso. “Mi hanno detto che ti sei sentito poco bene…”
“Grazie, sto meglio.”
“Non morire, che ci servi pe’ fa’ numero”, scherzò scappando via.
Sorrisi, amaro. “Matteo”, lo chiamai. Lui si voltò. “Ma che succede adesso?”, gli domandai.
Lui allargò le braccia, alzando le spalle.
Ecco cos’era il Partito Democratico, quindi. Un grande boh.

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