2026 – Il silenzio degli aeroporti – Prima parte

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Non era facile, nel 2026, aspettare qualcuno seduto su una scalinata. La milizia 5 stelle era sempre in agguato per accusarti di vagabondaggio e chiuderti in gattabuia per almeno una notte. In mano una birra, Pippo Civati era seduto sugli scalini. Solo che non aspettava nessuno. Quando il ministro della giustizia Raggi lo aveva fatto uscire dal carcere in cui il regime aveva rinchiuso i dissidenti, non aveva avuto modo né di ringraziarla né di mandarla a fanculo per gli anni d’inferno che gli aveva fatto passare. Non aveva un lavoro, era imbottito di psicofarmaci, soffriva di allucinazioni e non aveva altri interessi al di là della lettura dell’unico giornale rimasto a disposizione in Italia. Lo leggeva in continuazione, per tutto il giorno, leggeva e rileggeva gli articoli finché non era capace di ripeterli a memoria. Scosse la bottiglia di birra per agevolare la discesa dell’ultima goccia che, però, non volle saperne di scendere, maledetta tensione superficiale.

Il commissario Boschi camminava al ritmo dei suoi stessi tacchi che risuonavano nel vuoto di un aeroporto di Fiumicino bianco e asettico come il corridoio di una terapia intensiva, lo strisciare delle ruote del trolley che sovrastava ogni altro tenue rumore. L’aeroporto di un paese chiuso è così: grande e vuoto come una cattedrale in un giorno d’estate.
“A riveder le stelle e buon anniversario.”, la salutò un addetto alla sicurezza al controllo passeggeri. “G-grazie, a riveder le stelle.”, balbettò lei non riuscendo a capire a quale anniversario si riferissero. “Mi dia i suoi documenti.”
Maria Elena glieli porse, guardando la desolazione intorno a lei. “Non si lavora molto, eh?”, sorrise.
Lo sguardo torvo dell’uomo della sicurezza le fece passare la voglia di sorridere. “Aspetti qui un momento.”
“C’è qualche problema?”, domandò lei allarmata.
“A parte lei?”, si sentì rispondere mentre il tizio si allontanava.
Il commissario Maria Elena Boschi sospirò affranta. A parte lei. Erano anni che si sentiva dire che lei era un problema. Da quando, dopo la vittoria del Movimento 5 Stelle alle elezioni del 2018, il Partito Democratico era stato dichiarato fuorilegge. Nonostante lei avesse abiurato, avesse rinnegato il passato e giurato fedeltà al nuovo ordine grillino, continuava ad essere vista come un’ex piddina. Un’onta. Una vergogna. Era entrata in Polizia, dopo aver superato una dura selezione. Adesso era lei a dover garantire l’ordine. Nonostante tutto questo, la sfiducia e la diffidenza con cui ancora, a distanza di anni, veniva guardata dalla gente, la perseguitavano.
Tirò fuori dalla borsa il telefono. L’app del GG, il Governo Grillino, si aprì automaticamente. Lo streaming trasmetteva la cerimonia dell’anniversario dell’instaurazione del Governo Cinquestelle. Ecco a cosa si riferiva l’uomo che le aveva augurato buon anniversario. Una folla immensa di persone intasava le principali piazze d’Italia e un leader del direttorio per città era atteso per il Grande Discorso dell’Anniversario.
Mentre il cittadino premier Di Battista, che presenziava la cerimonia nella Capitale, prendeva la parola, il telefono le scivolò dalle mani. Prima che potesse raccoglierlo, qualcuno lo aveva già fatto prima di lei ed era fuggito via.
“Hey!”, urlò il commissario Boschi inseguendolo. Inutile chiedere aiuto, l’aeroporto era deserto. Continuò ad inseguire quello che le sembrò un ragazzo, fino a quando questi non girò un angolo. A dividere il ragazzo dalla fuga c’era un muro. Il commissario gli andò incontro. “Ridammi il telefono.”, disse.
“No.”, rispose lui.
“Ridammi il telefono. Sono un commissario di Polizia, non ti conviene gioc-” Qualcosa di umido stava gocciolando in testa al ragazzo, che alzò la testa. Lo stesso fece lei. Dal soffitto colava un liquido rosso, denso e appiccicoso. Il ragazzo urlò, lasciando cadere il telefono a terra e spostandosi. La chiazza rossa si allargava ogni secondo di più. Non ci voleva un genio a capire che era sangue.

“Togli il pannello. Ma come vuoi che si tolga? Spingilo verso l’alto, in dentro. Cristo santo, siete degli incapaci! Lei è…?”
“Il commissario Boschi, omicidi.”
“Boschi, certo. Come dimenticare.”, disse l’uomo togliendosi gli occhiali e cercando di pulirli con il bordo di un maglione annerito e consunto sortendo l’effetto opposto. “Io sono il commissario Calcutta.”
Il commissario Boschi strinse la mano sudaticcia del collega e se la asciugò discretamente sul pantalone.
“Il tempo passa per tutti, eh Boschi?”
“Grazie, gentilissimo.”, disse a denti stretti il commissario. “Quanto crede che ci vorrà a capire cosa diavolo c’è nel controsoffitto?”
“Allora? A che stiamo? Volete muovere quel culo?”, urlò Calcutta ai suoi uomini arrampicati su delle scale che si ingegnavano per rimuovere i pannelli quadrati che formavano il soffitto di quell’ala dell’aeroporto.
Due secondi dopo crollò l’intera porzione di soffitto alzando una nuvola di polvere bianca. “Speriamo non sia di amianto, porco cazzo.”, imprecò tossendo il collega della Boschi. Quando la nube bianca si diradò, sul pavimento fece la sua comparsa un cadavere cosparso di sangue e avvolto nel cellophane. “Manco i cadaveri nel cellophane sanno avvolgere, guardi qua commissario Boschi.”
Lei si avvicinò, coprendosi la bocca con un fazzoletto. Il cellophane era semiaperto, ma come se qualcuno lo avesse strappato. Dentro c’era un ammasso poltiglioso di carne. Ma aveva i vestiti, si intravedeva anche una cravatta. Era il cadavere di un uomo.

Continua…

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