La memoria come riflessione

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Oggi celebriamo l’anniversario della Liberazione d’Italia dal governo fascista della Repubblica di Salò e dall’occupazione nazista oltre che della Resistenza italiana.

Ogni festa nazionale mira a ricordare un evento cardine per la formazione della coscienza politica successiva, finché sarà necessario – o sia, finché lo Stato non subisce un colpo tale da trasformare radicalmente la propria forma.

In questo caso tuttavia penso che la Liberazione, molto più della festa della Repubblica, trovi la sua ragione e la sua superiorità nel non perdere la memoria di un evento paradigmatico per estensione, significato, cause e opportunità.

Si intende: la grandezza simbolica del movimento di Resistenza, il significato e l’eredità dell’egemonia dittatoriale in Europa, la natura della violenza fascista testimoniano atti vissuti dalla nostra civiltà che ci rivelano qualcosa di più del semplice evento contingente e accidentale alla nascita di una nuova esperienza politica; ci sono dei valori universali in gioco in quei fatti, e questo tipo di memoria non va dimenticata al chiudersi di una stagione, ma ha la necessità di rimanere anche quando il pericolo non è più e la stessa società è completamente cambiata.

Basterebbe questo per mettere a tacere i vari sofismi che richiamano le foibe, i crimini partigiani o il tradimento italiano durante la guerra, argomenti tendenziosi, utili solo a trovare un appiglio per tentare di criticare la Liberazione; in questo giorno non ricordiamo solo dei fatti storici, criticabili e umani, ma dei fatti morali, che arrivano ad un piano di senso non più in prospettiva, ma dove vige una verità o almeno una ricerca della verità che non lascia scampo a fraintendimenti. Insomma non è la narrazione di una parte politica o di una serie di vicende puramente umane ad essere oggetto della memoria; non ricordiamo solo violenze e lotte, ma delle azioni universali (liberare, resistere) il cui significato prescinde dagli stessi fatti storici che ne sono interpreti.

Tuttavia rispondere a questi falsi contraddittori non è inutile, perché può aiutare a fornire nuovi argomenti per difendere la posizione della libertà e dare spunti per riflettere anche sulla situazione presente.

Intanto tra libertà e liberazione c’è una differenza fondamentale di diatesi verbale: la prima sembrerebbe attiva (essere liberi), la seconda passiva (essere liberati); eppure, nelle vicende storiche che ricordiamo, la prima si sta costituendo, nelle postmoderne società occidentali, come un possesso ormai certo e immobile, che si relaziona più con la passività del consumismo e della propaganda (anche pubblicitaria) che con l’attività; mentre la seconda, nella Liberazione, è stata un’azione di rottura della schiavitù e del sonno della coscienza precedente; un’azione che diremmo di diatesi media (liberarsi). Ci si libera, si attua la liberazione per poter godere della libertà. La vera attività, la vera azione dirompente non è quella di chi usa il proprio arbitrio secondo schemi esterni, ma di chi decide di liberarsi intimamente (ossia esser(si) liberato).

Umberto Eco, nel suo “Il fascismo eterno”, afferma che è proprio questa differenza di diatesi a formare il significato morale e psicologico primo della liberazione: il fatto che la società europea non avesse atteso la liberazione passivamente ma che aveva contribuito in qualche modo.

Se iniziassimo di più a considerare il valore della Liberazione nella sua intenzione e nella sua azione, piuttosto che nella reale efficacia militare della Resistenza, ci libereremmo di molta della polemica su queste vicende storiche. I partigiani erano esseri umani e non tutti forse animati da intenzioni nobili; ma certo la Resistenza non potrà mai essere paragonata alla violenta repressione nazifascista.

Questo anche perché non ci fu alcuna pulizia né defascistizzazione reale dell’Italia, se già un anno dopo la liberazione nascevano nuclei di partiti con tendenze fascistiche – da cui avrà luogo la nascita del Movimento Sociale Italiano.

Se la Liberazione è interpretata invece come un tradimento italiano, faccio notare che esistono storici tedeschi che considerano il vero tradimento non il passaggio dell’Italia sotto gli americani, ma quello dei nazisti che hanno punito, torturato e tentato di conquistare i loro alleati. Questo ci interroga molto su come è possibile distorcere la realtà e usare la terribile condizione subita dall’Italia, stretta dalla morsa della linea gotica tra due potenze straniere, per polemizzare contro la Liberazione positiva e attiva della società europea.

Sempre a proposito del libro di Eco, qualche tempo fa passava sulle reti sociali un’infografica che riassumeva le caratteristiche base che lui attribuisce al fascismo; le tesi di Eco, esposte nel ‘95, hanno una spaventosa somiglianza con alcuni fenomeni politici dell’attualità: tanto che nell’infografica le immagini richiamavano episodi del recente populismo trumpiano americano ed europeo. Alcuni polemizzavano nei commenti come queste tesi siano usate per demonizzare posizioni politiche avverse; eppure non è una demonizzazione affermare la natura fascistica di certe posizioni, ma si tratta solo di chiarire una certa predisposizione fascistica di certi movimenti politici.

