Sinistra: cosa ne resta?

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Oramai è passato più di un mese dal 4 marzo: una giornata che indiscutibilmente rappresenta uno spartiacque per la politica e, in qualche modo, lo rappresenta sopratutto per la Sinistra in Italia.

Inutile sottolineare che questi risultati elettorali rappresentano il più grosso colpo che le forze progressiste italiane subiscono dal dopoguerra ad oggi, in tendenza poi con varie situazioni europee (Ungheria e affini).
Non che la Sinistra poi non fosse “abituata” a cedere spazi e consensi. E oggi, come sempre, infinite le analisi della sconfitta, gli appelli, le spaccature. Potremmo continuare ancora con varie abitudini che le forze di Sinistra hanno nei rispettivi vocabolari: ma forse non è anche questo il problema?

Sì, lo è. Lo è perché oramai le sinistre si trovano dalla parte della conservazione e dell’autoconservazione, utilizzando le riflessioni sulle sconfitte per lanciarsi addosso fumo. Anzi, le classi dirigenti hanno maturato questa modalità di affrontare le sconfitte, condita da un sostanziale appiattimento politico che in particolar modo ha coinvolto la “Sinistra istituzionale”, qualcuno direbbe borghese.

Diamo uno sguardo però all’Europa: in Grecia, il PASOK era diventato quasi esclusivamente sistema di potere ed in parte di corruzione e, nonostante tutta la storia che portava dietro di se, è quasi scomparso dalla scena politica greca per essere sostituito, nel bene e nel male e con le dovute differenze, da SYRIZA, forte di una classe dirigente nuova, rinnovata nei volti ma sopratutto nella politica. In Spagna Podemos, che ha travolto in qualche anno la politica spagnola, anche qui, con nuovi personaggi ma con una modalità diversa di far politica, capace poi di caricarsi dietro Izquierda Unida, la storica formazione della Sinistra radicale spagnola. Ancora più clamoroso il caso francese, analogo per più di qualche aspetto a quello greco, nonostante i dovuti distinguo, dove il Partito Socialista perde circa 45 punti percentuali in 5 anni, lasciando spazio a La France Insoumise. Oppure gli anglo-americani Corbyn e Sanders, dopo una vita passata in minoranza nei propri partiti, hanno portato un cambio totale nelle politiche nonostante la loro non proprio giovane età.

Dunque, vedendo come la Sinistra riesce a cambiare in Europa e nel mondo, in Italia ci si chiede disperatamente da anni il motivo per il quale si viva in questo stallo totale, che ci ha poi portato ad essere campioni della subalternatività alle destre economiche, all’alta finanza e alle peggiori esperienze socialdemocratiche europee e non.
Dal tramonto dei due partiti di riferimento storico, il PSI ed il PCI, la Sinistra ha cambiato volto, ha cambiato nome ed ha cambiato le modalità di fare politica: una trasformazione che ha le proprie origini già negli anni ’70, ma che ha perso man mano la propria spinta propulsiva, smobilitando i milioni di militanti e perdendo delle caratteristiche fondative, come la capillarità all’interno di tutti gli strati sociali. Molti di questi cambiamenti sono stati sicuramente necessari, il mondo negli anni ’90 è cambiato radicalmente.

È quasi giustificabile in quel contesto la svolta liberale della Sinistra, con la conseguente nascita del concetto odierno di centrosinistra. Insomma, l’aspirazione e l’ispirazione al socialismo reale aveva tutti i motivi per cessare o comunque per essere un po’ più critica di quanto già non lo era stata negli anni precedenti. All’epoca nascevano i Tony Blair e i Clinton mentre moriva l’idea di comunismo: era inevitabile un avvicinamento alla cultura laburista e socialdemocratica a quella democratica statunitense. Tutto non condivisibile, per carità, ma comprensibile.

In più all’epoca si aggiunse un fattore di importanza enorme, ovvero la responsabilità di governo tra il 1996 ed il 2001, con il primo governo Prodi, i due governi D’Alema e poi il secondo governo Amato. Un momento di sperimentazione politica, con la massiccia privatizzazione di molti enti e servizi e con le prime svolte contrattuali sul lavoro, anche in controsenso rispetto alle lotte che una parte politica di quel centrosinistra aveva fatto qualche anno prima. Governi sostanzialmente fondati sull’appoggio dei grandi poteri economici, che svolsero i compiti assegnati da questi (come il governo Renzi d’altronde) senza lasciare alcun segno incisivo, basti pensare alla mancata legge sul conflitto d’interesse. Nel 2006 un centrosinistra molto simile a quello che vinse le elezioni 10 anni prima ebbe poi la rinnovata possibilità di incidere stando al Governo. Possibilità mancata data l’estrema composizione pattizia della coalizione, dovuta alla prima elezione bipolare della storia repubblicana.

