Il grillismo che c’era: il Fronte dell’Uomo Qualunque

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Qualunquista è un termine che usiamo e sentiamo usare spesso per descrivere chi è indifferente nei confronti della vita politica e sociale. Ed è un termine che è stato utilizzato altrettanto spesso dagli avversari politici del Movimento 5 Stelle per sminuire i grillini.
Negli anni ’40 del Novecento, in Italia, qualunquista era un attributo più specifico che stava ad indicare i simpatizzanti del “Fronte dell’uomo qualunque”, un movimento anti-sistema fondato dallo scrittore e drammaturgo e tanto altro Guglielmo Giannini. L’essere anti-sistema è da sempre il vessillo, il vanto proprio del Movimento 5 Stelle.
In effetti, per certi versi, le idee del Movimento 5 Stelle non sono originalissime.
Seppur con le dovute differenze, relative – tra le altre cose – al contesto storico, sociale e politico tra il dopoguerra e il durante/post berlusconismo, il Fronte di Giannini e il Movimento di Grillo delle origini sono accostabili.
Innanzitutto, la scelta originaria di non usare la parola “partito” sottolinea la volontà di prendere le distanze, anzi proprio di rigettare e disprezzare la logica partitica: un anti-partitismo che oggi è più genericamente definito “anti-politica”.

Una manifestazione del Movimento 5 Stelle

Poi, come accennato sopra, c’è la spinta anti-sistema: il Fronte dell’Uomo Qualunque teorizza uno Stato tecnico amministrativo per il quale “basterebbe un ragioniere”, come diceva Giannini. Il Movimento 5 Stelle auspica, invece, una democrazia diretta in cui sia il cittadino a prendere le decisioni. È comunque forte in entrambi i movimenti il totale aborrimento per i cosiddetti politici di professione, espressione di una volontà lontana da quella popolare bensì di una volontà di partito, di pochi, del “sistema”, appunto.
Nel punto in comune della spinta anti-sistema risiede, tuttavia, anche la differenza più grande: la democrazia diretta e partecipativa proposta dal grillismo, in cui “uno vale uno” e chiunque ha il diritto di prendere decisioni di politica energetica o di salute pubblica o di validità costituzionale delle leggi, è totalmente contrapposta al “solo e ardente desiderio che nessuno gli rompa le scatole” dell’Uomo Qualunque.

Giannini con una copia del settimanale “L’uomo qualunque”, fondato nel 1944. Nella testata è raffigurato un torchio (la classe politica) che schiaccia l’uomo qualunque. Il settimanale arriverà a vendere 850 mila copie.

Ancora, un altro punto in comune tra i due movimenti è la regola del mandato unico: il ragioniere che doveva occuparsi dello Stato secondo la concezione di Giannini doveva farlo per un solo anno. Per il grillismo (delle origini, questa regola non vale già più) gli eletti sono legati dall’obbligo di un solo mandato.
Il Fronte di Giannini diede il via alla pratica della storpiatura dei nomi degli avversari: Calamandrei divenne Caccamandrei, Vinciguerra si trasformò in Perdiguerra; nel grillismo ecco che abbiamo Renzie, Nano malefico, Maria Elena Etruria. Può sembrare una piccolezza, in realtà è una precisa modalità di affrontare il rivale politico sminuendolo e delegittimandolo sul piano personale e accattivandosi le simpatie del popolo ricorrendo ad un registro comico-umoristico che fa colpo sugli scontenti.
E proprio parlando di scontenti, veniamo al punto cruciale: sia il Fronte dell’Uomo Qualunque che il Movimento 5 Stelle hanno fatto presa su un innegabile disagio. L’italiano del dopoguerra è scontento, frustrato, insoddisfatto e lacerato dalla povertà; l’italiano di oggi non è lacerato dai postumi di una guerra ma è altrettanto deluso, inappagato e arrabbiato per la crisi economica, la disoccupazione o la precarietà del lavoro. Fronte e M5S non hanno fatto altro che convogliare questa rabbia nell’antipolitica che è poi sfociata in un abbastanza generico e ostile “dire no”.

L’attuale leader del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio saluta la folla

Il Fronte di Giannini alla fine divenne un partito politico proprio come lo è diventato il Movimento ma durò solo qualche anno, esaurendosi nel nulla. Il Movimento ora – distaccatosi dallo storico leader e uomo immagine Beppe Grillo – è, invece, più che mai forte, legittimato da una vittoria alle elezioni politiche del 2018 che tuttavia lo ha costretto ad un’alleanza (anche se guai a chiamarla così, loro preferiscono contratto di governo) con la Lega di Matteo Salvini (altra vincitrice morale delle scorse politiche), che sta mettendo in luce le contraddizioni di un partito nato dalla rabbia iconoclasta che deve necessariamente mutarsi in costruttore e gestore della cosa pubblica.

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