Di lotta e libertà, intervista a Marco Cappato

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Quando si pensa alla disobbedienza civile e alla lotta nonviolenta per i diritti la mente va direttamente a filmati e fotografie in bianco e nero di battaglie ormai lontane negli anni. Purtroppo le nostre società sono ancora ben distanti dal raggiungere quel livello di libertà e progresso per cui qualcuno ancora dedica la propria vita. Una di queste persone è l’ex europarlamentare ed attivista e leader dell’Associazione Luca Coscioni Marco Cappato, che The Subway Wall ha avuto l’onore di intervistare.

Dei partiti che si stanno contendendo il governo, nessuno ha una posizione chiara sui diritti civili. Perché? Sono temi che poco importano agli italiani?

Più importanti delle posizioni sono le lotte. Qualche posizione, nei vari partiti, si trova, a mancare sono le azioni concrete. La ragione di questo sta nel fatto che, e forse qui è complice anche l’informazione italiana, i temi di libertà vengono considerati temi non politici. Gli accordi si fanno su tutto, ma non su queste tematiche. In parte perché esse spaccano trasversalmente gli schieramenti e i partiti; in una politica verticistica basata sul Capo, il Capo non vuole che una parte consistente del suo elettorato gli possa essere contraria, tutto ciò è visto come una complicazione, un fastidio. Un meccanismo alimentato dal sistema dell’informazione che quando tratta di aborto, droga, eutanasia e libertà sessuale propone tutto come cronaca.

Nei tempi in cui si sono condotte le grandi battaglie in Italia, come per la legge sull’aborto o sul divorzio, il dibattito però c’era ed eravamo un paese ben più perbenista e chiuso di oggi.

Anche allora era comunque condotto contro i vertici dei partiti ed era portato avanti con strumenti come il Referendum, in una situazione di diversa sensibilità. Purtroppo la posizione di difesa dei diritti civili è spesso espressa sulla difensiva, come se fosse il problema solo di piccole minoranze. Ad esempio la sessualità: si difendono gli omosessuali come se la libertà sessuale non fosse un tema di tutti. Questa logica un po’ burocratica del diritto civile come un diritto di corporazione ha tolto slancio e passione alla libertà.

Parlando di burocrazia; in tema di aborto sono sempre di più gli ospedali dove è impossibile abortire perché presenti solo medici obiettori. L’attuale sistema è da cambiare o il problema è da un’altra parte?

È un sistema illegale prima ancora che sbagliato. Il diritto di una donna che drammaticamente sceglie di affrontare un aborto è un diritto che deve essere garantito, l’assistenza sanitaria e psicologica da parte dello Stato è un dovere per esso. Il diritto all’obiezione di coscienza deve essere garantito nell’ambito della garanzia al diritto all’aborto. Purtroppo il meccanismo dell’obiezione di coscienza si è trasformato, in Italia, in un fatto di carriera. Viene garantita una corsia preferenziale ai medici obiettori, tanto che ci sono tanti medici obiettori non certo per motivi ideologici. In certi ospedali se ci sono solo due medici non obiettori alla fine lo diventano anche loro per non restare a fare solo aborti. Questo si risolve con politiche pubbliche che garantiscano l’effettivo rispetto di quel diritto.

Andando avanti, Lei racconta che quasi quotidianamente riceve mail di persone che le chiedono aiuto per morire. Come affronta tutto questo? Da un lato c’è una grande razionalità, è un diritto che deve essere rispettato e si affronta tutto affinché sia possibile, dall’altro c’è una componente emotiva enorme.

Quando una persona mi scrive e io non posso sapere se ciò che mi scrive sia vero o meno cerco di analizzare la cosa; va detto che molte persone che mi scrivono anche in paesi dove l’eutanasia è legale non otterrebbero i permessi necessari. Spesso sono persone che hanno bisogno di aiuto psicologico. Io sento impotenza e frustrazione perché quelle persone avrebbero bisogno di trovare lo Stato e non Marco Cappato, questo è il vero problema. I casi che si trasformano in un aiuto concreto sono quelli che hanno ricevuto un accettazione dal sistema svizzero e da lì si entra in una situazione diversa, in cui il problema è l’aiuto per arrivare alla fine.

Lei è stato presente nel Caso Welby, ora Dj Fabo. La copertura mediatica data a queste vicende, talvolta enorme, ha portato del bene alla lotta o no?

