Iuventa – Il coraggio di una generazione

in Appunti cinefili di

Se fossi stato io il regista di Iuventa, forse avrei iniziato il film con una inquadratura del protagonista mentre annaspa fra le onde, senza vedere niente all’orizzonte di un mare sconfinato. Solo, tra i flutti di un Mondo che sente sempre più lontano. Ma “Iuventa” non è un film. È una fotografia, scattata in mezzo al mare della disperazione, di fronte a lacrime e a sorrisi: è la storia di chi vuole resistere.

“Iuventa” è un documentario del 2018, diretto da Michele Cinque e prodotto dall’equipaggio stesso della nave. Sì, perché è di una nave che stiamo parlando: la Iuventa, appunto; un ex peschereccio che è ritornato a solcare il Mar Mediterraneo con l’obiettivo di salvare vite.

Da un semplice crowdfunding, la Iuventa, foto di Cesar Dezfuli

Jugend Rettet, “gioventù che salva”, è l’organizzazione non governativa tedesca proprietaria dell’imbarcazione. Un gruppo di studenti e non che attraverso un crowdfunding è riuscito a coronare il sogno – o si potrebbe dire, perseguire la vocazione umanitaria – di salvare vite tra i flutti del Mediterraneo. Michele Cinque ha avuto modo – ci tiene a ricordarlo, da regista a loro sconosciuto e con un film all’attivo – di imbarcarsi sulla Iuventa per due volte, prima nel 2016, poi nel 2017, per filmare le operazioni di search and rescue della Jugend Rettet nel Mediterraneo centrale. La sua telecamera ha assistito l’equipaggio nelle “mansioni” di tutti i giorni, filmando i momenti di calma e quelli più concitati: dai salvataggi in mare alle risate sotto il sole.

La gioventù che salva

Siamo nel luglio 2016, ad inizio film. Porto di Malta. Seguiamo le operazioni di carico della nave. L’equipaggio si passa a catena cartoni di acqua mentre un ritmo heavy metal scandisce il loro lavoro. Quasi un’anticipazione della catena che vedremo più tardi dove le bottigliette d’acqua saranno sostituite da esseri umani. È la calma prima della tempesta. L’equipaggio si esercita per i salvataggi: ripetono nozioni di base, come gettare i giubbotti se la nave dovesse iniziare ad affondare e si cimentano in un goffo tentativo di respirazione bocca a bocca. Ridono, tutti quanti. Piani sequenza che vogliono lasciarci intendere il nervosismo di una generazione messa di fronte al fenomeno più drammatico di questo secolo, lasciata sola all’ombra dei palazzi di Bruxelles, dove le generazioni più adulte perdono ogni giorno di più il contatto con la realtà. Sì, perché fin dall’inizio lo scopo dichiarato – necessariamente politico – della Jugend Rettet è quello di colmare un vuoto – questo sì, umanitario – lasciato dalle istituzioni europee con politiche migratorie fallimentari, attraverso azioni che trasudano messaggi di speranza: il futuro può essere diverso.

Col proseguire delle scene, la dimensione umana, fragile, quindi, di un mondo alla deriva, ci viene mostrata nelle acque del Mediterraneo. Equipaggio e migranti si contendono la scena in un susseguirsi di emozioni: la disperazione di bambine che si gettano di peso sul gommone, i silenzi dell’equipaggio e delle loro sigarette, quando si trovano di fronte ai primi cadaveri; e ancora, le riprese sul ponte che illuminano sorrisi inaspettati in un angolo buio del pianeta Terra. “Qua il mare è blu” commenta un quindicenne raccolto da un barcone alla deriva “In Libia è nero.” Giusto per ricordarci che nelle spiagge libiche non ci sono biglietterie per crociere, soltanto campi di lavoro e concentramento, fosse comuni dove si è morti fin quando non si sale su un barcone.

Magliette casuali ci ricordano cosa non c’è in Africa, foto di Cesar Dezfuli

Testimonianze perse nell’ipocrisia dell’opposizione politica italiana, quelle dei lager libici, ignorate dai più e dimenticate dai pochi. Ecco, forse da questi stralci di notizia può partire la vera opposizione. Ammissioni di colpa, ammende, di una classe politica intera che ha preteso di risolvere il fenomeno migratorio costruendo un muro alto come quello di Trump e letale tanto quanto quello di Salvini: quello dei fondi alla guardia libica, ai trafficanti e agli schiavisti. Diffondere il messaggio di una realtà diversa da quella che ci narrano i telegiornali o i social, di una realtà mortale per chiunque rimanga, di case loro in cui, ancora, non possono essere aiutati.

La vicenda della Iuventa – forse lo sapete – non si conclude esattamente con l’inizio dell’Inverno e la fine degli sbarchi. Il 2 agosto 2017, con la scusa di un controllo, la nave viene sequestrata a seguito di un’inchiesta della procura di Trapani: contatti con gli scafisti. L’ombra di sospetto sulle ONG provoca il collasso dell’intero sistema di salvataggi in Libia: migliaia di morti dal 2017 ad oggi.

Ad aprile 2018, Trapani conferma il sequestro. Qualche mese dopo, l‘antimafia di Palermo chiede l’archiviazione del caso contro le ONG: non è stato trovato niente, eppure la Iuventa rimane in mano alla giustizia.

Il coraggio di una generazione

Chiedendovi perdono per le troppe parole, che nella loro verbosità vorrebbero cercare di trasmettere le sensazioni che solo l’occhio e la mente possono suscitare, permettetemi di concludere con una riflessione.

Non è tanto l’avanzata delle destre xenofobe a preoccupare, quanto l’impotenza di fronte ad un sempre più trasversale sentimento anti-umanitario, declinato in finti nazionalismi in cerca di consenso nei salotti del potere. Di fronte a questi fatti, i ventenni di Iuventa ci lanciano un messaggio. Un messaggio di speranza, che qualcosa possa cambiare finché di fronte a questa onda ci siamo noi: giovani studenti e lavoratori che davanti all’odio puntiamo i piedi e imponiamo un cambiamento alla società. Ma, per farlo, dovremo lasciare parole e azioni sui muri di un paese che si stanno trasformando sempre di più in nero cemento armato, chiuso e vuoto.

Di fronte all’odio, serve una gioventù che salva.

#freeiuventa

Se scavi in profondità, se arrivi davvero in fondo, se provi ad ascoltare anche solo con un orecchio, tutti hanno qualcosa da dire. Forse anche io.

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