La Gig Economy in Italia – Reportage

in Politica/Reportage di
Un reportage di The Subway Wall, di Nicola Pozzato e Nicolò Boschetti

A Bologna è venerdì sera. Sono le nove e ancora il sole non è scomparso dietro i palazzi della Bolognina, oltre la Corticella, dove il profilo della città si appiana nelle vaste verdi distese della Pianura Padana. Il caldo di giugno si corica piano sui sampietrini e l’asfalto, stanco si distende e riposa. Le strade brulicano di voci, persone, schiamazzi, da un palco in piazza Verdi si parla di politica ed economia, al parco del Cavaticcio centinaia di ragazzi attendono il concerto dei Pinguini Tattici Nucleari. Passeggiamo svogliati, via Rizzoli, Marconi, Lame. E’ ora di cena perché Bologna, città del nord, ha orari meridionali: si mangia tardi e si esce alle undici. E che è ora di cena lo capisci presto: dalle finestre spalancate senti un vago tintinnio di stoviglie, nei tavoli in strada la gente beve e fuma e cominci a scorgere, tra gli autobus e i palazzi, le sagome colorate dei fattorini. Ci sono il verde e argento di Deliveroo, il fuxia di Foodora, il giallo e verde di Glovo e le forme caleidoscopiche di Just Eat. Li chiamano riders, li vedi correre in bici tra le curve e il traffico, attaccati al telefono da cui ricevono ordini e indicazioni, portando sulle spalle una larga borsa termica, di forma cubica e con i colori aziendali. Il concetto è facile, il lavoro un po’ meno.

La piattaforma digitale riceve gli ordini, li inoltra ai ristoratori ed invia un fattorino, il fattorino ritira l’ordinazione e la porta a destinazione. Apparentemente banale. Più o meno come succedeva fino a qualche anno fa quando, se volevi una pizza chiamavi il ristorante e dopo mezz’ora arrivava il ragazzo in motorino. Solo che poi le cose sono un po’ cambiate. Si è pensato che faceva più figo usare l’app, dove vedi tutti i ristoranti con annesse recensioni, valutazioni, critiche, foto, elogi etc. Si è pensato che la brioche è meglio mangiarsela in pigiama, ordinandola appena spenta la sveglia e che anche alle quattro del mattino può  venir voglia di un panino alla cotoletta. Si è pensato poi che portare la pizza non è nemmeno un vero lavoro, è piuttosto un “lavoretto”, una faccenduccia per arrotondare lo stipendio e pagarsi una birra in più il sabato sera. E così è arrivato il rider, una sorta di ciappinaro del XXI secolo che passa le serate a ricevere ordini e ad effettuare consegne.

Ne vediamo uno in una laterale di via Lame. Sta aspettando che il ristorante sforni le pizze che è stato mandato a ritirare. E’ un ragazzo robusto e ben allenato, carnagione scura e accento meridionale.

Un cartello contro l’algoritmo alla marcia dei riders a Bologna il 1° Maggio 2018

Indossa i vestiti e i guanti di Deliveroo e accetta volentieri di scambiare qualche parola con noi. Ci racconta di fare il fattorino da qualche mese e di trovarsi tutto sommato bene. Lo stipendio è misero per carità, 6.5€ lordi all’ora e 0,80€ netti a consegna, “ma chi è pagato a cottimo sta peggio” dice, poi del resto per pagarsi gli studi va anche bene, “non come chi lo fa per lavoro”. Sì, perché in effetti quello non è un lavoro, tanto che al momento della compilazione del modulo per candidarsi come rider alcune piattaforme chiedono espressamente la “professione”. Il ragazzo ci racconta di aver lavorato tanto e guadagnato bene per i primi tre mesi, anche 500-600 euro al mese, “poi però  mi sono messo a studiare e sono sceso nel ranking”. Lo guardiamo confusi e lui sorride. Ci spiega di avere un contratto da lavoratore autonomo ma che la sua libertà nella scelta dei tempi dipende dal ranking: il lunedì si scelgono i turni per la settimana tramite una specifica app, i lavoratori sono divisi in tre scaglioni in base al ranking e prenotano i turni in tre diverse fasce orarie, i primi si pigliano tutto, gli ultimi raccattano quello che rimane. E chi stabilisce in quale scaglione si rientra? Lo stabilisce il ranking, ma come esso lo stabilisca non è un granché chiaro.

