2026 – Il silenzio degli aeroporti – Seconda parte

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“Complimenti.” disse il commissario Calcutta sbattendo una cartellina sulla scrivania del commissario Boschi. “Davvero i miei complimenti”, ribadì accompagnando il tutto con un applauso sarcastico.
Il commissario Boschi faticava a tenere gli occhi aperti anche se ormai erano le undici del mattino. L’immagine di quel cadavere avvolto nella plastica l’aveva tenuta sveglia tutta la notte. Si massaggiò gli occhi, poi un sospiro e un massaggio con indice e medio alla tempia destra. Infine rispose.
“Di che parla, Calcutta?”, disse avvicinandosi svogliatamente la cartellina.
“Del cadavere dell’aeroporto. Il caso è suo. A chi ha leccato il culo, stavolta?”
Il commissario Boschi si svegliò definitivamente. “Mio? Io non ho chiesto niente, non sapevo niente di questa riassegnazione.”
“Certo, come no. Pressioni dall’alto, mi hanno detto, e mezz’ora fa mi è arrivata la bella notizia che passavano il caso alla omicidi.”
“Vabbè, Calcutta, è un omicidio.”
“Non c’entra un cazzo, il caso era mio.”, rispose l’uomo scacciando due mosche che lo circumnavigavano da quando era entrato nella stanza.
“Ripeto, io non ho chiesto niente a nessuno, non so perché abbiano deciso di affidarlo a me.”
Mentre Calcutta lasciava la stanza lanciando bestemmie come coriandoli a carnevale, il commissario chiamò l’ispettore Bianconi.
“Caso nuovo, Bianconi. Di corsa dal medico legale.”

“No, però che diamine Boschi! Così goccioli dappertutto!”, urlò il dottor Ignazio Marino vedendo entrare il commissario Boschi.
“Sta piovendo, non sono idrorepellente.”, rispose il commissario. “Novità?”
“No eh. Non dirmi che del cadavere nel cellophane te ne occupi tu.”
“E invece te lo dico.”
“Oddio”, alzò gli occhi al cielo il medico. Marino non sopportava il commissario Boschi e tutti quelli della sua ex cricca democratica che anni prima avevano deciso di farlo fuori dal comune di Roma, sancendo così la fine della sua carriera politica. E non faceva nulla per nasconderlo. “Ma tu pensi davvero che io non abbia niente da fare?”
“Non lo penso, ma secondo me eri troppo curioso e l’autopsia l’hai fatta stanotte.”
Marino fece cenno di seguirlo. “Ecco il tuo uomo nel cellophane”, disse sollevando un telo verde. “I ragazzi stanno già lavorando per vedere se corrisponde a qualcuno di cui è stata denunciata la scomparsa. Approssimativamente direi che è morto una settimana fa. Quello che colava dal soffitto era sangue misto al liquido putrefattivo.”
Il commissario Boschi indietreggiò in preda ad una vertigine. “Come è morto?”, ebbe la forza di dire.
“Un colpo di pistola al cuore e uno al collo, che ha preso il pieno la giugulare.”
“È stato messo subito nel cellophane?”
“Secondo me sì. Comunque ti farò sapere se sulla plastica abbiamo trovato impronte e tutto il resto di quello che ti può servire. Ora togliti dalle palle e fammi lavorare.”

Pippo Civati vagava sotto la pioggia, cercando riparo tra portico e l’altro, ma il vento soffiava forte e la pioggia arrivava dovunque. Si sedette sulla soglia di un portone. Da lì, riusciva a intravedere Montecitorio. Stappò una birra sottomarca, si gettò in bocca due pillole e iniziò a tracannare. Quando si accorse che la bottiglia era vuota e che al posto della birra stava inghiottendo aria, riaprì gli occhi. Davanti a lui c’era un uomo, vestito male, coperto da un impermeabile chiaro e che teneva in mano l’ombrello giallo con le 5 stelle che il Governo dava in dotazione ad ogni cittadino all’inizio dell’autunno. “Sei Civati, pezzente?”, gli disse ostile. “Sì”, rispose lui alzandosi in piedi. Un calcio sullo sterno lo gettò di nuovo a terra. “Ti tengo d’occhio. Stai attento.”, disse l’uomo in impermeabile. E andò via.

