Cosa dice il Diritto sui salvataggi in mare?

in Immigrazione di

In settimane in cui il discorso politico appare quanto mai ipotecato dal dibattito frenetico sulla questione migratoria, fare chiarezza sulle autentiche responsabilità nella gestione del prevedibile incremento delle traversate nella rotta del Mediterraneo centrale, appare particolarmente difficile. I frequenti scontri tra i principali leader degli Stati coinvolti sono scanditi dalle reciproche accuse di venir meno ai propri obblighi di fronte al diritto internazionale e di assumere un comportamento cinico di fronte all’emergenza umanitaria. Lasciando per un attimo da parte dibattiti e speculazioni sugli aspetti più marcatamente politici di tali responsabilità, per fare chiarezza sulla legittimità delle politiche messe in atto  può essere utile chiedere aiuto al Diritto, che va applicate per lo meno finché non si sceglierà di modificarne le regole.

In una delle ultime note che la Guardia Costiera italiana ha indirizzato alle ONG che ancora solcano le acque del Mediterraneo, viene disposto che d’ora in avanti, ai sensi della Convenzione SOLAS, i comandanti di navi che si trovano nella zona antistante la Libia, dovranno rivolgersi al Centro di Tripoli e alla Guardia Costiera libica per richiedere soccorso. In buona sostanza, con questa nota la GC ha messo nero su bianco il proprio rifiuto ad assumere il coordinamento di tutte le operazioni di ricerca e salvataggio in maniera indiscriminata.

 Ma cosa dispone quella Convenzione citata dalla Guardia Costiera Italiana per legittimare tale rifiuto?  Prima di tutto è utile precisare che si tratta di un codice definito dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite, che conta attualmente 174 Stati Membri (tra i quali figurano sia l’Italia che la Libia) e 3 Membri Associati. La International Convention for the Safety of life at Sea è stata varata nel 1979 ed emendata nel 2004, proprio al fine di disciplinare le novità emerse a seguito dell’incremento delle migrazioni sulle rotte marittime dal continente africano. Il testo emendato contiene numerose risposte circa le responsabilità di Paesi ed entità coinvolte.

Già nelle premesse, la Risoluzione si rifà alle disposizioni contenute nella International Convention on Maritime Search and Rescue (SAR) che sancisce il dovere di fornire assistenza ad ogni persona in condizione di afflizione (distress) in mare, indipendentemente dalla sua nazionalità o dal suo status. In un fondamentale allegato a tale risoluzione sono poi indicate le Linee guida sul Trattamento delle persone salvate in mare, che si pongono l’obiettivo di fornire a Governi e navi, delucidazioni sui loro obblighi umanitari nella gestione del soccorso. Tra i principi più vigorosamente ribaditi, due appaiono particolarmente illuminanti: in primo luogo, all’obbligo dei Comandanti delle navi di fornire assistenza, deve corrispondere l’obbligo dei Governi degli Stati Membri dell’IMO di coordinarsi e cooperare al fine di sollevare i Comandanti dall’onere di assicurare cure ulteriori ai sopravvissuti. Questo significa che non può essere responsabilità dei Comandanti assicurare cure e trattamenti ai sopravvissuti se non per quel che attiene alle operazioni di salvataggio e di primo soccorso. Farsi carico di cure più approfondite e  occuparsi della collocazione dei sopravvissuti è compito delle autorità governative, chiamate a farsene carico nel più breve tempo possibile. In secondo luogo, viene disposto altrettanto chiaramente che le navi che hanno soccorso persone in condizioni di sofferenza hanno il diritto e il dovere di condurle in un luogo sicuro (place of safety).