Di certo lavorare di più e meglio aiuta a scalare la classifica, ma sembra che stare buoni e zitti sia altrettanto importante: chi ha provato a scioperare pare sia caduto irreversibilmente nel terzo scaglione. Quello del rider è un lavoro pericoloso: per guadagnare di più devi correre di più, e piccoli e grandi incidenti sono all’ordine del giorno. “A Milano un ragazzo ha perso una gamba e l’assicurazione ci garantisce poca roba, se perdo un braccio mi devo accontentare di 25000 euro”. Le pizze escono, il ragazzo ci saluta e noi continuiamo la nostra passeggiata.

Ormai la notte è scesa e la sola luce dei lampioni rischiara le ombre. Entriamo in un piccolo locale sulla strada. I tavoli sono tutti apparecchiati, coperti di tovaglie bianche e gialle, ma seduto a mangiare non c’è nessuno. In un angolo stanno seduti i due giovani gestori, un ragazzo e una ragazza sulla trentina, lei ben truccata e vestita, lui indossa ancora il grembiule da cucina. Fanno i conti della giornata mentre sul bancone una macchina stampa gli ordini da Justeat, Deliveroo e Sgnam. La scena che abbiamo dinnanzi agli occhi è un emblema dei tempi che corrono. Chiediamo loro di spiegarci come si trovano a lavorare con le piattaforme di food delivery, se è per loro un guadagno, se gli porta clienti. Ci risponde lui con uno sguardo rassegnato “diciamo che soldi non ne fai e soldi non ne perdi, loro si prendono il 27-28% e tra tasse e spese ti rimane ben poco, forse ti danno un po’ di visibilità, quella sì, ogni cento che ordinano uno viene poi a mangiar qua”. Passiamo la serata a chiedere informazioni e a trascrivere dati. Un ristorante cinese ci dice di pagare il 23% alla piattaforma, un pizzaiolo pakistano afferma di dare il 13% e di lasciare il 20% al fattorino che lavora per lui infine un nordafricano aspetta seduto sulla bici e ci racconta di avere un fisso da 6€ l’ora.

Il mondo del food delivering, e della gig economy in generale, è un’intricata e anarchica giungla di contratti, accordi e stipendi diversi, ogni piattaforma ha le sue regole, ogni lavoratore il suo trattamento. C’è chi ha un dispacher (ovvero colui che gestisce, indirizza e controlla i riders) a cui può  elemosinare qualche turno se è rimasto senza, c’è chi non ha mai visto i propri superiori, né in fase di selezione né al momento di ritirare l’attrezzatura aziendale. E’ un sistema fluido e liquido dove il lavoro è opzionale e occasionale, dove non esistono contratti collettivi e i padroni sono lontani ed evanescenti, transumanati nei paradisi fiscali e digitali.

Diventare un rider

Per capirne qualcosa in più abbiamo deciso di candidarci per un posto da rider e abbiamo contattato tutte le maggiori aziende di food delivery. Dopo due giorni ci risponde Deliveroo e ci avvisa che siamo stati selezionati, ci invita a mandare i nostri documenti e così facciamo. Passano una ventina di secondi e ci arriva un’e-mail con il contratto da firmare. La prima cosa che si dichiara è che questo è un lavoro autonomo senza eterodirezione e senza subordinazione, e perciò  il rider non è obbligato a lavorare e non ha vincoli di fedeltà, ma è anzi libero di avere contratti con le aziende concorrenti. Arrivati al punto in cui si parla del compenso, però , ci accorgiamo che c’è qualche differenza rispetto a quanto riferito dal rider con cui abbiamo parlato: nessuna voce parla di reddito fisso ma si dichiara che il lavoratore verrà pagato 5€ lordi a consegna, quindi a cottimo. Inoltre notiamo che non c’è alcun riferimento al cosiddetto “incentivo minimi ordini” con cui, secondo quanto riporta il sito informativo dell’azienda, Deliveroo si impegnerebbe a garantire un corrispettivo di 7,5€ lordi all’ora anche in assenza di ordini. In sintesi, il contratto che ci viene offerto è un contratto completamente a cottimo di lavoro autonomo.

