Buona Festa della Repubblica

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Fa caldo, non è ancora estate, ma appena il vento di fine primavera smette di soffiare il respiro viene a mancare e le fronti si imperlano di sudore. La vita del Paese continua, lenta, monotona ed inesorabile. Le autostrade cominciano a saturarsi di veicoli roventi diretti verso spiagge ancora più affollate con la sabbia raggrumata dal sale e dal sudore dei bagnanti in fila per un ombrellone. L’Italia vive, l’Italia lavora e si riposa in un 2 giugno che di sacro ha ormai ben poco. Manipoli di militari e poliziotti, con le divise ben stirate e i mezzi da guerra perfettamente lucidati hanno sfilato, sguardi duri e fissi, per i Fori Imperiali davanti a politici e politicanti accaldati ed assenti. L’Italia che si mette in mostra, l’Italia che prova a lavare via dalle proprie strade l’immondizia e lo sporco accumulatisi in questi ultimi mesi. Un défilé davanti allo specchio della propria stanza, belli per se stessi a trattenere il respiro per nascondere quella pancia che i mesi invernali hanno fatto crescere e che non sembra volersene andare.

Le bandiere si alzano, Tricolori innalzati verso un cielo azzurrissimo che sembra sfottere chi cerca di vederci nuvole nere e cariche di pioggia. Un azzurro ancora più carico di quello delle maglie della Nazionale; mai come oggi, nemmeno nel ’43, gli italiani desideravano marciare in Russia, ma si sa che in questa periferia d’Europa tante cose, nemmeno il calcio, funzionano. Anestetizzati, però, ci lasciamo inebetire dal movimento sinuoso che il vento impone a quel rettangolo di tela che dovrebbe rappresentarci. Un simbolo, niente di più. Un simbolo probabilmente svuotato di ogni senso da chi mai ha provato a capirlo.

Mentre vanno in fabbrica, in ufficio, al parco, al mare e in cassa-integrazione gli italiani sono dominati da quel senso di persecuzione e impotenza tipico dei popoli che non sanno guardarsi dentro. Cosa siamo? Siamo come l’hinterland di una grande città che d’un tratto è stato inglobato dalle sue tangenziali e dai suoi fumi. Rimembriamo quotidianamente un passato idealizzato e forse mai avvenuto, potremmo godere delle luci della città e invece corriamo a rintanarci nel buio delle taverne, un po’ a ricordare quando qui era tutta campagna.

La verità è che dai tempi del Governo Tambroni mai questa penisola è stata dominata, verbo che non ho scelto a caso, da uomini così reazionari e inquietanti. Eppure andiamo al mare contenti, mangiamo nelle trattorie di campagna con i parenti, felici perché finalmente abbiamo un governo, per giunta votato da tantissimi di noi, giacobini della restaurazione… una contraddizione allucinatoria. Ministri che fino a due giorni fa vomitavano insulti a ogni minoranza di questa terra, comunisti e libertari in primis. Ma mentre l’automobile si surriscalda, bloccata sulla A14 incenerita dal sole, e la radio suda nel riprodurre la voce trafelata dello speaker di IsoRadio, tutto questo evapora sul cofano rovente. I froci, i negri, gli handicappati che vogliono morire, le zecche dei centri sociali e quelle rompicoglioni di femministe non sono italiani. Gli italiani sono quelli che lavorano davvero, quelli seviziati da Equitalia, quelli disumanizzati dagli aguzzini dell’INPS, quelli che la Fornero tramava di distruggere, quelli che amano ordine e disciplina, quelli che vanno a messa ogni domenica, quelli che col cazzo loro figlia se la sposa un negro.

Ma ne siamo contenti, è la democrazia. Poco importa se, come i bambini sulla spiaggia tirano sassi verso l’orizzonte, i nostri ministri getteranno via oltre che i diritti, la dignità di tante persone. Poco importa se, a pochi giorni dalla Festa della Repubblica, milioni di italiani affilavano i forconi per andare a prendere il Capo dello Stato. Poco importa se le Frecce Tricolori oggi hanno sorvolato, dipingendo il cielo, un Paese che di rosso, bianco e verde ormai ha solo le bandiere issate per coprire quelle europee e i volti di chi si oppone a questo stillicidio di barbarie politiche.

Buona Festa della Repubblica.

Sigaretta o penna nella mia destra sono fiero del mio sognare e del mio scrivere. Sogno di cambiare il mondo, ma forse gli articoli, nel bene o nel male, me li scrive il gatto.

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