E poi? La chiave dello stallo sta tutta negli ultimi 10 anni: dalla nascita del Partito Democratico, alla scelta di Veltroni di escludere la sinistra radicale dalla coalizione presentatasi alle elezioni del 2008 e umiliata dal berlusconismo. Non avrei mai pensato di citare un personaggio del calibro di Ciriaco De Mita in un articolo in cui si riflette sulla Sinistra italiana (ma forse è proprio qui il nocciolo della questione), ma ricordo bene queste parole: “Due culture politiche diverse possono dialogare tra loro, ma non possono fondersi”. Da questa affermazione si può forse iniziare a comprendere la confusione tipica del PD, un partito dai mille volti che pare si sia portato dietro quasi esclusivamente la tradizione correntista democristiana. Un partito che non a caso ha iniziato a perdere pezzi sin dall’inizio, con un susseguirsi di spesso ininfluenti scissioni o addii di personaggi singoli illustri.

E poi il renzismo: risultato di un partito pattizio fondato esclusivamente sulla ricerca del potere politico (almeno così spesso è sembrato), che chiude le sezioni e smobilita i militanti, in continuità con i Democratici di Sinistra sotto questo punto di vista; risultato anche dovuto al pasticciato tentativo, fatto dall’alto, di attaccare due storie differenti e spesso contrapposte tra loro, come già detto. Basta provare ad immaginare, ad esempio, gli ex comunisti irpini che si ritrovano nello stesso partito di De Mita e affini. Del PD sappiamo infatti cosa ne resta dopo 10: un partito diviso, formato da una maggioranza centrista e che fa i conti con le scorribande tra correnti. Ma alla spesso definita “sinistra del PD” invece ?

Tre liste elettorali fallimentari, almeno totalmente nei primi due casi, La Sinistra l’Arcobaleno, Rivoluzione Civile e ora Liberi e Uguali, con quest’ultima che per lo meno supera lo sbarramento ed entra in parlamento. Ma anche qui, tanta confusione e poco coraggio, basti pensare alla divisione stessa di Sinistra Ecologia e Libertà, altro tentativo pieno di buone intenzioni, che si divide appunto nel 2013 tra chi voleva stare con il PD e chi no. Ed eccolo qui il problema, forse abbastanza scontato: la Sinistra non facente parte del socialismo europeo si è esclusivamente chiesta quale dovesse essere il proprio ruolo all’interno della “geografia politica” italiana, non invece quale funzione dovesse avere all’interno della società, sul metodo e sulla comunicazione. Si è messa in cattedra a predicare e non a predicare, come ha fatto lo stesso Partito Democratico, senza ascoltare e parlare quelle persone che quotidianamente si sacrificano e che magari di politica non hanno neanche il tempo per potersi interessare. Mescolando tutta questa subalternità ad una forte difficoltà di ricambio generazionale. Tutt’ora dopo questo totale fallimento elettorale e non solo, la domanda si ripropone sotto altre forme: quale rapporto avete con il Movimento 5 Stelle?

E anche questo punto è centrale: solo l’Italia ha l’anomalia di un così consistente movimento “antisistema” (almeno così pareva fino al 3 marzo) e antipolitico, che considera superate le divisioni storiche. La politica in Italia, ed in particolare la Sinistra, ha permesso di essere scavalcata dalla rabbia generata da se stessa, allargando sempre di più un vuoto di contenuti e aumentando la richiesta di cambiamento. Ma lo spirito di autoconservazione ha appunto vinto, per il momento.

Per aiutare e stimolare questa riflessione, che non può concludersi in un articolo, da oggi ogni mercoledì verrà analizzata una diversa formazione politica del centrosinistra e della sinistra dal 1989 ad oggi.

Francesco, di Latina (olim palus?). Socialista e Democratico, faccio politica attiva, amo la storia e studio Scienze Politiche a Roma3. Per tutto il resto, basta chiedere.

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