Un boomerang afferrato male: le reazioni al sondaggio Casta-Fico e il divario tra ironia e ingenuità

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La caratteristica che contraddistingue le formazioni politiche che sono risultate vittoriose nell’ultima tornata elettorale è l’accuratezza della comunicazione tramite social network: con la soppressione del finanziamento pubblico ai partiti il centro di gravità della comunicazione politica non è più la piazza o la televisione, verso cui il pubblico sembra aver sviluppato ormai una forma di allergia, ma è la rete, dove con costi ridotti si può catturare il consenso di un’audience vastissima. Saper sfruttare al meglio la propaganda via social è diventata quindi una variabile pesantissima per conquistare punti nei sondaggi. (Esempio positivo: il Vinci Salvini, mettendo tanti like-commenti-condivisioni ai post del leader della Lega si può vincere un caffè in sua compagnia o una sua telefonata; esempio negativo: le sciagurate card del Partito Democratico – come dimenticare le interchattazioni tra Berlusconi e Salvini?). Il partito che meglio di ogni altro ha saputo sfruttare internet è, ovviamente, il Movimento 5 Stelle: con un semplice post o con un video in diretta i pentastellati riescono quasi sistematicamente a catalizzare l’opinione pubblica e a dettare l’agenda politica. Proprio per questo motivo ha fatto enorme scalpore la figuraccia social di ieri pomeriggio.

Breve riepilogo: la pagina ufficiale dei grillini lancia questo sondaggio “Noi pensiamo che i vitalizi siano un privilegio indecente e Roberto Fico si sta impegnando per eliminarli. La casta non è d’accordo e addirittura vorrebbe denunciarlo per questo. VOI DA CHE PARTE STATE?”. Si poteva scegliere un’edizione primo-repubblicana dell’A-Team  con Bertinotti, D’Alema, De Mita e Pomicino oppure il sopracitato Fico. Per le prime due ore il sondaggio si confermava come il tipico caso di plebiscito pentastellato, ma a un certo punto numerose pagine satiriche (in primo luogo quelle dell’asse Socialisti Guadenti, Eurocrati, Hipster Democratici) hanno iniziato una campagna di trolling che ha ribaltato il risultato: clamorosamente Casta batteva Fico 63-37. Il vero scivolone grillino, tuttavia, non consiste tanto nel risultato del sondaggio quanto nella decisione improvvida di cancellarlo. Ovviamente questa azione ha un’eco smisurata e si trasforma nel caso politico del giorno. L’aspetto sottovalutato di questa vicenda è la vastissima varietà delle percezioni che essa ha ricevuto: pochissimi infatti si sono resi conto che il sabotaggio del sondaggio è stato un atto assolutamente goliardico di un gruppetto di pagine satiriche. Gli articoli di giornale, le reazioni politiche e i commenti sui social della gente comune non considerano minimamente questa faccia della medaglia: la riflessione che ha dato vita alla campagna di trolling non era “vitalizi sì – vitalizi no” ma “possibile che la pagina Facebook ufficiale del maggiore partito politico italiano faccia sondaggi così ridicoli?”. Nessuno tra i media mainstream ha posto l’accento su questo aspetto.

Le reazioni dell’opposizione sono state, se possibile, ancora più imbarazzanti del sondaggio stesso: la deputata dem Morani ha sfoggiato un campionario degno dei migliori indignados scrivendo “Quando i sondaggi non vanno come vuole il M5s guardate cosa succede!!! Lo hanno tolto!!! Si può essere più ridicoli???”, il suo collega Nobili afferma invece che “Il risultato del sondaggio ufficiale M5S dimostra che anche chi li ha votati non vuole prese in giro. Ora che sono al potere si aspettano reddito di cittadinanza e flat tax non certo caccia ai migranti e propaganda sui vitalizi. Chi di casta ferisce, quando diventa casta, perisce”. Bersaglio completamente sbagliato, insomma.