Le tipologie di contratto

Ma qualificare precisamente di che lavoro si tratta, se sia lavoro autonomo puro, collaborazione o persino lavoro subordinato, non è affare di poco conto. La maggior parte dei contratti offerti ai riders, ci spiega l’avvocata del lavoro Stefania Mangione, sono contratti di collaborazione continuativa, i celebri co.co.co, contratti cioè che prevedono un “coordinamento” tra lavoratore e datore di lavoro ma non implicano il potere direttivo e disciplinare di quest’ultimo. Esistono poi contratti di lavoro autonomo “puro” come quello che ci è stato presentato da Deliveroo. Tanto per chiarire, queste due forme contrattuali sono le meno costose e le meno tutelate: se da una parte infatti la legge non fissa alcun minimo salariale per il lavoro autonomo, dall’altra la norma che stabiliva il minimo salariale per i contratti co.co.co è stata abrogata dal Jobs Act nel 2015. Ma c’è di più, con il Jobs Act sono stati eliminati anche gli articoli da 61 a 69 della legge Biagi che garantivano tutele e diritti a chi avesse contratti di collaborazione. Nelle falle del diritto del lavoro, quindi, la Gig Economy trova terreno fertile per assumere lavoratori a basso prezzo e a basse tutele e non può essere una soluzione, come propose in un primo momento il ministro Di Maio, stabilire un salario minimo garantito per i riders. Un’operazione simile, infatti, comporta un rischio molteplice. Innanzitutto si rischia di ridurre la questione a qualche euro in più, quando invece servono tutele, diritti, norme sul recesso del rapporto: “anche in presenza di un equo compenso” afferma infatti l’avvocata Mangione “non verrebbe sciolto il nodo dell’enorme squilibrio di potere che caratterizza i rapporti di lavoro nella Gig economy, non essendo previste la tutela della libertà a partire dal principio di giustificatezza del recesso.”

In secondo luogo, poi, si corre il pericolo di ottenere un salario minimo inferiore a quello stabilito dal Contratto Collettivo Nazionale del settore. Non è un fattore trascurabile, tanto più che la giurisprudenza continua a considerare il salario minimo del contratto nazionale l’unico in grado di garantire “un’esistenza libera e dignitosa” come prevede l’articolo 36 della Costituzione. Ma il caso è più complesso. Ad analizzare la natura del lavoro svolto sembrano emergere alcuni elementi che farebbero pensare a un vero e proprio lavoro subordinato che, quindi, dovrebbe essere regolato dallo Statuto dei Lavoratori. E’ una questione posta nel processo contro Foodora svoltosi a Torino  e respinta dal giudice con una discutibilissima sentenza. I riders tentarono di dimostrare, in quel processo, che il rapporto di lavoro intrattenuto con la piattaforma Foodora non si risolveva in una semplice collaborazione bensì in una effettiva subordinazione, caratterizzata dall’emanazione di ordini specifici e dall’esercizio di una assidua vigilanza. Secondo i riders la piattaforma praticava su di essi un costante controllo, li richiamava se tardavano ad accettare l’ordine e li obbligava a concludere la consegna in tempi stabiliti, seguendo il percorso indicato dal GPS. Ma anche altre ragioni farebbero pensare a un lavoro subordinato: a Bologna un rider fu licenziato dalla sua piattaforma per aver concluso la consegna con la tuta di un’altra azienda. Ora, se l’articolo 2105 del Codice Civile impone al lavoratore subordinato l’obbligo di fedeltà, non è così per un collaboratore, e meno ancora per un lavoratore autonomo. In breve, ci sono alcuni presupposti per credere che i riders svolgano un lavoro subordinato, e se così fosse avrebbero diritto al salario minimo del Contratto Collettivo e alle tutele dello Statuto. Di certo la sentenza di Torino non sarà l’ultima né l’unica: troppi sono i problemi aperti, troppe le incongruenze. E’ opportuno ribadire, però, che la classificazione dei fattorini come “lavoratori subordinati” non si può svolgere per decreto ministeriale, ma è necessaria una modifica in maniera estensiva della nozione stessa di lavoro subordinato. Su questo Stefania Mangione è chiarissima: “Non puoi decidere di portare i riders al lavoro subordinato. O lo sono o non lo sono. Nessuno può decidere che un lavoro è subordinato o autonomo, non lo possono decidere le parti, né la legge. Se arriva una legge e dice “i riders sono tutti subordinati” e non lo sono, non va bene. Bisognerebbe invece tenere un piano per cui tutte le modalità lavorative abbiano uno zoccolo di tutela così che anche un lavoro autonomo abbia delle norme sul recesso e un salario minimo.” “Sarebbe comunque necessario” continua “quanto meno  stabilire un plafond di diritti fondamentali da applicare a tutte le forme di lavoro personale, indipendentemente dalla natura autonoma o subordinata del rapporto, come avviene nella nota Carta dei diritti fondamentali della CGIL e come previsto nella recentissima Carta dei diritti dei riders firmata a Bologna”.

