Processo alla Sinistra

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Il processo alla sinistra italiana non contempla né alibi né attenuanti, non concede diritto alla legittima difesa, né discolpe né argomentazioni: la sola infermità mentale, diffusa, totale, è forse rimasta a ridurre la pena. Perse le periferie, le campagne, le fabbriche e i rossi baluardi indifesi, rocche abbandonate da anni, lasciate ai randagi e alle sterpi, nuovi feudi di spregiudicati capitani di ventura. Spoleto e Sesto San Giovanni stendono tappeti ad Alberto da Giussano, alle porte di Pomigliano e Pesaro si alzano intanto le palme al capocomico e alla sua masnada. La sinistra perdente e umiliata giace sotto imputazione e, chiusa nei locali benpensanti, s’insuperbisce e s’impingua, satolla, borghese.

Eppur rimane, apolide e orfano, il pietoso silenzio degli ultimi: ultimi senza discorsi, parole, voci, ultimi senza una sinistra madre, o umile sorella. L’unico partito che proponeva la riduzione dell’orario di lavoro, la reintroduzione dell’articolo 18, la ridistribuzione della ricchezza, l’uguaglianza, la dignità, i diritti marcisce nel gruppo misto al 3%. Ma se il problema permane e la sinistra perisce può sorgere forse il dubbio che quegli ultimi non abbiano parlato, può sorgere la fioca ipotesi che chi più vede calpestati i propri diritti non abbia avuto il modo, il mezzo, il permesso di reclamarli. L’asperità del tema ci rende equilibristi sulla fune degli slogan e dei dati, ci spinge al parlar chiaro, al ragionar logico. Poniamo come primo assunto i dati ISTAT sulla povertà in Italia e sull’immigrazione: gli extracomunitari in Italia, non aventi la cittadinanza italiana, sono ad oggi circa 3,5 milioni e il 23% delle famiglie straniere vive in povertà, il tasso di disoccupazione degli stranieri è aumentato del doppio rispetto a quello degli italiani

Ora consideriamo come secondo assunto i requisiti per l’ottenimento della cittadinanza italiana: il Ministero dell’Interno dichiara espressamente che per chiedere la cittadinanza è necessario risiedere in Italia da 10 anni e, soprattutto, dimostrare di avere redditi sufficienti al sostentamento. Fino a qui già una conclusione deve essere tracciata: la fascia statisticamente più povera del Paese non ha la cittadinanza e, ancor di più, non può chiederla proprio in quanto povera. Ora, Lega Nord e M5S hanno ottenuto il 4 Marzo più del 50% dei voti, hanno vinto nelle periferie, nei poli industriali del Nord e nelle zone più povere del Sud, hanno ridotto esanime la sinistra, ne hanno assunto il sangue e i voti. Ma nei programmi di questi due partiti l’assistenzialismo economico s’impernia sul reddito di cittadinanza e su (testualmente) un grande “Piano di sostegno ai cittadini italiani”. E’ qui che si arriva al paradossale: la classe più povera della popolazione non ha diritto di voto né possibilità di espressione politica poiché non ha cittadinanza e non può averla poiché non ha reddito e ad esso non può aspirare se le misure assistenzialistiche previste riguardano in modo esclusivo i cittadini italiani. In questo serrato sillogismo il populismo vince e la sinistra rimane un’immobile basita spettatrice: qui si gioca la sua rinascita, qui la sua sconfitta.

C’è un prezzo della vittoria, un prezzo della sconfitta, le glorie e i fasti da un lato, l’identità e l’orgoglio dall’altro, c’è l’onore o la vergogna, c’è l’azione, il potere, l’ideale. Ma se vittoria significa sostituire il cittadino all’uomo, l’italiano al lavoratore, lo ius sanguinis allo ius humanitatis allora la nostra sinistra rimanga eternamente perdente, rinunci ai carri del trionfo, alle ovazioni di piazza e torni, finalmente pura e fiera, là dove i muri sono cosparsi del puzzo dei poveri, dove le mani sono unte e le ossa spezzate, là dove si piangono lacrime e si trascinano catene.

1 Comment

  1. Fu vera “sinistra”? Alla Sinistra l’ardua sentenza!
    Anche la Volontà Generale (ammesso, ma non concesso che questo voto sia “Volontà Generale”)può sbagliare. Rousseau (Jean-Jacques, non la piattaforma) insegna

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