Capitolo 14 – Bunker diary

in La sottile linea rossa - Diario di un piddino di

10.00
Ecco quello che so. Mi trovo in uno spazio rettangolare, col soffitto basso, tutto di cemento imbiancato. Largo dodici metri e lungo diciotto, più o meno. C’è un corridoio principale nel mezzo, con un altro più piccolo, perpendicolare, che porta ad un ascensore. Dall’ascensore, avvolto da una fantascientifica luce al neon azzurrina, esce Luigi Di Maio. In giacca e cravatta sembra un ragazzino il giorno della cresima negli anni ’60. Lo sguardo che mi rivolge è meno cristiano, però.
“****”, mi dice. “Sono giorni che ti cerco.”
Naturalmente, stando alle proporzioni mentali dei cinquestelle, mi cerca al massimo da un’ora.
“Che si dice tra di voi? Ancora andate appresso a quel bambinone di Renzi?”
Sento tremare la terra sotto ai piedi, un movimento tellurico inaspettato che mi fa perdere l’equilibrio.
“Uè, stiamo già a ‘sto livello? Non è necessario che ti prostri ai miei piedi.”
Mi rialzo cercando di concentrare nel mio sguardo tutto il disprezzo di cui sono capace. “Mi fa piacere che abbiate ritrovato il senso dell’umorismo dopo cinque anni passati a piangere e a rompere i coglioni.”, dico.
“Qua volano parole grosse! Mi piacerebbe dirti che mi fai un certo effetto, ma non te la do ‘sta soddisfazione. La verità è che non me ne frega niente di quello che pensi tu, di quello che pensa il tuo partito di sfigati, di quello che pensa la base, l’altezza, il quadrato del cerchio e il pi greco.”
“E allora che cazzo vuoi?”, ribatto rabbioso.
“Lei!”
Dietro di me avanza lentamente, avvolta da un lungo peplo nero, Maria Elena Boschi. Come se avesse un gigantesco ventilatore da studio fotografico piazzato davanti a lei, i suoi capelli svolazzano leggeri intorno al viso.
“Maria Elena, ferma dove sei!”, le intimo ma lei prosegue incurante delle mie parole. “Boschi fermati, diosanto!”
“Devo sacrificarmi.”, mi risponde.
“Ma che dici, dài. Erano altri i momenti e le circostanze che richiedevano il tuo sacrificio…”
“Che intendi?”
“Hai capito benissimo.”
“Non ho capito per niente, spiegati.”
“Che ti saresti potuta dimettere quando era il momento, è inutile che adesso fai questa pantomima.”
“Pantomima?”, mi sibila a denti stretti avvicinandosi di scatto e prendendomi per il colletto della camicia. “Se me ne vado avrete una renziana in meno, non vi fa comodo?”
“Non fare scenate, non fare la melodrammatica. Non è che se te ne vai da Di Maio risolviamo le cose. Ma poi che ci devi fare con lui?”
“Non fare il geloso, ****, prendi la sconfitta con sportività e finiamola qua.”, interviene il grillino sfilandosi via la cravatta e sbottonandosi la camicia.
“Senti, non puoi venire qui a dettare legge, a prenderti la Boschi, a dire che dobbiamo fare noi nel nostro parti-“
Mi sento scuotere la spalla, alzo la testa di colpo. Ci metto qualche secondo prima di rendermi conto che sono al Nazareno, in un buco di stanza appoggiato ad una scrivania.
“Ma che fai, dormi? Sveglia che inizia la riunione.”, mi dice il collega.
“S-sì, arrivo.”
“Chi è che si voleva prendere la Boschi?”, mi chiede mentre ci incamminiamo nella sala dove si terrà la riunione.
“E-eh? Non so di che parli…”

11.00
Dovrebbero regalare una fornitura annuale di Maalox insieme alla tessera del Partito Democratico. Sono due mesi che somatizzo questa situazione di merda in cui non sappiamo neanche più chi siamo e che ci stiamo facendo qui. Se ci alleiamo, se parliamo con i cinquestelle, se dimentichiamo gli insulti, se ci siamo offesi, se sbattiamo la porta in faccia alla loro innegabile arroganza, se ci siamo rotti di avere un ex segretario che decide lui cosa fare, se invece ci va ancora bene che qualcuno scelga per noi visto che non sappiamo mai che fare, se abbiamo perso la nostra identità, se l’abbiamo mai avuta, se ci scinderemo di nuovo, se da noi nasceranno per mitosi altri partiti satelliti della sinistra. Mentre fingo di ascoltare i miei colleghi, sento lo stomaco bruciare e un reflusso acido che mi corrode l’esofago. Cerco un Maalox nella valigetta, quando Maria Elena Boschi, che stava parlando all’assemblea, mi chiede: “E tu ****? Che ne pensi?”
“Penso che dovresti andarci, se ti piace tanto.”, rispondo alzandomi.
Tutti si guardano.
“Ma andare dove?”, fa lei.
“Ah… Emh…”, balbetto. Un conato di vomito si presenta con un tempismo perfetto. Corro via.
Sono miseramente chinato sulla tazza del cesso, un sudore gelido che mi imperla la fronte, e sento bussare.
“****, tutto bene?”
“Maria Elena, io non lo so se ci fa bene farci terra bruciata intorno. Che ci costa metterci a parlare con loro?”
Io voglio quel cazzo di sottosegretariato, piagnucolo tra me e me.

 

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