E Di Maio?

Quello che il Ministro del Lavoro cerca di presentare come un problema di facile risoluzione, ovvero l’inquadramento degli impiegati della gig economy, in particolare i riders, è invece una questione che fin dalla nascita del concetto di “pony-express” ha lasciato perplessi lavoratori, datori di lavoro e giuslavoristi. Non a caso il proclama di risolvere la questione a colpi di decreto ha indispettito non poco sia le “sorelle” del food delivery, sia i sindacati che, in questa vicenda, sembrano essere ancora dei comprimari (dopotutto ricordiamo bene il rapporto tra Movimento 5 Stelle e Sindacati).

Di Maio si trova ad un bivio e, incapace di scegliere la strada da percorrere, al momento ancora punta a tutta velocità verso il cippo che divide i due sentieri. Da una parte rimanere aggrappato alla logica “renziana” che vorrebbe i maggiori player della gig economy come macchine creatrici di occupazione (poco importa delle sue caratteristiche, l’importante è che riducano gli indici di disoccupazione); dall’altra assecondare l’istinto poco pragmatico e molto giacobino di una parte del suo partito. Questo dilemma interiore lo porta a rimandare, a cambiare stile di comunicazione e interlocutore, a sventolare decretispauracchio senza, alla fine, raggiungere nessun chiaro risultato. La questione non è tecnica e marginale come potrebbe sembrare ad una prima occhiata. L’intenzione del Ministero del Lavoro è cambiare la nozione stessa di lavoro subordinato per portare anche i riders all’interno di quella categoria. Un’operazione simile comporta rischi enormi, per l’intero sistema coinvolto, dai lavoratori ai player del food delivery fino ai sindacati che si troverebbero dinnanzi ad un’evoluzione del mercato in cui non vengono interpellati.   Da un lato le aziende, per voce dei propri amministratori delegati, minacciano di abbandonare il mercato italiano per impossibilità a mantenere il business redditizio in simili condizioni. Dall’altro lato i sindacati stessi sembrano comprendere che una decisione simile non possa generarsi dalla smania di Di Maio di urlare al mondo “ma io sono un ministro vero!”. Infine, i diretti interessati, come sempre interpellati quasi di malavoglia dalle parti, faticano ad apparire come un corpo unico; i riders, a differenza di chi lo vorrebbe, non sono la nuova classe operaia dell’economia 4.0.

Proprio nella comprensione di ciò  che sono i protagonisti della gig economy italiana cade il numero tre di questo governo. Su circa 650 000 addetti solo 150 000 utilizzano piattaforme come Foodora o Deliveroo come unica fonte di reddito. È indubbia la necessità di definire una dottrina ad-hoc da adottare per regolamentare l’infinità di tipologie di collaborazione che legano i lavoratori ai datori di lavoro, ma i colpi di machete rischiano di essere deleteri.

Altro elemento che rischia di rendere ancor più rischioso questo interesse principalmente mediatico per la gig economy è l’incapacità di comprendere come i riders siano sì gli esponenti più in vista di quella realtà, ma anche che essi non rappresentano più del 10% (secondo i dati dell’INPS) dei lavoratori a chiamata. Di Maio non ha detto nulla di sbagliato definendo i riders come “il simbolo di una generazione abbandonata, che a volte non ha neanche una tutela minima.“, anzi. Forse ha posto l’accento su una questione che i tre governi precedenti avevano snobbato o addirittura favorito in nome di una politica del lavoro tesa più alle statistiche che ai diritti (sigh). Il problema è che la gig economy non può  geneticamente funzionare se sottoposta ad un’unica grande regola che accomuni il “lavoro a chiamata” al “lavoro subordinato”.