Anche leggendo i commenti su Facebook il panorama che emerge è allucinante: tantissime persone furibonde accusano chi ha votato per la casta di essere dei reazionari, di voler conservare privilegi immeritati e di essere la causa dello sfacelo nazionale. Probabilmente questa categoria di commenti si può definire addirittura moderata, se si prende invece in esame le numerose grida al complotto: l’articolo e i sondaggi sono fasulli, programmati ad arte per screditare il Movimento 5 Stelle – straordinaria lucidità per gente che credeva alle bufale su Laura Boldrini, Giobbe Covatta, ecc.La riflessione che a questo punto diventa necessaria è: abbiamo smarrito lo spirito critico e non sappiamo – tutti – interpretare una notizia?, basta davvero una minima dose di ironia per mandare in cortocircuito milioni di persone?, siamo così assuefatti dalle fake news da non riuscire a distinguere un meme da una notizia?. A quanto pare sì, e il sondaggio sulla pagina dell’M5S non è l’unico caso.

Poche settimane fa – era ancora il periodo delle consultazioni – gli Eurocrati pubblicarono un finto tweet della Camera dei Deputati in cui c’era scritto “Luigi Di Maio, per te X-Factor finisce qui. #stacce”. Il vero ufficio stampa della Camera intervenne per specificare che si trattava di un fake, con tanto di richiesta di rimuovere il contenuto. Il paradossale compromesso fu l’aggiunta dell’avviso “Per i giornalisti che ci seguono, si tratta di un fake. (Incredibile, dobbiamo pure scriverlo)”.

Si è creato un enorme – e difficilmente colmabile – divario tra gli utenti più giovani e i più grandi: i primi hanno interiorizzato le dinamiche dei meme e la fenomenologia della loro ironia (oltre a esserne molto spesso creatori), mentre i secondi hanno un ruolo di semplici e non sempre consapevoli fruitori.

Una probabile chiave di lettura per situazioni del genere è che il pubblico over-30 di Facebook è cresciuto a pane e televisione, e pertanto è totalmente passivo nel ricevere un’informazione. Si presenta quindi un doppio binario: a causa dei numerosi scandali che hanno minato la classe politica negli ultimi anni, l’informazione ufficiale – quella dei principali telegiornali e dei grandi quotidiani come La Repubblica, il Corriere, e via dicendo – viene considerata quasi a prescindere come menzognera, mentre le notizie che giungono da fonti verso le quali si è sviluppata empatia e fiducia vengono accolte acriticamente. Questo schema vale soprattutto per l’elettorato anti-sistema, ma non solo: la pagina Matteo Renzi News è diventata il contenitore-dem delle notizie in stile “questo i grandi giornali non ve lo dicono”, ed è anche opportuno ricordare come ai tempi della campagna elettorale referendaria molte seguitissime pagine apolitiche (sui Simpson, sulle barzellette, sulle ricette) iniziarono a produrre contenuti in favore del Sì al referendum con temi e toni del tutto affini a quelli grillini.

Una classe dirigente formatasi tra gli anni Ottanta e i primi anni Duemila non può che avere tremende difficoltà nel gestire un tessuto così intricato come quello dei social network, e per questo motivo i partiti tradizionali hanno un ritardo mostruoso nella comunicazione via social. Inseguire i movimenti anti-sistema sul loro stesso campo è una strategia pericolosa, infruttuosa e che soprattutto abbassa ulteriormente il livello del dibattito politico. Per poter recuperare il primo passo deve essere inevitabilmente la potatura dei rami vecchi, che hanno esaurito ormai del tutto la loro credibilità, in secondo luogo, una classe dirigente ringiovanita dovrebbe sì muoversi nel mondo virtuale, ma ha l’obbligo di scendere per le strade: è solo nella concretezza delle grandi mobilitazioni, infatti, (pensiamo ai Gay Pride o alle marce in America contro le armi e contro le discriminazioni razziali), che si creano comunità e che si risveglia la sonnecchiante opinione pubblica. Fare opposizione a colpi di pop corn e presunzione, acclamando tweet sarcastici ed hashtag aggressivi, non aiuta certamente a recuperare consenso ma è invece l’ennesima prova di una classe politica abbandonata all’inerzia.

 

di Vito Ladisa

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