Senza queste persone, con il loro coraggio unito all’iniziativa politica che c’è stata, non sarebbe maturata così in fretta la consapevolezza delle persone di quanto sia urgente affrontare questo tema. Ci si arriva comunque, nel senso che la ragione di fondo per cui cambia l’opinione delle persone deriva dal proprio vissuto; il conoscere una storia in televisione porta a riconoscere che il proprio vissuto non abbraccia solo la sfera personale ma anche quella sociale, è un tema condiviso. Lì scatta, allora, anche il consolidamento dell’opinione pubblica e politica su questo tema. Purtroppo quello che i mezzi di informazione non hanno mai fatto dal Caso Welby ad oggi (12 anni), sono delle tribune politiche fredde, a prescindere dal singolo caso che analizzino le posizioni della comunità. Citando il sondaggio annuale del Gazzettino del Nordest (che restituisce una lunga serie storica) oggi si registra il 73% di favorevoli sull’eutanasia legale dei quali il 78% è della Lega Nord. Ciò significa che il consenso ormai è diventato molto trasversale tra i partiti e sicuramente maggioritario.

Però i partiti continuano a non parlarne, i loro elettori la pensano in un modo che non si ritrova nelle dichiarazioni dei loro leader…

Questo perché non c’è democrazia in Italia, nel senso che in un sistema effettivamente democratico, nessun capo politico potrebbe permettersi di prendere una decisione contro il 78% dei suoi elettori; se lo può fare è perché il dibattito parlamentare rimane chiuso in una ristretta cerchia di addetti ai lavori e da un punto di vista giornalistico non si illumina questa parte della discussione.

Per concludere, un consiglio alle giovani generazioni. Anche se i sondaggi affermano che ormai l’attenzione e il favore su certe tematiche sono così diffusi, l’Italia rimane lenta ad evolversi; qual’è la strada da percorrere per accelerare il percorso della nostra società?

Vale a vent’anni come a novanta: bisogna partire da quello che si vive e che interessa nella vita. La differenza tra adesso e anche solo vent’anni fa è che nessuno si può aspettare che le questioni che gli stanno a cuore vengano sollevate dagli altri; la delega ai partiti non esiste più. Aldo Moro aveva già notato come i partiti non fossero più sufficienti a rappresentare una società in cambiamento… figuriamoci oggi. Pensare che sia sufficiente andare a votare per portare avanti ciò che sta a cuore è ingenuo. Una persona giovane ha qualche elemento in più per approcciare i problemi senza l’idea che siccome le cose sono sempre state così debbano rimanerci. Quindi per mettere in discussione l’impostazione data per acquisita, può sembrare banale, il partire da sé stessi e l’impegnarsi in prima persona sono l’unico modo per pensare di realizzare ciò che ci sta a cuore.

Quindi c’è la speranza di riuscire a progredire più velocemente?

Da militante politico, per definizione, non sono né ottimista né pessimista. Le cose possono anche andare peggio; oggi i modelli russo, polacco, turco, ungherese parlano di democrazie senza diritti. Situazioni dove i leader politici che non hanno alcun tipo di rispetto per lo stato di diritto e per la tutela dei diritti, sono molto popolari e funzionano molto bene. Tra cinque anni il Pil dei paesi non democratici sarà superiore a quello dell’occidente democratico (articolo comparso su Foreign Affairs n.d.a.); questo significa che non è detto che andare contro i diritti delle persone faccia perdere voti. Il problema è prenderci gli strumenti che la democrazia mette a disposizione, iniziative popolari e europee, ed usarli per portare avanti le nostre battaglie. Non è detto che la sfida si vinca, la parola stessa “democrazia” quando ero giovane era una parola indiscussa; ogni nel mondo è una parola sempre più svuotata di significato e meno popolare. È lì che la non-violenza e la disubbidienza civile possono servire a scuotere le coscienze, questo perché il linguaggio contro i diritti è semplice, quello a favore è solitamente passatista, burocratico, elitario e cauto. Oltre ad attivare i diritti, forse bisognerebbe concentrarsi nella passione nel difendere la libertà, perché essa non è più scontata.

Sigaretta o penna nella mia destra sono fiero del mio sognare e del mio scrivere. Sogno di cambiare il mondo, ma forse gli articoli, nel bene o nel male, me li scrive il gatto.

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