Pericle sta con Mattarella

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Chissà se Di Maio, nell’Atene democratica del V secolo, avrebbe chiesto l’impeachment a Pericle. Chissà come si sarebbe adoperato, piagnucolando e lagnandosi nelle piazze, accusando la casta, cambiando i programmi, imponendo trattati di governo e vincoli di mandato, gridando all’alto tradimento e ripresentandosi penitente, da buon chierichetto. E ve le immaginate poi le trattative di guerra in diretta streaming, le Boulè del cambiamento, i referendum sulla dracma?  E Dibba in camper sull’acropoli? Non farebbe di certo male riguardare una volta tanto all’origine, indagare il significato primordiale e autentico di democrazia. No, non farebbe male, ora che la chimera democratica siede insofferente al banco degli imputati, trasformata in un mostro terribile, sfigurata dalle maligne mani della destra Lepenista e Trumpista, dalla malafede grillina e faragista, dall’inquietante spettro di Cambridge Analytica.

Riderebbe sarcastico il buon Pericle dinnanzi a chi, tra i vincenti, pretende e impone una sovranità popolare senza limiti, dinnanzi a chi, tra i perdenti, strepita inorridito contro il popolo votante, balbettando in preda allo shock afasico del 4 dicembre. Eppure Tucidide lo aveva detto chiaramente (2,65,9): a Pericle la democrazia diretta faceva schifo. Non aveva bisogno di adulare il popolo, di blandirlo e lusingarlo, ma lo rimproverava in preda all’ira, e poteva farlo poiché il suo potere era legittimo, ottenuto per dignità ed intelletto. Erano gli altri, quelli scarsi, i perdenti, ad essere costretti per vincere e prevalere ad affidare al popolo ogni potere, a servirsi delle masse, carezzandole e onorandole. “Il popolo gode nell’affidare il potere al turpe” disse Seneca. E sempre variopinte, volubili, mostruose rimangono le masse, greggi maculate che non necessitano di un pastore che le segua ma di una guida che le diriga. Non è grande il politico che si fa meccanico portavoce della massa, ma quello che sa insegnare al popolo cosa gli può chiedere, quali sono i confini, quali sono i limiti. La storia pullula di esempi di questo tipo, dalla Svolta di Salerno alle trattative sull’articolo 7 della Costituzione. Le democrazie non crollano per l’ignoranza delle folle ma per l’inettitudine della classe politica: non c’è uomo che non abbia chiari i propri interessi e i propri fini ma pochi sono coloro che sanno vedere oltre, con preveggenza e lungimiranza, che sanno armonizzare le pretese e governarle, intravedendo ed insegnando un bene collettivo.

Il veto di Mattarella e le grida gialloverdi hanno chiamato all’opera centinaia di costituzionalisti, ci si è appellati agli articoli 11 e 117, si è ribadito l’articolo 92, si è invocato il 90, si è rimasti a discutere sulla legittimità dell’azione, si è parlato di interventismo e ostruzionismo, di servilismo e sovranismo. Eppure sarebbe bastato fermarsi al primo articolo della Costituzione: “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Quando la creatura democratica si fa aspra e cattiva, quando risorgono pulsioni viscerali e la ragione è sottomessa al talento allora forti devono resistere i limiti del patto sociale.

Pericle sta con Mattarella, checché ne dicano le stelline, e se davvero “in Italia abbiamo un problema di democrazia” forse esso consiste nel non averla capita fino in fondo. Non era Pericle ma Nerone l’amico del popolo e se, seguendo Gramsci, lasceremo cadere la parola “tiranno” e la sostituiremo con quella di “stupido”, faremo del passato storia contemporanea.

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