2026 – Il silenzio degli aeroporti – Quarta e ultima parte

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Sotto una pioggia gelida, il commissario Boschi e l’ispettore Bianconi arrivarono sul luogo del ritrovamento, un ammasso di vecchi cassonetti dell’immondizia in un vicolo dietro al ministero della giustizia grillina. Marino, il medico legale, e i ragazzi del suo laboratorio semiclandestino circondavano il cadavere, cercando tracce e analizzando il corpo coperti da tre ombrelli firmati cinquestelle.
“Anche ‘sto poveraccio avvolto nel cellophane, Boschi. Solo che stavolta il corpo è in buone condizioni, visto che sarà morto al massimo stamattina presto.”, disse il dottore al commissario. “Stavolta un solo colpo di pistola al petto è bastato per farlo fuori.”
“Chi ha trovato il corpo?”, chiese il commissario a Bianconi.
“Quell’uomo laggiù, sotto i portici. I colleghi gli stanno facendo qualche domanda.”
Quando il commissario gli fu vicino, non riuscì a nascondere la sorpresa.
“Fratoianni.”
L’uomo alzò lo sguardo, era sconvolto. “Cristo santo, Boschi. È mezz’ora che mi fanno domande del cazzo, falli smettere.”
Il commissario fece cenno agli agenti di andare via. “Cosa è successo?”
“Ancora? Stavo uscendo da lavoro – oggi ho fatto tardi – e avevo in mano dei giornali da buttare via. Mi sono avvicinato ai cassonetti e… e ho visto quel coso, quel corpo avvolto nella plastica.”
Il commissario gli mise una mano sul braccio.
“Come cazzo fai a fare questo lavoro?”, domandò Fratoianni.
“Ognuno ha il lavoro che si merita, adesso.”, rispose amara lei.

“C’è un pazzo che fa fuori degli onesti cittadini cinquestelle, la notizia è trapelata nonostante mi fossi raccomandato la massima discrezione e tu hai quella faccia lì?”
“Che faccia ho?”
Il presidente del consiglio grillino Di Battista era furioso. Rosso in volto, si agitava camminando avanti e indietro per il suo ufficio, mentre il commissario Boschi lo guardava a braccia conserte.
“La faccia di una a cui non gliene frega un cazzo.”
“Non so dove hai imparato che l’interesse per qualcosa o qualcuno di manifesti solo platealmente come fai tu.”
“Boschi, non rispondermi così perché…”
“Perché? Altrimenti che mi fai? Chiami il ministro degli interni Di Maio e mi fai licenziare?”
Lo disse di proposito, per provocarlo. Il commissario sapeva che Di Battista era agitato per la scomparsa del suo amico-nemico e compagno di mille avventure Luigi Di Maio.
“Luigi non ti avrebbe mai voluto salvare la pelle.”
“Dove vuoi arrivare? Al solito discorso per cui ti devo ringraziare per l’eternità per non avermi messo in gattabuia?”
“Lasciamo stare.”
“No, non lasciamo stare un cazzo perché mi sono stancat-”
“Di cosa ti sei stancata?” Lo sguardo minaccioso e pericolosamente vicino del premier cinquestelle la fecero indietreggiare. “Di cosa, Boschi? Di essere una privilegiata? DI ESSERLO SEMPRE STATA?”
Il commissario restò in silenzio, fissandolo attonita.
“Trovami chi ha ucciso questi due cittadini cinquestelle.”, disse infine Di Battista, ricomponendosi. “E fallo presto. Perché la gente, fuori, deve sentirsi al sicuro.”

