Due risate misurano la democrazia

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Proprio l’altro giorno vedevo all’Aria che Tira un Giachetti bellamente sfottuto perché alle “miniprimarie” di un municipio romano il candidato del PD aveva perso e aveva vinto una persona esterna.

Giachetti, per contro, ha dato una risposta che mi è piaciuta molto “Il fatto che il candidato PD abbia perso è la prova che le primarie sono autentiche”.

Una risposta che ha silenziato un po’ di risatine in studio e che ha fatto riaffiorare una questione vecchia almeno quanto la seconda repubblica e che è stata affrontata anche nell’interpretazione di una polveroso e semidimenticato articolo.

“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

L’articolo 49 della Costituzione sancisce lo strumento cardine attraverso cui i cittadini possono concorrere alla vita del proprio Paese: i partiti sono (con buona pace di chi si fa chiamare in un altro modo invece di partito) lo strumento della democrazia.

Un aspetto paradossale della questione a cui pochi fanno caso è che, per contro, i partiti non hanno alcun obbligo di essere democratici al proprio interno. Specialmente la seconda repubblica è stata il regno dei c.d. “partiti padronali”, aggregazioni in cui il fondatore, o il capo eletto per una sorta di acclamazione, governa senza se e senza ma, circondandosi al più di consiglieri dai nomi sempre più fantasiosi: cerchio magico, i colonnelli della fu Alleanza Nazionale.

E questo paradosso risulta ancora più forte nell’epoca attuale, in cui l’elettore medio si lamenta della presenza di “persone non elette da nessuno”: ci si lamenta che non si elegge il premier, c’è chi vorrebbe addirittura eleggere il Presidente della Repubblica, o persino i giudici della corte costituzionale.

Ma, incredibilmente, a questo “furore del voto” sfuggono i partiti. A nessuno interessa come un partito seleziona la propria classe dirigente. Questo nodo della nostra democrazia prima o poi dovrà essere risolto, e si deve fare con una legislazione che regoli i partiti e con i giusti investimenti in cultura, istruzione, educazione civica perché probabilmente una popolazione maggiormente istruita toglierebbe benzina ai partiti padronali.

Venendo per un attimo all’attualità, con i propri limiti, l’unico che sfugge a questa logica padronale è il Partito Democratico. Ed è per questo che, quando Di Maio dice che non può parlare con Berlusconi, ma può parlare col PD, è comprensibile: se da un lato Forza Italia è Silvio Berlusconi, dall’altro il Partito Democratico può astrattamente svincolarsi da Renzi: il “bullo di Firenze” non paga di tasca propria i conti del PD, lo statuto prevede precisi organi e competenze, le primarie possono sempre sancire dei cambi di rotta.

Il PD di adesso può schifare, ma domani potrebbe essere diverso, semmai continuerà a esistere e a non scindersi ormai a livello molecolare.

Possiamo dire lo stesso di Forza Italia?

Laureato in giurisprudenza con una grande passione per l'attualità e l'analisi politica. Consumatore vorace di film, serie tv, libri e fumetti

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