Chi è causa del suo mal pianga sé stesso

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Pianga la sinistra, piangano gli ottimisti della prima ora: il sogno di una socialdemocrazia includente e dialogante – quello incarnato dal Partito Democratico – si è sfaldato sotto il peso delle proprie inadempienze. La Storia ha assicurato le chiavi del proprio destino in ben altre mani: quelle dell’ambiguità di personaggi senza colore, quelle di un trasversalismo pigliatutto che pare aver sancito il definitivo superamento delle tradizionali fratture ideologiche.

Ma pianga per sé stesso soprattutto l’uomo di sinistra – artefice più o meno consapevole del suo stesso incubo – ormai rigurgito di un sistema a lui totalmente estraneo e vittima sacrificale che olia gli ingranaggi più che collaudati del consenso verso l’antipolitica ora al governo. Alla ricerca della propria dimensione in una realtà che non gli appartiene – proprio come uno di quei personaggi da bildungsroman – squadra il nuovo mondo attraverso la lente della diffidenza, in balia delle proprie convinzioni adolescenziali ed accecato da un inconcludente senso di superiorità. Una superiorità radicata nell’adolescenza renziana, che porta l’uomo di sinistra a percepirsi come vittima del susseguirsi degli eventi, come l’assolto d’eccellenza dalla Storia, come l’ultimo vero argine contro la piena deriva populista.

E dai (pochi) banchi dell’opposizione non una seria ammissione di colpa, non una costruttiva presa di coscienza: solo la solita indecifrabilità di un politichese riadattato – per l’occasione – ai toni dell’opposizione. Dall’impenetrabilità della sua torre d’avorio, il giovane Holden della politica italiana continua a minimizzare le proprie colpe nonostante la storia gli abbia dato torto, continua a rimpiangere un passato recente tutt’altro che glorioso lamentandosi di come questi non siano esattamente i giorni repubblicani più felici. Le dinamiche della “sinistra che frigna” –  le stesse che hanno consegnato il Paese a chi, seppure a modo suo, ha saputo avvicinarsi agli umori del popolo – si rivelano essere molto più che un semplice campanilismo. E quindi l’analisi della sconfitta – mantra della sinistra che non si prende mai troppo sul serio – si profila invece come un’imprescindibile necessità, un atto d’umiltà da cui ripartire mettendo da parte gli orgogli, le divisioni ed una retorica ormai consunta. Il popolo guarda ormai altrove e non di certo alla sinistra di palazzo, ma a chi ha saputo offrire una visione accessibile – seppur fortemente distorta – di un mondo in cui la giustizia sociale è elargibile sottoforma di reddito di cittadinanza, in cui il problema della disoccupazione coincide con la questione dell’immigrazione.

Ma chi è causa del suo mal, pianga sé stesso. La sinistra continua ad evitare l’appuntamento con la storia, arrampicandosi su impalcature di fumo costruite al di sopra del mondo reale. E stigmatizzare il populismo alla stregua di una delle dieci piaghe d’Egitto risulta essere fuorviante, oltre che controproducente. Le locuste grilline e salviniane non sono di certo frutto del sadismo di un dio biblico, ma sono nate e si sono moltiplicate nutrendosi di quella vuotezza torricelliana di idee e contenuti di un linguaggio evanescente a cui il sistema precedente ci aveva abituato.

Lavoro e diritti sociali, si riparta da queste due parole d’ordine. Si riparta da un progetto a lungo termine che richiami a sé i delusi e gli emarginati. Non si offrano soluzioni semplicistiche, né soluzioni troppo intellettualizzate, ma una coerente e concreta visione sul lungo periodo che non si frantumi nella propria inconsistenza.

 

 

 

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