La pioggia continuava a scendere da giorni, il cielo era così scuro che si faticava a distinguere la mattina dalla sera. Il commissario Boschi camminava lungo i margini di un Tevere ingrossato e impetuoso. Non le importava della pioggia, del trucco che colava sulle guance livide dal freddo, non le importava neanche di chi fosse l’assassino del cellophane. Aveva sbagliato tutto, forse. No, aveva sbagliato tutto sicuramente. Ma non si può fare il rewind della propria vita, si deve convivere con il peso dei propri errori, delle proprie scelte sbagliate, dei propri egoismi, piccoli e grandi. Si fermò. Guardò l’acqua del fiume muoversi concitatamente e produrre una nauseabonda schiuma giallastra.
“Maria Elena Boschi”, scandì una voce dietro di lei.
Lei si voltò lentamente, pigramente, non aveva neanche voglia di scoprire chi la stesse chiamando. Non aveva voglia di fare niente.
Faticò a riconoscere il suo vecchio compagno di partito Pippo Civati. Sporco, smunto, invecchiato, ingrigito. “Non ci credo, sei tu, sei proprio Maria Elena.”, disse l’uomo.
“Civati…”, mormorò lei.
“Che ci fai sotto il temporale, vicino al fiume? È pericoloso.”
“Quando sei uscito?”
“Da dove?”
“Beh, dal carcere…”
“Quale carcere? Io sono sempre stato libero.”
Il commissario piegò le labbra all’ingiù, in una smorfia di disorientamento.
“Ti ricordi del 2018, Maria Elena? O, forse, MEB, come ti piaceva farti chiamare?”
“Semplicemente era il mio acronimo.”, sorrise lei. “Preferirei non ricordare…”
“Ah, preferiresti non ricor – stai zitto, sto parlando io, fammi finire – non ricordare? ZITTOOO!”, urlò voltandosi verso il nulla- “STO PARLANDO IO, CAZZO! VOGLIO PARLARLE IO!”
“Giuseppe…”
“Scusalo, Maria Elena, si sovrappone sempre e non mi lascia parlare…”, disse Civati indicando il nulla.
“Ma c-certo, certo…”, lo assecondò il commissario.
“È un po’ di tempo che non sopporta quando la gente gli dice che è stato iscritto al PD…”
“Lo capisco, al giorno d’oggi è diffic-”
“Cosa??? Cosa è difficile? Vivere così. Vivere in mezzo alla strada. Non sapere dove andare a dormire o a mangiare.”
“Ti posso aiutare io, se me lo permetti…” Il commissario Boschi gli si avvicinò lentamente.
Civati tirò fuori una pistola da sotto l’impermeabile cencioso. “NON TI AVVICINARE! TI FACCIO FARE LA FINE DI TUTTI GLI ALTRI! – Stai zitto, amico mio, stai zitto, è una poliziotta, ti metti nei casini…”, sussurrò Civati alla sua allucinazione.
“Civati, state calmi tutti e due.”, disse il commissario Boschi, accondiscendente. “Che fine ha fatto fare agli altri?”
“Niente, Maria Elena, gli piace scherzare.”, rispose l’uomo gesticolando con la pistola. “Non ce l’abbiamo neanche, il cellophane, stasera. E poi non mi hai detto che sono stato del PD, perché dovrei spararti? TE L’HA DETTO, INVECE, TE L’HA DETTO! IL PASSATO NON SI CANCELLA! SPARA!”
E sparò. Un colpo, secco, uno solo.

“Apri gli occhi, sono io. Apri gli occhi, Boschi. Andiamocene.”
Il commissario, indolenzita, aprì le palpebre, sbattendole più volte per spostare la pioggia che le appannava la vista. A terra accanto a lei c’era Civati, mani e piedi legati e la pistola lontana. “Gli ho dato una botta in testa. Appena in tempo per deviare il colpo. Ti ha preso di striscio la spalla.”, disse Luigi Di Maio, aiutandola a rialzarsi.
“È lui l’assassino del cellophane. È Pippo Civati. Sembrava… era… invasato.”, rispose ancora confusa, il commissario Boschi.
“Ho fatto una telefonata anonima e la polizia sta arrivando.”
“Ma sono io la polizia.”, mormorò lei.
“Manderanno qualcun altro. Adesso andiamo, Boschi.”

Dall’alto del lungotevere, guardandosi indietro mentre Luigi Di Maio le apriva lo sportello dell’auto, il commissario vide il commissario Calcutta e i suoi uomini portare via Civati. Lo vide che si agitava, ma non poteva sentire il suo delirio. Tremava, il commissario. Guardò Di Maio, serio, una maschera, nel silenzio della notte romana. Un silenzio tetro, cattedralico, come quello di grande aeroporto vuoto.
Nella sua testa, invece, i pensieri si affastellavano, le domande si accumulavano una sopra l’altra, mentre lei avrebbe voluto silenzio anche lì, anche nella sua testa. La ferita bruciava. Sentì la mano di Di Maio sulla sua. Chiuse gli occhi, sperando di chiuderli anche al passato. Ma tanto sarebbe tornato. Il passato torna sempre.

Fine.

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