La Mafia al nord non esiste

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“Io posso uccidere, Tu devi tacere.” Questa intercettazione è una delle tante raccolte durante i due anni del più grande processo contro la mafia nel Nord Italia, il “Processo Aemilia”. Prima di poterne parlarne meticolosamente è necessario andare a ritroso nel tempo, precisamente al 2012. Quest’anno sarà per sempre ricordato per il terremoto che colpì l’Emilia-Romagna provocando molteplici danni ai centri abitati e alle imprese locali. Catastrofi come un sisma sono una fonte di guadagno ingente per gli imprenditori in quanto vengono indette gare d’appalto per la ricostruzione, un’occasione imperdibile di arricchimento per la criminalità organizzata. Ovviamente i mafiosi, per potersi assicurare la vittoria nei bandi pubblici, entrano in contatto con le amministrazioni del territorio. Solitamente questi influenzano le elezioni amministrative comunali designando un candidato sindaco che, una volta eletto, esegua i loro ordini, oppure corrompendo consiglieri comunali o sindaci già in carica. In Emilia-Romagna si sono verificate, soprattutto dopo l’insediamento n’dranghetista nel territorio, tentativi di infiltrazioni mafiose nella vita politica locale, esempio lampante è Brescello che, oltre ad essere famoso per i film di Don Camillo e Peppone, sarà il primo comune emiliano-romagnolo sciolto per mafia.

La presenza, certificata dalle intercettazioni, dell’ndrangheta nel territorio emiliano e il suo coinvolgimento, tramite imprenditori locali, nella ricostruzione post-sisma faranno scattare, il 28 gennaio 2015, la maxioperazione di polizia ribattezzata “OPERAZIONE AEMILIA”. Messa in atto dai comandi provinciali di Modena, Reggio Emilia, Parma e Piacenza, porterà all’arresto di 117 persone sui cui la Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna richiederà la custodia cautelare. Le accuse rivolte a questi signori sono molteplici infatti oltre alla associazione di stampo mafioso vengono anche segnalate l’estorsione, l’usura e il porto e detenzione d’armi illegale. Tra gli arresti risultano nomi di diversi imprenditori emiliani, ma sono principalmente due quelli a cui i media locali e nazionali riservano maggiore attenzione. Augusto Bianchini, proprietario dell’impresa edilizia Bianchini S.R.L e vincitore di diverse gare d’appalto per la ricostruzione post-terremoto, poi tornato in libertà e Giuseppe Iaquinta, padre del noto calciatore e campione del mondo Vincenzo anch’esso di nuovo libero. Inizialmente entrambi sono stati accusati di aver fatto affari con Nicolino Grande Aracri, boss dell’omonima cosca calabrese dei Grande Aracri di Cutro (Crotone), la cui n’drina è considerata una delle più importanti artefici dell’espansionismo criminale calabrese nel nord-Italia e all’estero, soprattutto in Germania. I contatti non sono avvenuti direttamente con il capoclan in prigione dal 2013, ma con Nicolino Sarcone, reggente della cosca mafiosa a Reggio Emilia, accusato di aver sostenuto alcuni candidati nel territorio per conto dei Grande Aracri e con Michele Bolognino, l’organizzatore dell’associazione mafiosa, legata al clan, smantellata durante il blitz della polizia. Ovviamente non potevano mancare arresti di politici come il consigliere comunale forzista di Reggio Emilia Giuseppe Pagliani.

Il 23 marzo 2016 comincia il maxiprocesso contro l’ndrangheta “emiliana” portato avanti dai pubblici ministeri della DDA del capoluogo emiliano-romagnolo Beatrice Ronchi e Marco Mescolini. L’elemento che più colpisce è l’allestimento dell’aula bunker all’interno del cortile del Tribunale di Reggio Emilia, come accadde a Palermo tra il 1986 e il 1992. Gli imputati chiamati alla sbarra sono 147 che successivamente diverranno 151, inclusi i personaggi già citati in precedenza.  189 sono i capi d’imputazione previsti di cui il più importante è il reato di associazione mafiosa a cui si aggiungono anche quelli legati al settore edile come il riciclaggio di denaro sporco, ricettazione e reimpiego di denaro di provenienza delittuosa in attività illecite. Queste ultime imputazioni rimarcano fortemente l’evoluzione che le associazioni mafiose hanno avuto con il passare degli anni ovvero da organizzazioni di stampo militare in vere e proprie imprese criminali che controllano l’economia dei territori in cui si sono insediati; hanno sostituito le armi e le bombe con la ventiquattrore e gli assegni bancari. Ad oggi 21 maggio 2018 sono passati più di due anni dall’inizio del processo Aemilia, la cui imponenza è manifestata da una serie di dati che il quotidiano Repubblica riporta: 162 udienze, 1300 testimoni, circa una dozzina di pentiti e novantacinquemila pagine di trascrizioni. Un percorso disseminato di momenti di tensione che si sta avviando alla sua fase finale. La notizia riportata oggi da diverse testate giornalistiche riguarda la decisione dei PM di richiedere pene che vanno da un minimo di 6 anni ad un massimo di 30 a seconda della gravità del reato. Entro la fine di luglio verranno emanate le sentenze definitive.

 Infine, questo maxiprocesso rappresenta una vittoria schiacciante delle istituzioni non solo da un punto di vista penale ma anche economico-sociale. Emerge un sistema marcio e cancerogeno messo in piedi dalle quattro mafie che non solo sta rendendo impossibile lo sviluppo del meridione ma sta intaccando, già da molti anni, il sistema economico-imprenditoriale e sociale dell’Italia settentrionale. Nonostante una progressiva consapevolezza su questo tema, spesso si sente dire che la mafia al nord non esiste, oppure si pensa che questa problematica riguardi solo il mezzogiorno. Si invitano calorosamente questi “Saggi” ad abbandonare il regno della fantasia per cominciare a guardare la realtà da un’altra prospettiva e di contribuire al mantenimento di una società fondata sulla legalità.

PS: Se siete interessati a seguire l’andamento del processo, vi lascio i siti web in cui potete avere tutte le novità riguardanti il processo AEMILIA.

https://www.processoaemilia.com/

https://svegliatiaemilia.wordpress.com/

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