L’eredità sovietica del blocco di Visegrad

in Fragile Europa di

Uno degli innumerevoli motivi di fragilità del moderno edificio europeo è senz’altro rappresentato dall’atteggiamento nazionalista e anti-migranti del gruppo di Paesi est-europei noto come blocco di Visegrad, di cui fanno parte la Polonia, la Repubblica Ceca, la Slovacchia e l’Ungheria. Il gruppo è nato nel 1991 proprio per accelerare il processo di integrazione europea dopo la caduta dell’URSS ed è oggi il principale avversario interno dell’Unione; ma quanto ha influito la loro storia di dominazione sulla nascita di queste criticità?

POLONIA: TRA OSCURANTISMO E AUTORITARISMO
La Polonia è il più importante Paese est-europeo ed è attualmente guidata da Mateusz Morawiecki esponente del PiS (“Legge e Giustizia”, partito conservatore e nazionalista al governo dal 2015 guidato da Jaroslaw Kaczynski, leader de facto del Paese). In questi giorni è entrata in vigore la discussa riforma della giustizia che di fatto sottomette il potere giudiziario al governo, e il partito ha fatto parlare di sé anche per le posizioni fortemente antiabortiste e di fermo rifiuto di qualsiasi tipo di famiglia non tradizionale. Le direttive che emergono da questo breve quadro sono due: autoritarismo e forte conservatorismo sociale. Se il primo è riconducibile all’eredità comunista, l’origine del secondo sta nella Chiesa Cattolica e nel suo forte radicamento nel territorio polacco. La Polonia conobbe la repressione sovietica nel 1956, dopo la rivolta degli operai a Poznan, e avviò da lì in poi un processo di distensione (più di facciata che altro) incarnata da Wladyslaw Gomulka; nel 1968 tuttavia sulla scia dell’esempio cecoslovacco gli studenti di Varsavia scesero in piazza contro la soffocante censura del Partito e riportarono alla luce la modalità violenta di gestione del potere dell’élite dominante. Adam Michnik, giornalista e protagonista del ’68 polacco, scrisse nel 1981: “Le principali caratteristiche della minacciosa e brutale ideologia che nel 1968 guidò l’élite polacca furono l’autoritarismo, il populismo e la xenofobia.” Tre caratteristiche che oggi costituiscono l’essenza della classe dirigente di destra, che sembra avere incorporato un discorso culturale cattolico e oscurantista dentro a modi di potere direttamente ereditati dall’era sovietica, conciliando così le due anime del Paese e assicurandosi una larghissima popolarità.

CECHIA E SLOVACCHIA: QUEL CHE RESTA DELLA PRIMAVERA
Il vento populista dell’Est non ha risparmiato l’ex repubblica Cecoslovacca: il governo di Praga è da circa un mese guidato dal miliardario Andrej Babis, leader del partito populista e di tendenze liberali ANO. Babis è stato sospettato di reati fiscali e possiede i principali giornali del Paese. In Slovacchia il governo è retto da una maggioranza che mette insieme gli ultranazionalisti del SNS e i socialdemocratici del SMER, il cui leader Robert Fico ha da tempo deciso di seguire le orme di Orban e del populismo europeo con prese di posizione contro le quote dei migranti e antimusulmane; si è recentemente dimesso dopo l’assassinio di Jàn Kuciak, giornalista che indagava sui rapporti con la ‘ndrangheta proprio del partito di Fico. Difficile ritrovare in questo quadro tracce del sessantotto praghese, quel momento praticamente inedito nella moderna storia europea quando il tentativo di costruire un “socialismo dal volto umano” guidato da Alexander Dubcek fu stroncato dai carri armati sovietici e dei Paesi del Patto di Varsavia. La Primavera di Praga contrapponeva il riformismo alla centralizzazione sovietica senza tuttavia mettere mai in discussione le basi del socialismo reale: la reazione sovietica a una tale imperdonabile eterodossia non si fece attendere, ciò che invece non arrivo mai fu la solidarietà del movimento sessantottino occidentale, troppo impegnato a sognare il maoismo per vedere che il più avanzato esperimento socialista del tempo si stava compiendo proprio nel cuore dell’Europa, a Praga. Ecco che tutte le energie sprigionate in quei mesi si spensero, soffocate dalla normalizzazione sovietica e ignorate dalla borghesia euroatlantica e ciò che poteva diventare un’eccezione positiva seguì lo stesso triste destino degli altri Paesi della regione.

UNGHERIA: LA LEADERSHIP RITROVATA
Il premier ungherese Viktor Orban si è di fatto conquistato il posto di leader del blocco contro l’UE in nome della sovranità e della difesa dal “piano di islamizzazione dell’Europa”. Insieme al suo partito, Fidesz, è al governo dal 2010, essendo stato riconfermato per due volte consecutive, e gode ovviamente di ampissima popolarità. Orban si è reso celebre nel mondo per una serie di iniziative e dichiarazioni perlomeno discutibili: dalla costruzione di un muro con la Slovenia per bloccare i migranti alle recenti leggi anti-Soros, il leader ungherese si è abilmente costruito il ruolo di riferimento nazionalista e iperconservatore all’interno dell’Unione, divenendo un faro per i populisti di destra di tutto il continente, da Le Pen a Salvini. L’Ungheria sta dunque vivendo oggi una fase di relativo protagonismo politico, soprattutto grazie all’abilità del suo leader, lo stesso protagonismo che cercava di raggiungere nei primi anni ‘50 quando dopo la morte di Stalin fu il primo Paese del blocco sovietico a sperimentare alcune caute liberalizzazioni, sotto la guida di Imre Nagy. Tale tentativo era ovviamente inaccettabile per l’URSS e dopo la cacciata di Nagy si svilupparono proteste che si trasformarono in un vero e proprio movimento rivoluzionario antisovietico, represso con un durissimo intervento militare dai russi nel 1956. L’Ungheria è il Paese che ha subito più duramente l’imperialismo sovietico ed è stato di conseguenza uno dei più convinti difensori della sovranità nazionale; Orban e la sua ideologia simil-fascista, che mette al centro della vita politica la indissolubile comunità magiara con la sua religione, la sua lingua e le sue tradizioni, è riuscito a incrociare perfettamente questo sentimento, tanto che durante la cerimonia per i 60 anni della rivolta del ’56 ha dichiarato “Per l’Ungheria l’UE è come l’URSS”.

Studio Scienze Politiche a Bologna, ma sono nato nelle lande nebbiose della Lombardia. Wittgenstein e Nanni Moretti mi hanno insegnato l'importanza delle parole, perciò scrivo.

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