La questione culturale di cui parla il Ministro è una questione che non si ferma alla gig economy, ma investe il concetto stesso di lavoro. Le rivendicazioni dei riders sono rivendicazioni che dovrebbero essere superflue. Pretendere un monte ore garantito, un salario minimo, una copertura assicurativa contro infortunio e malattia, contributi previdenziali, divieto del cottimo e diritti sindacali non è da pazzi bolscevichi che bussano alla porta dell’industriale con spranghe e moschetti, è da lavoratori consci di ciò  che dovrebbe spettargli. L’errore del Governo Conte non sta nel pretendere dagli attori della gig economy il rispetto dei lavoratori e dei loro diritti, sta nel non inserire questa sacrosanta battaglia in una discussione di civiltà che non si può  condurre senza imporre all’intero sistema economico, politico e sindacale una revisione delle prospettive sul lungo termine e una presa di coscienza di come negli ultimi anni in tema di diritti e tutele si sia tornati indietro in nome della mera salvaguardia degli indicatori. Il tema all’ordine del giorno non è solo un rider che perde una gamba nel tentativo di non essere punito dall’algoritmo; i punti fondamentali sono il perché si è permesso al suo datore di lavoro di arrivare a quel punto, il perché un ragazzo di vent’anni debba rischiare la vita per anni prima che la politica si accorga che è sprovvisto di tutele assicurative e, soprattutto, che idea di lavoro si vuole che vinca in questo Paese. 

La carta dei diritti di Bologna, un piccolo passo avanti

Certo è che se realmente il Ministro intendesse concedere ai riders le migliori condizioni possibili non ignorerebbe, come ha fatto finora, la carta dei diritti firmata a Bologna dalle piattaforme Sgnam e Mymenu, dall’amministrazione comunale e dai sindacati confederali. Una carta che rappresenta un successo per i lavoratori e un’avanguardia per i diritti ma con una pecca grande, per il ministro quasi insopportabile: l’essere stata ottenuta da un’amministrazione PD e dai sindacati tradizionali (una freddezza non dissimile da quella dimostrata nei confronti della legge su questo tema della Regione Lazio). Sui riders Di Maio non è il primo, ma esige il primato, e lo otterrà senza troppa fatica giacché dal Partito Democratico non si muove alcuna rivendicazione rispetto alla Carta di Bologna. Ma dopotutto  una rivendicazione corale non avrebbe neppure molto senso dal momento che la Carta restituisce in parte proprio i diritti che il PD, ex partito del lavoro, ha razziato. Innanzitutto il diritto a un compenso equo e dignitoso, in linea con i minimi del contratto collettivo del settore, praticamente una restaurazione della norma salariale delle co.co.co. introdotta dalla Fornero e cancellata dal Jobs Act. Ma ci sono anche il divieto di licenziare senza giusta causa, il diritto di non eseguire la prestazione in condizioni meteorologiche pericolose, un’indennità per il lavoro notturno e festivo, la trasparenza del rating, il diritto al conflitto e all’organizzazione sindacale. Ora, se nelle ultime settimane le aziende di food delivering hanno concesso aperture alla paga oraria, al pagamento dei contributi Inps e alla cancellazione degli algoritmi, è tuttavia innegabile che le stesse abbiano rifiutato di sottoscrivere la Carta dei diritti di Bologna, opponendosi innanzitutto alla regolazione del compenso secondo i minimi contrattuali. C’è perciò da chiedersi quanto effettivamente il fervore operaista di Di Maio dovrà inchinarsi alle pretese delle aziende che nella Carta di Bologna hanno visto vacillare la premessa essenziale del loro profitto: il lavoro a basso prezzo.

Uno scontro politicamente sterile

Come abbiamo già scritto Di Maio cerca in questa operazione un piccolo trofeo da mettere nella sede del Movimento 5 Stelle, qualcosa per poter provare a guardare, non a testa alta, ma almeno negli occhi il suo scomodo ed enorme alleato Salvini. Ciò non significa che non possano esserci anche intenti nobili nel suo tentativo di regolamentare la gig economy, ma forse, a preoccupare maggiormente è proprio la gestione di questa lotta da parte del maggiore partito di opposizione, quel partito che un tempo affermava di ergersi a difensore dei lavoratori, degli ultimi, degli sfruttati: il Partito Democratico.