Un cadavere senza nome. Ucciso con due colpi di pistola e infilato nel controsoffitto di un aeroporto. Erano ore che il commissario Boschi, alla flebile luce di una candela, leggeva il fascicolo che quella mattina il commissario Calcutta le aveva sbattuto sulla scrivania. Da quando erano saltati gli accordi nazionali con gli enti che si occupavano della produzione di energia elettrica, la luce di una lampadina era un lusso concesso solo agli ospedali. L’inaspettato suono del campanello, le fece rovesciare sul tavolo la tazza di latte che aveva in mano.
Si avvicinò alla porta, guardò dallo spioncino. Era il premier Di Battista. Aprì.
“A riveder le stelle, commissario Boschi.”
“A riveder le stelle, presidente.”
Di Battista entrò, facendo cenno alla sicurezza della milizia cinquestelle di restare fuori.
“Ho saputo quello che è successo ieri.”
“Vuoi un caffé?”
“No, grazie. Ultimamente ho la pressione un po’ alta.”
Il commissario Boschi mise ugualmente la moka sul fornello e accese il gas.
“Dicevo che ho saputo quello che è successo ieri.”
“E quindi?”
“E quindi volevo sapere di che si tratta.”
“Da quando un premier si preoccupa di quello che succede ad un semplice commissario di polizia?”
Di Battista sorrise. “Non fare finta di essere un semplice commissario di polizia. Tu sei una sorvegliata speciale, Boschi.”
“Non basta l’OVRAG a sorvegliarmi? Tu credi che non mi accorga di essere costantemente seguita dalla polizia politica?” (OVRAG: Organizzazione per la Vigilanza e la Repressione dell’Anti Grillismo)
“L’OVRAG non è fatta per nascondersi. È fatta per far sentire la sua presenza e incutere il giusto timore ai rivali politici.”
“Ah, ci sono ancora dei rivali politici per il MoVimento?”
“Viviamo in un paese libero. Finalmente non siamo più governati da un PD che ha affamato la gente, che ha ridotto le persone a…”
“Che vuoi? Parla chiaro.”, disse spazientita il commissario Boschi.
“Non parlarmi così, Boschi.”, la minacciò lui puntandole il dito.
“Ma cosa vuoi da me? Non ti basta quello che ho fatto? Ho rinnegato il passato, ho abiurato il PD, ho giurato fedeltà al Movimento 5 Stelle, ho firmato regolamenti, statuti, carte ad occhi chiusi, senza neanche leggerli, come fate tutti. Sono una di voi, Alessandro. Una di voi.”, scandì. “Cosa devo fare ancora?”
“Sai benissimo che non basta per essere una di noi.”, fece perentorio Di Battista. “Tuttavia non sono venuto qui a parlare di questo ma dell’increscioso fatto avvenuto ieri in aeroporto.”
“Increscioso fatto? È un omicidio, ne avvengono tanti, perché ti interessa?”
“Perché non vogliamo che la gente sia presa dal panico, non vogliamo che si diffonda la notizia.”
“Il commissario Calcutta mi ha detto che qualcuno, dall’alto, ha fatto pressione perché il caso fosse affidato a me. Ne sai qualcosa?”
“No. Non so neanche chi diavolo sia questo commissario Calcutta.”
“Un premier non dovrebbe certo occuparsi di questioni che riguardano il ministero degli interni…”
“Ti ho detto che non ne so niente.”, sbottò Di Battista. Guardò a terra, con aria pesante.
“Che hai? Sembri preoccupato.”
Lo era. Ma non lo disse. “Il caffè. Una tazza la prendo volentieri.”, cambiò idea lui.
Bevvero il caffè avvolti da un silenzio cimiteriale, guardando qualsiasi cosa che non fossero i loro occhi.
“Non lo sai fare il caffè, Boschi.”, disse Di Battista, appoggiando la tazzina sul tavolo. Si alzò, sistemò la sedia accanto al tavolo, si diresse verso la porta. “Ah, un’altra cosa: come è andato il viaggio di lavoro?”
“Un viaggio inutile, come tutti quelli che mi fate fare. Non ho ancora capito se sono un vice questore aggiunto della sezione Omicidi o un manichino da rappresentanza.”
“Rappresentanza? Non vorremmo mai essere rappresentati da te, Boschi.”
“Non venire mai più a casa mia.”, disse il commissario Boschi, glaciale.
Di Battista la guardò, sorrise con un solo lato della bocca, poi uscì.

Continua…

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