I dolori della giovane Virginia Raggi

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Da quando è salita in Campidoglio, nel giugno 2016, Virginia Raggi non ha mai passato una settimana tranquilla. Si sa, governare Roma non è un gioco, non lo è mai stato neanche per politici più navigati. Tuttavia, l’impressione che si ha dopo due anni di governo cinquestelle della Capitale è che l’impresa si sia dimostrata più ardua del previsto. Al netto di difficoltà oggettive nella gestione di un città complessa, enorme, opaca e sempre sotto la lente d’ingrandimento, è evidente che la giovane avvocato di Appio Latino abbia pagato l’inesperienza, il pressappochismo di chi la affianca e la consiglia e l’inadeguatezza ad un ruolo che poteva essere una vetrina importante anche per palcoscenici politici nazionali ma che invece la condannerà – con tutta probabilità – ad una feroce damnatio memoriae.

Virginia Raggi emozionata il giorno del suo insediamento

L’aver sfidato in campagna elettorale un rivale poco convincente a sinistra (ricordate il pasionario Giachetti?) e un centrodestra clamorosamente diviso, le spianarono la strada verso una vittoria clamorosa in ballottaggio con il 67,15% dei voti, che le permisero di diventare il sindaco più giovane della storia di Roma e il primo sindaco donna. Due attributi che le regalarono clamore mediatico anche all’estero e che misero in luce le doti poliglotte della stellina del movimento contrapposte ironicamente all’“afasia british” dell’allora premier Matteo Renzi. E poi?

Virginia Raggi

E poi poco altro, perché il tempo dei proclami di venti che sarebbero cambiati e della rivoluzione democratica e onesta del Movimento è finito presto e bisognava passare ai fatti. Tra nomine traballanti, emergenze rifiuti e scandali giudiziari, Virginia non si è fatta mancare niente. L’ultimo in ordine di tempo è l’affaire stadio della Roma con la sua ondata di arresti, corrotti e corruttori. Al di là di ciò che accadrà e delle responsabilità che emergeranno o non emergeranno dalle indagini, una cosa salta all’occhio: Virginia Raggi è sola. Il suo partito, del quale lei servilmente sbandiera sostegno, in realtà non c’è. Non c’è mai stato, se non per le classiche frasi di circostanza. E l’impressione è che, non avendo già dall’inizio in mente una squadra di governo ben definita, lei abbia lasciato un po’ al caso, ai suggerimenti e – a dispetto del cambiamento declamato in campagna elettorale – anche un po’ allo status quo i nomi di chi l’avrebbe aiutata nel governo della Capitale. “Io gliel’ho presentato, poi ha deciso lei.”, ha detto qualche giorno fa il ministro grillino della giustizia Bonafede a proposito di Lanzalone. Come a dire, “è colpa sua che ha scelto male.” Una totale mancanza di sostegno politico che rischia di isolare ulteriormente il sindaco e di lasciarla sola a nuotare nel mare di guai in cui galleggia da quando si è insediata. In politica vale tutto e probabilmente la strategia cinquestelle è quella di svicolarsi dall’amministrazione capitolina per mantenere l’attenzione (e la credibilità politica) sul governo centrale, scaricando le responsabilità su un soggetto ormai divenuto mediaticamente debole  come la Raggi. Mors tua vita mea, insomma, una strategia consolidata (e, visti gli indici di gradimento sempre altissimi, anche ben funzionante) di sopravvivenza agli scandali, alle contraddizioni, alle lacune che il M5S sta mostrando.

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