Chi comanda nel PD?

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Come esce dalla recente tornata elettorale il PD, il più grande partito socialdemocratico del Bel Paese? Male, lo sappiamo. Come ha gestito questa crisi? Peggio ancora. Riesumando la bomba a orologeria che lo aveva distrutto in precedenza, cioè Matteo Renzi.

Ora, riflettere su Renzi senza lasciarsi trascinare dalle passioni di amore o odio nei suoi confronti è difficile, perché l’ex (o forse no?) segretario del PD ha assunto uno stile di leadership esposto, personalistico ed entusiastico che polarizza l’elettorato in due fazioni: con me o contro di me. L’esatto opposto del Movimento Cinque Stelle che invece fa della zona grigia il suo punto di forza, non prendendo posizione praticamente su nulla (al di là dei classici punti fermi come reddito di cittadinanza ed ecologia) così da tenersi un bacino elettorale che potenzialmente spazia dalla Lega allo stesso PD. La strategia renziana della leadership forte è ottima per guadagnare consenso nella fase di ascesa e di novità (non a caso proprio la contrapposizione nuovo/vecchio è stata usata e consumata dal Renzi del 2013), ma diventa più fragile man mano che passa il tempo: le scelte sbagliate, o comunque quelle impopolari, diventano macchie indelebili sulla figura del leader e rischiano di contagiare anche il partito dietro di lui, se questo non se ne libera in fretta.

Renzi ha perso; il Paese è rimasto affascinato dal grande risolutore per l’ennesima volta e sicuramente lo farà ancora, ma senza controllare l’intero sistema mediatico la fascinazione non può durare vent’anni, e bisogna raccogliere quel che si è seminato (in questo caso gramigna).

Ma allora perché dopo una doppia sconfitta elettorale e una doppia promessa di uscire dai giochi il “rottamatore” di Rignano sull’Arno detta ancora legge nel partito? Perché i democratici sono disperatamente in cerca di qualcuno che gli dica cosa fare, in primo luogo, e poi perché i quadri del partito rimangono ancora blindati nella fedeltà all’ex segretario. Ne è dimostrazione l’incredibile giravolta del reggente Martina, che da una seppur tenue apertura ai 5s è passato, dopo il discusso intervento tv di Renzi, a una chiusura totale. Che secondo molti è la decisione giusta per il partito e su questo nulla da eccepire: il PD è padrone del proprio destino. Ma l’impressione è che la consueta collegialità del partito, ormai rarissima nelle grandi formazioni politiche, sia stata sacrificata in nome della leadership forte. Con la sola differenza che Renzi non è più il leader.

Quale futuro può dunque aspettarsi il PD? A questo punto, con un governo Movimento Cinque Stelle-Lega (e sostegno esterno del Cavaliere) sul punto di vedere la luce, i dem hanno la possibilità di giocare sulle criticità che una maggioranza così colorita e articolata con grande probabilità presenterà, presentandosi come gli unici non coinvolti nel cosiddetto “Governo del Cambiamento”. Sempre se riusciranno a farsi perdonare dagli elettori per aver indirettamente permesso la nascita di un esecutivo con all’interno la destra razzista di Salvini e condizionato esternamente dagli interessi del sempiterno signor B.

Il PD insomma non sembra comunque il partito morto e sepolto che oggi si dipinge: un’opposizione nel merito e delle nuove primarie possono lentamente riportalo in sella, a patto che sia disposto e dimenticare le dinamiche renziane di gestione del potere e di gioco al ribasso con le leadership populiste: niente più “o con me o contro di me”, niente più mancette elettorali, niente più ammiccamenti tipo “aiutiamoli a casa loro”. Insomma, un PD plurale, progressista e vicino ai lavoratori: è chiedere troppo per un partito che vuole essere di centro-sinistra?

Studio Scienze Politiche a Bologna, ma sono nato nelle lande nebbiose della Lombardia. Wittgenstein e Nanni Moretti mi hanno insegnato l'importanza delle parole, perciò scrivo.

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