Il grattacapo delle alleanze – Intervista a Salvatore Vassallo

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Le elezioni legislative del 4 marzo hanno delineato un paese in forte rottura con gli schemi politici tradizionali, tuttavia nessuna forza politica è riuscita ad ottenere un numero sufficiente di seggi per poter governare da sola. Abbiamo chiesto a Salvatore Vassallo, politologo ed ex deputato del Partito Democratico, un’analisi sulla questione delle alleanze post-voto.

Professor Vassallo, in questo contesto incerto, a suo avviso, quali sono gli scenari più plausibili per la formazione di un governo?

“Il risultato elettorale ci ha portato in una situazione in cui le alleanze possibili sono poche. In teoria, saremmo in un contesto in cui ci potrebbe essere una notevole libertà da parte dei vari attori politici. Ciò è dovuto al fatto che il Movimento cinque stelle ha sempre mantenuto una collocazione ambigua su diversi temi discriminanti, il che gli potrebbe permettere di regolare le proprie posizioni per renderle più compatibili con la Lega oppure con il Partito Democratico.

Ciò nonostante, ci sono altre ragioni per cui i partiti in questione sono in sostanza incompatibili. Queste ragioni sono legate al fatto che i gruppi dirigenti non sembrano in grado di stipulare accordi. Quindi, ad oggi, nessuna delle ipotesi che in termini aritmetici consentirebbero una formazione del governo sembrano praticabili.

Da una parte, ci sarebbe la possibilità di un governo formato da Pd e M5S ma il gruppo dirigente del Pd non è al momento in grado di darsi una strategia e i cinque stelle non sono in condizione di accedere ad una normale politica di coalizione, che presupporrebbe il riconoscimento della pari dignità delle altre forze politiche.

L’altra ipotesi sarebbe un governo Movimento cinque stelle – Lega. Tuttavia, è poco plausibile pensare che due partiti che ritengono di poter esprimere la guida delle due principali forze politiche del paese si mettano insieme a rischio di perdere consensi e con la sicurezza di perdere il monopolio di questa leadership.

Quest’ultima ipotesi sembra praticabile solamente se dovesse diventare una soluzione di breve termine magari per modificare in senso maggioritario la legge elettorale e tornare al voto in tempi brevi.

La terza ipotesi della ‘grande alleanza’ per la legge elettorale ma a me sembra ancora più improbabile, perché in assenza di un accordo politico di fondo non si sa su che base andrebbe fatta la legge elettorale. Una sua modifica sarebbe possibile solamente se i partiti vincitori di queste elezioni fossero sicuri di fare un risultato altrettanto positivo.

Infine, l’ipotesi che alla vigilia delle elezioni sembrava più probabile, ovvero che la coalizione di centrodestra arrivasse molto vicino alla maggioranza o che addirittura la superasse, risulta oggi impraticabile. Risulta impraticabile perché per raggiungere la maggioranza al centrodestra servono circa 80 parlamentari fra senatori e deputati, un numero difficilmente superabile”.

Il Segretario del Pd Maurizio Martina ha ribadito che il Partito rimarrà all’opposizione

Guardando i numeri in parlamento, il Partito Democratico sembra possa essere l’ago della bilancia per la formazione di un nuovo governo. Sarebbe un errore escludere a priori qualsiasi forma di trattativa? O è giusto che il Pd – in quanto partito sconfitto di queste elezioni – rimanga all’opposizione?

“La questione di fondo è che siamo in un sistema politico che si va definendo lungo la logica proporzionale. Questo sistema elettorale da vita a un parlamento che può sopravvivere solo se gli attori politici comprendono la logica di una democrazia parlamentare organizzata secondo il modello di una rappresentanza proporzionale.

In questo contesto, ogni partito dovrebbe capire qual è la sua misura parlamentare e quali sono le combinazioni possibili, in modo da decidere di partecipare o meno al gioco che porta alla formazione del governo.

