Studenti partigiani lassù in montagna

in Appunti letterari di

“Sai, i pezzetti della nostra vita non servono a nulla. Quello che è stato è stato. Resta un sentimento vago, come provo io da queste parti qui.”

“Che genere di sentimento?” disse lei.

“Mi sento come a casa” dissi. “Ma più esaltato.”

“Sarà perché facevate gli atti di valore, qui” disse la Simonetta.

“Macchè” dissi. “Facevamo le fughe.”

Durante la guerra la vita si frammenta in tanti pezzi, come le schegge di una granata. Una martellata, poi, frantuma il tempo, che diviene polvere, che inizia a volteggiare in una spirale che sconvolge e trascina con se gli animi di chi vive quei momenti tragici. È un’immagine metaforica che ci restituisce quasi tutta la narrativa di guerra.

Luigi Meneghello ne “I piccoli maestri” ci parla proprio di ore e giorni e settimane tutte uguali. Un tempo indeterminato lassù, sulle montagne, dove le uniche cose che scorrono ancora sono i rivoli d’acqua dei ruscelli e il sangue che, purtroppo ancora bagna quelle terre e quelle rocce lacerate dalla Grande Guerra.

Meneghello ci racconta una guerra partigiana che in fondo non è altro che una storia di ragazzi, di studenti poco più che ventenni. Una storia di ragazzi che sapevano guardare al futuro; tutti “discepoli” di Antonio Giuriolo (nome di battaglia Capitan Toni), un professore di filosofia che non avendo la possibilità di insegnare perché antifascista, teneva lezioni nella propria casa.

“Spuntava da se l’idea di andare in montagna” in un clima di fermento, d’incertezza, in cui non restava altro che “arrangiarsi da sé”. Così i “piccoli maestri” (dal francese petit-maitre, ossia i banditi ben educati) prendono la via della montagna tra le file del Partito D’Azione. I veri combattimenti iniziano dapprima nel bellunese nel 1944, poi continuano più violenti sull’Altipiano di Asiago, per finire con lo scioglimento della banda. Le azioni in pianura continuano, per finire nel 1945 con l’insurrezione a Padova. Con l’arrivo dei carri armati alleati nella città, dopo il termine degli scontri, finisce la storia dei maestri e la loro esperienza della Resistenza. La libertà tanto attesa sembra ormai vicinissima e quasi si incarna nella figura de “la Simonetta” che, armata di mitra, come per gioco, chiede di poter salire sul carro.

La guerra però non finisce quel 28 aprile a Padova, ma un anno dopo, sull’Altipiano di Asiago, durante una vacanza in compagnia della sua fidanzata Simonetta. Su quegli stessi monti bagnati di rosso del sangue e arrugginiti dal metallo dei residuati bellici. Finisce la guerra per Luigi in una notte di tempesta sparando quelle ultime munizioni che aveva ritrovato assieme assieme al “parabello” abbandonato durante un rastrellamento. Infine, stanco e bagnato, rientra nella tenda accanto alla sua fidanzata, sentendo finalmente la pace. “La banda non c’era più, perché c’è la guerra per le bande, ma la pace per le bande no.” Ma rimangono i ricordi, la paura e il desiderio di un mondo migliore.

“Scommetto che avete fatto gli atti di valore”

“Macché atti di valore” dissi. “Non vedi che ho perfino abbandonato il parabello?”

“Già” disse lei. “Perché l’hai lasciato qui?”

“Cosa vuoi sapere? dissi. “Li lasciavamo da tutte e parti.”

”Perché?” disse la Simonetta.

“San Pietro fa dire il vero” dissi. “Non eravamo mica buoni, a fare la guerra.”

Ma, aggiungo io, avevate il coraggio di guardare al futuro.

Studente di lettere. Un sogno? Lasciare il mondo un po' migliore di come l'ho trovato.

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