Ed ecco riemergere la questione cruciale: a chi spetta il compito di indicare alla nave il luogo sicuro in cui terminare il suo viaggio? La risoluzione afferma in maniera inequivocabile che tale compito spetta al Governo responsabile della regione SAR presso cui i sopravvissuti sono stati ritrovati. È senz’altro vero quindi, che ciascuno Stato debba assumersi la responsabilità del coordinamento dei soccorsi nella zona SAR di sua competenza, ma la Risoluzione dispone altrettanto chiaramente l’obbligo di ogni Stato di farsi carico del soccorso ad ogni tipo di incidente, anche qualora questo si verifichi al di fuori della propria area SAR, finché lo Stato responsabile o un altro Stato meglio situato non se ne saranno fatti carico, avendo sempre chiare le priorità di sbarco dei sopravvissuti in un luogo sicuro nel più breve tempo possibile. Qualora dovessero emergere questioni non direttamente legate al salvataggio, ogni Stato deve comunque essere pronto ad ospitare, anche temporaneamente i sopravvissuti, mentre tali questioni (per esempio quelle legate allo status dei migranti o alla loro collocazione) vengono risolte. Inoltre, anche se l’UNCLOS (United Nations Convention on the Law of the Sea) non chiarisce se esista o meno il diritto ad entrare in qualsiasi porto per una nave in condizioni di afflizione, il diritto internazionale consuetudinario contempla il diritto universale, seppur non assoluto, all’ingresso in qualsiasi porto qualora le persone a bordo siano esposte a pericoli. Uno Stato costiero può quindi esercitare il diritto di rifiutare l’accesso ai suoi porti ma solo nel caso in cui la nave rappresenti un serio e inaccettabile pericolo di natura ambientale, securitaria o legata alla salute della popolazione, e può farlo solo dopo che la sicurezza delle persone a bordo sia stata assicurata.

Allora fa bene la GC italiana (e l’accordo sottoscritto all’unanimità al Consiglio europeo del 28 e 29 giugno) a ordinare ai comandanti delle navi di non opporre resistenza e di eseguire le disposizioni dell’omologa libica quando questa chiede di riportare indietro i migranti? La risposta che emerge dalla lettura della Convenzione è negativa. La Libia, in quanto Paese Membro dell’IMO, avrebbe il compito di coordinare le operazioni nella propria aerea di competenza e di indicare sul proprio territorio il luogo sicuro in cui far sbarcare navi e sopravvissuti ai naufragi. Il problema ad oggi ineliminabile è che la Libia non è in grado di indicare luoghi di attracco che soddisfino i requisiti del “luogo sicuro”. Perché, come esplicitato dalle Linee Guida, un luogo può essere definito sicuro a condizione che, “la sicurezza della vita dei sopravvissuti non sia più minacciata e … i loro bisogni umani fondamentali possano essere soddisfatti”.

Non solo quindi, risulta illegittimo lasciare che navi che hanno affrontato operazioni di salvataggio rimangano ostaggio delle acque e della negoziazione politica, senza procedere all’immediata messa in sicurezza delle persone a bordo (messa in sicurezza che comporta ben altri interventi che non l’invio di viveri fino a nuovo esaurimento e di qualche medico e infermiere su motovedette); altrettanto illegittimo appare il fingere di ignorare che la Libia non sia in condizione di proteggere la vita di chi scappa proprio dai suoi lager, coi segni delle torture ancora ben visibili e ormai documentati ovunque.

L’osservanza della legge, almeno a voler dar credito ai principi di un ordine internazionale fondato sul diritto, non può essere sospesa per cause legate a una posizione geografica che si vorrebbe diversa o alla storia recente di vere o presunte negligenze subìte da parte di chi di responsabilità ne avrebbe altrettante. Sospendere il rispetto della legge per assumere una posizione negoziale più forte è un vizio da cui la politica si è lasciata sedurre in ogni tempo ma ogni volta che lo ha fatto, è immancabilmente diventata barbarie.

Per approfondire, ecco le convenzioni sulle quali si basa questo articolo: International Convention on Maritime Search and Rescue, 1979; International Convention for the safety of life at sea, 1974; Convention on Facilitation of International Maritime Traffic, 1965.

Un articolo di Costanza Lomaglio

1 Comment

  1. giusto tutto questo ma non puo’ valere per chi il pericolo se lo produce volontariamente per poi farsi soccorere aLLORA A QUETA GENTE QUANDO SIANO AVVISATI DICENDO LORO ..SE VOI PARTITE E’ A VOSTRO RISCIO QUINDI VALUTATE LA COSA

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*