L’infografica di Eco.

Eco stesso afferma che sarebbe improbabile rivedere il fascismo senza le stesse condizioni storiche; tuttavia fascista è un termine che viene usato in tutto il mondo per etichettare certe esperienze dittatoriali di destra da cui prima o poi qualcuno potrebbe invocare una Liberazione.

Tra queste caratteristiche fascistiche, non poche sono riconducibili a attuali episodi raccapriccianti: il sincretismo culturale che blocca l’avanzamento del sapere (qualche politico nostrano che ascolta De André, giura sulla Bibbia e sulla Costituzione, o si richiama ad Almirante e Berlinguer), il sospetto per la cultura (quindi il disprezzo per la riflessione), il rifiuto della critica e del disaccordo (alcuni movimenti assai intolleranti con chi si posiziona diversamente all’interno del partito), l’appello alle classi medie frustrate (e la guerra fra poveri che giova solo al capitalismo), l’ossessione del complotto, il disprezzo per i deboli e la paura del diverso (vedi i migranti).

I punti cruciali forse sono però due: quello linguistico e quello bellico.

La Liberazione, è anche liberazione dalla retorica ripetitiva e povera del fascismo. Rispetto ai discorsi roboanti ma vuoti del Duce, le poche parole dopo la catastrofe sono piane ma cariche di senso e di vissuto. Parole non ripetute e non propagandistiche, con un senso, non se ne vedono ahimé da tempo nella politica italiana dei grandi (numericamente). Ruspe, scatolette di tonno, slogan di maniera come “avanti!” sono in grado di infervorare sul momento e nascondere una povertà di contenuti, ma nel lungo termine degradano il livello culturale del dibattito politico – ed è una cosa singolare ma non assurda che l’ampiezza del vocabolario politico sia direttamente proporzionale alla qualità della democrazia.

La Liberazione è anche liberazione dall’ossessione virile ed eroica della guerra; la retorica fascista si basa sull’odio della pace in quanto compromesso, collusione col nemico; la lotta è continua ed esiziale, ma in questa divinazione dello scontro finale sta la contraddizione: come immaginare la sconfitta dell’eterno nemico e un mondo di dominio assoluto, senza opposizione o critica?

Forse in questo può stare l’elemento fascista di certi ambienti apparentemente di sinistra che invocano la lotta continua e inesorabile, senza compromessi e senza possibilità di speranza fino al giorno finale dopo il quale si intravede una felice esistenza eterna; ambienti popolati ahimé da borghesi e non certo dal popolo, anche a giudicare dalla distribuzione territoriale dei voti ai suddetti movimenti e partiti. Il compromesso è un fatto intrinseco alla Resistenza, quando forze politiche incompatibili fra loro, comunisti democristiani liberali socialisti repubblicani, si accordarono per combattere un male radicale superiore; in definitiva la Liberazione è una storia di guerra che richiama all’amore per la pace; lottare contro il fascismo era esso stesso un atto pacifista.

Abbiamo quindi riassunto alcuni spunti rapsodici che questo giorno ci offre; si è ricordato la natura morale e attiva della Liberazione europea e le riflessioni che il significato del fascismo ci impone tutti i giorni di fronte alla realtà politica, per riconoscerne i segni.

Luciano Canfora afferma che la Liberazione non si è pienamanete compiuta, perché si era costituita come guerra di liberazione dall’invasione nazista, guerra civile ma anche guerra per cambiare i rapporti di potere che avevano finora governato l’Italia e che il fascismo aveva cementificato (in linguaggio specifico, una guerra di classe); il celebre filologo ricorda come fu proprio la Democrazia Cristiana a proteggere in seguito questi rapporti di potere, e che con questa mossa si garantì l’appoggio di buona parte della passata classe dominante; insomma, la Liberazione assume a questo punto contorni ancora più incerti e frastagliati, come se non si fosse mai compiuta o sia stata fermata per esigenze altre; con questo ulteriore spunto non resta che augurarvi una buona giornata e l’auspicio che la nostra azione possa sempre essere retta dalla stessa forza propositiva della Liberazione – e a verificare quando in noi c’è il germe della schiavitù ad un fascismo autoimposto.

Dopotutto, come qualcuno amava dire ai tempi, in Italia nel 1945 c’erano 40 milioni di fascisti e 40 milioni di antifascisti.

P.S.: un augurio anche ai nostri fratelli portoghesi che festeggiano oggi la Rivoluzione dei Garofani, liberazione da un fascismo più recente del nostro.

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