Capitolo 12 – Opinioni di un clown

in La sottile linea rossa - Diario di un piddino di

Era già buio quando arrivai a Roma. Feci uno sforzo per non dare al mio arrivo quel ritmo di automaticità che si era venuto a creare in cinque anni di continuo viaggiare: scendere le scale della stazione, risalire altre scale, deporre la borsa da viaggio […] dirigersi verso l’edicola dei giornali, comprare tutti i quotidiani, uscire, fare un cenno a un taxi. Ero stato rieletto ma non potevo ambire a niente. Per questo Roma mi sembrò più triste del solito e una patina di nebbia la avvolgeva come a volermi convincere di essere ancora in un incubo dal quale dovevo svegliarmi. Per tutta la durata del viaggio avevo visto a ripetizione il video del segretario che commentava la disfatta del mio partito e per tutto il tempo avevo avuto la sensazione che – cazzo – sembrava che per lui non fosse successo niente. Non riuscivo a capire come facesse a mostrarsi così tranquillo e pacato, quando dietro di lui si stava profilando un terremoto, il tipico terremoto piddino causato da faglie di maggioranze e minoranze, renziani e antirenziani, conservatori e innovatori, filogrillini e antigrillini. I giornali parlavano del giglio magico (che nome del cazzo) chiuso nelle stanze del Nazareno a meditare, a piangere, a ingegnarsi per una nuova rinascita. La verità era che io, al Nazareno, non avevo visto piangere nessuno.
“Mi sembra un viso conosciuto.”, mi disse il tassista guardandomi dallo specchietto retrovisore. “Dov’è che l’ho già vista?”
“Non saprei…”
“L’ho vista in televisione per caso?”
“Può essere.”
“Lei è un politico, no? Ma sì, l’ho vista in qualche trasmissione di quelle…”
“Sì, sono un politico.”, sospirai.
“Cinquestelle?”
“S-sì, cinquestelle.”, mentii.
“Siete dei grandi, onorè!”
“Ma cosa sono questi titoli? Chiamami cittadino, anzi chiamami ****.”
“Grande ****, andiamo a cambiare le cose in questo schifo di paese!”, fece il tassista entusiasta.
“Ricorda, con il vostro sostegno possiamo fare grandi cose. Lasciami qui, va benissimo. Quant’è?”
“Ci mancherebbe, offro io.”
“Ma non scherziamo, ci tengo. Mi hai offerto un servizio ed è giusto che io paghi.”, dissi tirando fuori 20 euro dal portafoglio.
“Aspe’, ti devo dare il resto.”
“Tienilo pure, a riveder le stelle!”, lo salutai.

Girato l’angolo mi appoggiai al muro, iniziai a ridere da solo come un cretino, non riuscii a trattenermi. Durò il tempo di accorgermi cosa stesse succedendo sul marciapiede di fronte. C’era un ragazzo africano a terra e due uomini lo stavano prendendo a calci. “Hey, voi!”, urlai avvicinandomi. “Che cazzo fate?” Finché la mia vista me lo permise vidi un pugno e l’annesso tirapugni avvicinarsi alla mia faccia, quando fu troppo vicino smisi di mettere a fuoco e crollai a terra. Fu questione di un secondo o poco più. Il dolore si irradiò a tutta la faccia, pensai che era giunta la mia ora, una fine ingloriosa per un uomo che era partito con grandi ambizioni e si era ridotto a gioire di un seggio ottenuto sul filo di lana. Sentii una serie di calci incrinarmi le costole, mi rannicchiai come uno di quei vermi palla che si trovano nei cortili o nei parchi il giorno dopo un temporale. Vidi il ragazzo che avrei voluto soccorrere a terra, accanto a me. Mi lanciò uno sguardo che volli credere fosse di gratitudine, nonostante tutto. Poi chiusi gli occhi.

“Li ha visti in faccia?”
Mentre sentivo la testa esplodermi dal dolore, un poliziotto con un block notes in mano si materializzò ai piedi della barella sulla quale languivo nel pronto soccorso.
“No, erano coperti da sciarpe e dai cappucci delle felpe. Erano due, so solo questo.”
“Erano stranieri?”
“Se erano stranieri, avevano un accento romano da fare invidia ad Alberto Sordi.”
“Non ho capito…”
“Erano italiani, romani per la precisione.”
“Vabbè, con questo identikit non andremo lontano con le indagini. Arrivederci.”
“L’altro ragazzo come sta?”
“Quale ragazzo?”
“Quello che hanno picchiato per primo… Io sono intervenuto in difesa del ragazzo che stavano picchiando.”
“Non c’era nessun ragazzo.”
Era fuggito, sicuramente era un clandestino. “Mi sarò sbagliato, allora. Sono un po’ confuso.”, dissi al poliziotto.

Quando tornai a casa, era ormai l’alba. Nove punti al sopracciglio, uno zigomo rotto, tre costole incrinate e lo specchio che rifletteva la mia immagine da perdente cronico. Un tempo sognavo di fare l’eroe. Ora non ero altro che il nemico di me stesso. Come il centrosinistra, in fondo.

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