L’uomo che osa: la politica nella storia

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“Le tendenze democratiche non vogliono forzare la mano alla storia…ma nelle epoche rivoluzionarie la prassi democratica fallisce clamorosamente… nel momento in cui occorre la massima decisione e audacia i democratici si sentono smarriti… si presentano come predicatori esortanti laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare”.

Lo scrivevano nel manifesto di Ventotene Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, padri del pensiero europeo, corifei di una rivoluzione socialista transnazionale. “Capi che guidino sapendo dove arrivare”: è l’intervento nella storia, è la rinuncia alla provvidenza, al determinismo, alla sottomissione dell’uomo alla natura: l’uomo sa dove arrivare, ed osa, osa scoperchiando le arche secolari di pensieri ed ideologie. In queste parole si schiudono voci e domande sorte all’aurora del pensiero politico e filosofico: la natura  è governata da una legge siderale o dall’anarchia del caso? La vita umana è prona suddita della necessità? Determinismo o fortuna? Servo o libero arbitrio? Stoicismo, epicureismo, scetticismo, e poi Seneca e Tacito: l’uomo dinnanzi alla provvidenza e al caso, alla sorte e alla fortuna.

Pur imbavagliato e oppresso dal barbaro fascismo il latinista Concetto Marchesi scrisse, nel pieno del ventennio, parole memorabili, celandole tra le pagine di una letteratura latina: “Nessun uomo può creare le condizioni rivoluzionarie: ma quando queste ci siano un uomo o pochi uomini sono necessari perché la rivoluzione si compia. Tra i tanti uno deve cominciare […] occorre l’audens che converta la disposizione degli spiriti in fatto di storia”. L’homo audens, l’uomo che sfrontato e audace osa con la forza della ragione, l’uomo che agisce nella storia e per la storia, l’uomo che si fa ribelle alla legge di natura, l’uomo che conosce la strada, l’uomo che forza la mano agli eventi.

La politica delle beghe e dei dissidi è figlia dell’effimera rinuncia al progetto storico: non c’è alcun obiettivo da raggiungere, non c’è utopia né città ideale, tutto si esaurisce nel presente in fragili palliativi, in confusi raffazzonamenti. La Storia è impopolare, è impopolare l’uomo che osa. Il tempo della democrazia diretta e dell’ideologia non ideologica dell’”uno vale uno“ dilania le carni della filosofia politica, dell’utopia, del pensiero organico, sistemico, razionale: l’uomo accetta la propria subalternità e rifiuta, avvilito, l’intervento. Proclamare la fine delle ideologie non è progressismo ma la triste constatazione e accettazione di una grave miseria intellettuale. Consegnare al popolo del web ogni potere decisionale non è avvenirismo ma rinuncia a uno sguardo unitario e complessivo verso il futuro poiché, come insegna Spinelli, “il popolo ha sì alcuni fondamentali bisogni da soddisfare ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare”.

Calpestare le utopie non è moderno, ma cieco e populista. Ora più che mai, invece, la Storia chiama a farsi parte di essa, ad occupare il nostro ruolo nel tempo della civiltà, e per fare questo c’è bisogno della filosofia, del pensiero, dell’ardore che cerca nuovi obiettivi per cui combattere, forse non oggi, forse non per noi, ma per lo spirito dell’uomo. Tornare a parlare di filosofia della storia potrebbe oggi essere l’unica via per diagnosticare i mali delle democrazie moderne, per espugnare la logica dell’”hic et nunc”, per proiettare azioni e parole sul piano eterno della natura e della civiltà. Inserire se stessi nella storia non è un atteggiamento passatista, ma è la condizione necessaria per pensare a un futuro, per farsi responsabili del futuro.

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