È del tutto comprensibile che il gruppo dirigente del Pd – per via delle dinamiche interne nelle quali è inevitabilmente avvitato in questo momento – dica ‘noi preferiamo non prenderci responsabilità’. Tuttavia, non è un argomento che tiene fino infondo, perché in ogni caso se non si riuscisse a formare un governo alternativo (scenario probabile) si andrebbe a elezioni anticipate e dal punto di vista della convenienza di breve-medio termine del Pd questo è un azzardo.

Quindi, se noi fossimo in un contesto normale, se il Pd avesse una leadership e classe dirigente che condivide una qualche bussola, a mio avviso si dovrebbe come minimo sfidare i cinque stelle a praticare quello che loro hanno sempre detto di volere, cioè una democrazia parlamentare. E si sa che in una democrazia parlamentare con logica proporzionale, quando c’è qualcuno che non ha la maggioranza assoluta dei seggi bisogna fare governi di coalizione. Il M5s a questo punto dovrebbero però riconoscere che per mettere insieme un governo in queste condizioni, bisogna negoziare i contenuti del programma di governo e la composizione dell’esecutivo con altre forze politiche, che rappresentano legittimamente parti dell’elettorato”.

La decisione del Pd di formare o meno un’alleanza di governo con il M5s potrebbe portare a ulteriori scissioni?

“Questa è una delle ragioni per cui il Pd non ha una strategia e preferisce non darsela. Dire ‘stiamo all’opposizione’ significa non doversi sottoporre alla necessità di prendere una decisione. E’ una scelta comprensibile e legittima non è detto però che una ‘non decisione’ come questa, indotta dalla propria debolezza, porti poi a rafforzare il partito invece che a rendere ancora più acuta la sua crisi. O il gruppo dirigente del Pd scommette sul fatto che queste siano elezioni ‘casuali’ e ‘temporanee’ sperando che in tempi brevi il Pd torni a prendere quote di voti più alte (cosa difficile, in particolare per la sua attuale debolezza interna). Oppure prende atto che questo non è un cambiamento casuale e temporaneo quindi riconcepisce sé stesso all’interno di questo contesto e le sue relazioni con gli altri partiti, che comunque rappresentano legittime parti dell’elettorato”.

Il Partito Democratico ha ottenuto un risultato decisamente deludente. Secondo lei, da persona che ha contribuito a scrivere lo statuto del Partito – e che quindi lo ha visto nascere – dove si è sbagliato negli ultimi tempi e su cosa bisognerebbe lavorare?

“La crisi dei partiti socialisti e non solo, è al momento un fenomeno diffuso in Europa. Ci sono motori sociali sottostanti che negli ultimi dieci anni hanno portato alla crescita di partiti che attraggono il tradizionale elettorato del centro sinistra fuori dai partiti storici. La mia impressione è che il Pd abbia avuto un difetto nel cambiamento della struttura dei suoi meccanismi di selezione e ricambio della classe dirigente interna.

Il modello organizzativo del Pd e la scelta delle primarie come metodo per selezionare i leader aveva come intenzione principale l’obbiettivo di creare un ricambio pressoché continuo della leadership del partito. Questa decisione fu presa per evitare che il partito diventasse da una ‘associazione di cittadini’ a una ‘società di professionisti’. Per questa ragione, fu deciso di consentire la partecipazione alle primarie anche a esponenti ‘esterni’ al circuito dei militanti del partito e fu imposto un limito ai mandati (massimo tre per i parlamentari, due per il Segretario nazionale e chi svolge funzioni di governo). Tuttavia, il Pd, nei territori e a livello nazionale, è rimasto una società di professionisti, che sono più o meno sempre gli stessi e che di congresso in congresso si ricollocano cambiando posizione. Ciò potrebbe aver contribuito a dare del Pd un’immagine di un partito fin troppo introverso, spingendo molti elettori altrove”.

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