Se si osservano le “contromisure” dell’opposizione a questo tentativo grillino di giocare in solitaria la partita dei riders si nota una sempre maggiore frammentazione delle strategie e soprattutto del substrato ideologico alla base delle stesse. Zingaretti da una parte, il Piemonte dall’altra, i renziani nel bunker che sventolano copie del Jobs Act gridando al capolavoro e tanti personaggi in cerca di identità che non sanno bene come porsi nei confronti di tutta la vicenda, visto che non bastano asettiche dichiarazioni negli studi di Myrta Merlino per dire di avere una strategia. Dopotutto, conviene alla sinistra (con la esse tremendamente minuscola) schierarsi con i lavoratori della gig economy? Sembra una domanda idiota, quasi retoricamente stucchevole; è ovvio che la sinistra deve schierarsi con i lavoratori, specialmente questo genere di lavoratori, così abbandonati a loro stessi. Eppure negli ultimi anni è avvenuto il contrario (e i consensi elettorali lo certificano impietosamente) con una lotta per i diritti dei lavoratori, lotta che dovrebbe essere nel DNA del Partito Democratico, sempre più affievolita e annacquata.

Ben prima che gli italiani potessero immaginare un governo Lega-5 stelle, la maggioranza dem aveva, di striscio, fornito una finta soluzione al problema contrattuale dei riders (e insieme a loro dei lavoratori di Uber, ecc.) con il Jobs Act.  All’articolo 2 comma 1 del Decreto legislativo 81/2015, infatti, si prevedeva che le provvidenze dei lavoratori subordinati si estendessero anche a quei rapporti lavorativi “che si concretizzino in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro”. Il Jobs Act, dunque, focalizzava l’attenzione sull’organizzazione spazio-temporale del lavoro ed è sulla base di ciò  che si è fallito nel progredire nella gestione dei lavoratori gig. Perchè, se è vero che l’azienda fornisce al fattorino una serie di indirizzi da raggiungere con anche il controllo via satellite dei suoi spostamenti, è anche vero che la gestione dei turni e delle giornate lavorative risulta essere molto nebulosa. Su questo si è basata la sentenza di Torino nel non riconoscere la qualifica di lavoratore subordinato al rider, sentenza discutibilissima non tanto in quanto tale, ma per il corpus normativo che ne ha decretato gli esiti e i contenuti. Fa sorridere amaro osservare, a livello regionale e nazionale, l’ex partito di governo tentare di rincorrere il tentativo (pieno di criticità) pentastellato di mettere mano alla questione dei riders.Il Partito Democratico può dire di aver inserito, nel Jobs Act, un pensiero anche a quelle persone che lavorando nella gig economy gonfiavano gli indici di occupazione, ma non può  certo dire di aver pensato di accrescerne tutele e diritti.

L’opera del Renzianesimo (ancora ben presente nella barca piena di falle al momento governata dal timoniere ipovedente Maurizio Martina) su questo tema è sintetizzabile nel meraviglioso spettacolo che qualche settimana fa Debora Serracchiani ha regalato a tutti noi in Parlamento; “è ghigh  economy (pausa scenica) non gigh economy”. È giusto che si usi la pronuncia corretta, è giusto alzare la mano e far notare alla maestra che l’antipatico compagno di classe ha sbagliato, ma bisogna anche aver fatto i compiti. La “sinistra (fu) di governo” (di cui l’onorevole Serracchiani era ed è elemento di spicco) non si laverà mai di dosso la macchia di non aver realmente tentato di mettere ordine in un mondo del lavoro occasionale, che ormai tanto occasionale non è, ma anzi di averne peggiorato la condizione di pressoché totale anarchia.

