Capitolo 13 – Dietro la porta

in La sottile linea rossa - Diario di un piddino di

Sono stato molte volte infelice nella mia vita, da bambino, da ragazzo, da giovane, da uomo fatto; molte volte, se ci ripenso, ho toccato quello che si dice il fondo della disperazione. Sinceramente, però, credo di non essere stato mai più infelice di come lo ero in quel momento. E non c’entrava la politica. Non è vero, c’entrava. Erano quelli i momenti in cui avrei desiderato essere come gli altri compagni di partito, che mi sembravano così sereni, così fiduciosi. Io, invece, non dormivo la notte. Avevamo perso, cazzo. E male. E lo avevamo fatto contro i peggiori che potessero capitarci; anche noi eravamo i peggiori esponenti della sinistra della storia ma non era una giustificazione o un motivo per prenderla con filosofia. Per non parlare di quelli che si sentivano rafforzati nell’orgoglio da quando Di Maio ci aveva cercato per formare un governo. Ci ha insultato per 5 anni, dicevano. Ma chi se ne frega. Da quando in politica conta la coerenza? Io puntavo ad un sottosegretariato, a me un’alleanza serviva.

La sera andai ad un buffet per la presentazione di un progetto di qualcosa, non ricordo neanche cosa. Non era un appuntamento mediatico ma era invitata anche Virginia Raggi. Era stranamente sola, senza social media manager, quindi non sarebbe stato pubblicato nessun video con ridicoli commenti tipo Grazie Virginia, con te le cose stanno cambiando accompagnato da cinque stelline. Ero al terzo bicchiere di uno spumante disgustosamente cheap, quando mi avvicinai. “Non odi tutto questo?”, le dissi porgendole un bicchiere. Lei alzò leggermente il suo, come a dirmi ce l’ho già lo spumante, coglione. “Ti aspetti che ti risponda cosa? per poi dirmi i silenzi che mettono a disagio come in Pulp Fiction?”, fece lei. “N-no, intendevo queste occasioni fintamente cordiali.”, mentii. “Mi stai dicendo che stai fingendo cordialità?” “Che palle, Raggi. Sei sempre così ostile?” “Non sempre. Dipende dal mio interlocutore.” Ingurgitai il contenuto dei due bicchieri che avevo in mano e li lasciai sul tavolo dietro di noi. “Credi che dovremmo cedere alle richieste di Di Maio?”, domandai.
Lei fece la sua solita beffarda ed irritante risatina. “Ma che domanda è? Certo che dovreste cedere.”
Un giramento di testa mi costrinse ad appoggiarmi alla spalla della sindaca.
“Non hai una bella cera, ****, lasciatelo dire.”, disse mentre cercava di versarmi un bicchiere d’acqua.
“Usciamo in terrazzino? Ho bisogno di prendere un po’ d’aria.”
Mi accompagnò, visibilmente controvoglia.
“Oggi ho rotto le sospensioni della mia auto.”, dissi. “Quando le copriamo queste buche?”
“Le buche sono una metafora, ci hai mai pensato? Una metafora dell’inconsistenza di quello che c’era prima di me.”
Perché, tu invece sei consistente? Non glielo dissi però, perché la chiamarono e lei corse via, salutandomi con un leggero tocco della mano sul mio braccio. Ma tanto non gliel’avrei detto comunque.

Non ricordo quanti altri bicchieri di spumante della Lidl mi scolai prima di andarmene da quel ritrovo di sfigati. Al quale, tra l’altro, ero stato invitato perciò ero da considerarmi sfigato anche io.
“Onorevole ****.”, mi sentii chiamare mentre, mani in tasca, mi allontanavo dal palazzo. Mi fermai e passò qualche secondo prima che, stancamente, mi voltassi.
“Posso rubarle qualche minuto?”
“Chi è lei?”
“Sono una giornalista, lavoro per-”
“No guardi, non mi interessa per chi lavora, non ho niente da dire e vorrei tornarmene a casa.”
“Non le farò domande scomode.”
“In questo momento l’unica domanda comoda potrebbe essere Onorevole, vuole un passaggio?, quindi lasci perdere.”
“Onorevole, vuole un passaggio?”

“La ringrazio della cortesia, ma non ho davvero nulla da dire.”, le ribadii mentre, arrivato sotto casa, mi slacciavo la cintura. “Anche perché, non so che film vi fate voi dei media, ma da noi non sta succedendo proprio un cazzo.”
“Devi essere proprio ubriaco fradicio. Davvero non ti ricordi di me? Filosofia politica, un venticinque tirato un po’ per i capelli…”
“Ma sei Gloria?”
“Sì.”
“Dio, ma certo che mi ricordo. Ma fai la giornalista? Pensavo volessi insegnare…”
“E infatti non sono una giornalista, scherzavo. Ti ho visto alla presentazione. Credevo che mi avresti riconosciuto subito, in fondo non sono poi così cambiata…”

Guardandola scivolare via dal mio letto mentre l’alba di Roma entrava dalla mia finestra, mi resi conto che, sì, in fondo non era poi così cambiata dai tempi dell’università.
“Non indovineresti mai di chi mi sono innamorato una volta.”, le dissi. Lei uscì dal bagno, appoggiandosi alla porta. “Cosa vinco, se indovino?” “È impossibile indovinare.”, replicai. “Se indovino, sabato sera ci vediamo a casa mia.”, disse, rivestitasi. “Affare fatto.”, risposi sicuro di non rivederla.
“Di Virginia Raggi, durante un viaggio in treno, quando avevi vent’anni.”, disse lei a colpo sicuro.
La guardai stupito. “Ma come diavolo-?”
“Non importa come. Ci vediamo sabato sera, allora.”, mi salutò con un bacio.
Restai per minuti in piedi a fissare la porta che Gloria si era chiusa alle spalle. Non riuscivo a spiegarmi la sua risposta e neanche la notte che era appena trascorsa. Mi feci un caffè e, mentre lo bevevo, cercai di allontanare i miei vent’anni, quegli anni in cui credevo in cose stupide e volatili come l’amore, gli ideali, la sinistra. Dietro la porta mi aspettava una nuova giornata, la città, le solite domande di un giornalista in TV. E la mia infelicità.

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