Il futuro

È difficile prevedere ciò  che accadrà, perché i fronti della lotta sono numerosi, impervi e ardui da comprendere. La gig economy non è una realtà italiana e non è nemmeno relegata alle grandi città. Il modello gig si sta diffondendo sempre più da città come Bologna o Roma alla provincia, via via verso centri sempre più piccoli. L’espansione a macchia d’olio di questo business non riguarda solo il food delivery, ma anche tutte le altre sfaccettature dell’economia 4.0, presenti nelle piccole città già molto prima di Just Eat o Deliveroo. Non ce ne siamo resi conto, ma lo scandalo che diede la lotta tra tassisti e Uber o le critiche degli albergatori a sistemi come Airbnb, sono tasselli dello stesso mosaico dove si trovano i riders, un mosaico sempre più sgretolato che la classe dirigente sta tentando di rattoppare. Immaginando che il Ministro del Lavoro riesca nel suo intento di instaurare una contrattazione collettiva in tema di food delivery coinvolgendo addetti, aziende e sindacati e che questo porti ad un sostanziale miglioramento delle condizioni di lavoro, si sarà ancora ben lontani dalla fine del tunnel.

È imperativo per un paese che si dice fondato sul lavoro comprendere come esso per sua stessa natura si trasformi e richieda nuove e originali soluzioni per coniugare diritti e produttività. Il timore degli autori di questo reportage è che la discussione politica su questo tema (dai partiti ai sindacati) si stia polarizzando in gig economy e gig economy no

Si fatica a far passare l’idea che il fattorino di Sgnam e l’autista di Uber siano veri lavoratori. La retorica del lavoretto fatto per arrotondare o pagarsi gli studi scricchiola davanti alle statistiche e a ciò  che si vede per le strade delle grandi città o nelle case degli italiani. Il lavoretto diventa sempre più una componente essenziale del bilancio di centinaia di migliaia di persone; per essere lavoratori gig non occorre una bicicletta e una divisa multicolore, basta un computer e un account su piattaforme come Amazon Mechanical Turk o Blasting News. La politica non è in grado di tracciare, presentare e affrontare un quadro d’insieme che vada dalla consegna della pizza al lavoro telematico pagato pochi centesimi.

Questo reportage non intende attaccare questo nuovo modo di fare impresa e generare profitto; intende, invece, attaccare chi è incapace o demotivato a fare luce sull’estensione del fenomeno e sulle sue contraddizioni. La definizione minima di lavoro è “occupare il tempo nel fare qualcosa di produttivo” e quasi un milione di italiani occupa il suo tempo in occupazioni gig, senza le tutele (e anche la consapevolezza) tipiche della definizione moderna di lavoratore. Se si ascoltano le testimonianze di molti lavoratori gig si sentirà molto facilmente una serie di parole entusiaste come “Ah scrivi tre o quattro articoli alla settimana e a fine mese quei soldi fanno comodo, scrivere per ******* è fantastico”. Dunque dove sta il problema? Se la maggioranza è sostanzialmente soddisfatta e solo una piccola parte di essa mormora contro i datori di lavoro, perché mai preoccuparsene?  Bisogna preoccuparsene perché il lavoro non è solo mezzo di sostentamento ma deve anche essere dignità e quest’ultima, nel lavorare privi di tutele per pochi euro in attesa che vengano create intelligenze artificiali abbastanza performanti per sostituire i lavoratori umani (nell’abstract di Amazon Mechanical Turk questo è scritto esplicitamente), è pericolosamente assente.

Ciò  che avete letto sin d’ora non è scritto da dei giuslavoristi, da dei politici, da dei sindacalisti, da dei lavoratori o da dei disoccupati, ma è stato scritto da due studenti universitari che si rifiutano di accettare che il lavoretto così inteso venga pian piano sdoganato, reso, tutto sommato, normale e comodo. La crisi economica, gli indici di disoccupazione e la stagnazione di certi settori non possono giustificare l’arretramento delle tutele e la perdita di coscienza del lavoratore. Comunque vada la contrattazione dei riders, il sistema politico e quello sindacale non devono adattarsi a questa evoluzione del lavoro, ma comprenderla e farvi fronte senza opporvisi con categorie di un passato dai contorni ormai sfumati come le foto che lo ritraggono. Urgono nuove parole d’ordine e soprattutto la volontà di ritrovare la forza per tornare a pretendere che il lavoro sia davvero qualcosa su cui il nostro Paese possa essere fiero di dirsi fondato.

Ringraziamo per il prezioso aiuto e per le ancor più preziose consulenze Marco Marrone (Sociologo del lavoro all’Università di Venezia e attivista di Riders Union Bologna) e Stefania Mangione.

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