“Gioventù mortale”: il fenomeno delle baby gang

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La notte del 2 luglio 2015, in via Oronzio Costa (Napoli), gli abitanti vengono svegliati da un susseguirsi di spari che risulteranno fatali per un giovane napoletano di 19 anni. Il suo nome è Emanuele Sibillo, meglio conosciuto come ES-17, che con i suoi fedeli alleati voleva dimostrare ai Clan rivali, Buonerba e Mazzarella, chi comandava. Questo ragazzo era il boss del clan che portava il suo nome. Composto da ragazzi tra i 16 e 24 anni, questa cellula mafiosa ha monopolizzato per un lungo periodo il business dello spaccio di droga a Forcella, quartiere del centro storico del capoluogo campano.

La vicenda di Sibillo, ha messo ancor di più in risalto il fenomeno delle baby gang, diffusosi ormai in tutta Italia, anche se prevalentemente concentrato nel sud-Italia. Ad una tematica così importante è difficile dare una soluzione univoca. Ci sono sicuramente molti aspetti sociali, culturali e anche economici che hanno permesso a queste bande di giovani di prosperare.

Importanti responsabilità devono essere attribuite al sistema scolastico italiano, ormai da anni vittima di riforme scolastiche che non mettono più gli insegnanti nelle condizioni di poter trasmettere ai propri alunni l’importanza del sapere e del conoscere. Al contrario, viene trasmessa l’idea che l’apprendimento sia solo una perdita di tempo. La diretta conseguenza è l’abbandono degli studi. Secondo il “Piano di Contrasto all’Evasione Scolastica”, presentato durante la scorsa legislatura dal Ministero dell’istruzione, la media dei bambini che lasciano la scuola già a partire dalla scuola primaria è del 13,8 %, in Campania del 18,8. Questa drammatica situazione causa, soprattutto nelle fasce più povere della popolazione, il dilagare dell’ignoranza che – assieme ad una disoccupazione che in alcune aree del meridione supera il 40% – porta inevitabilmente i giovani a delinquere.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è sicuramente quello familiare. A questo proposito le parole di Luigi Giuliano, figlio di un ex capoclan di Forcella, rilasciate al Corriere del Mezzogiorno confermano come l’educazione fornita ai figli da genitori coinvolti nella criminalità organizzata si fondi su valori come l’odio, la sopraffazione e la conquista del potere ad ogni costo. Inoltre, considerando che molti giovani vivono senza una figura di riferimento in quanto deceduta o in galera, diventa arduo riportarli all’interno della legalità, soprattutto se non ci sono valide alternative a questa vita infame. Per prevenire la possibile affiliazione alle organizzazioni mafiose, il Consiglio Superiore della Magistratura ha approvato una delibera prevede la possibilità di far decadere la potestà genitoriale alle famiglie che coinvolgono i figli nelle attività del clan, ad esempio come corrieri della droga o delle armi. Madri e padri la cui fedina penale risulta pulita, si ritrovano ragazzi sempre più disposti a seguire un’esistenza malavitosa al solo scopo di poter appagare i desideri più immediati come potere, denaro, status sociale, pur consapevoli di rischiare in qualsiasi momento di perdere la vita.

Per comprendere al meglio come mai queste bande composte da ragazzi appena ventenni e da minori riescono a garantirsi il dominio di un territorio, risulta utile analizzare il loro modus operandi. Paradossalmente, non c’è una vera e propria strategia. Le “paranze” * rilevano il loro obbiettivo e adottano atti di guerriglia urbana con lo scopo di annientare i clan rivali. Una volta ottenuto il controllo questi adottano vere e proprie strategie di terrorismo, per incutere paura agli abitanti. La più nota è la cosiddetta “stesa”, che consiste nell’azione di un gruppo di giovani che, in sella ai loro motorini, sparano all’impazzata contro qualsiasi cosa sia sotto tiro. In aumento sono, invece, le aggressioni a sorpresa, le cui vittime sono spesso decise casualmente. L’aspetto sorprendente riguarda la capacità di questi gruppi di gestire il traffico di droga, proveniente principalmente dal Sud-America, e di organizzare la rivendita nelle piazze di spaccio. Tutto ciò dimostra quanti benefici questi “nuovi mafiosi” porterebbero al mondo del lavoro se solo venissero recuperati.

Non bisogna più sottovalutare queste realtà sempre più numerose, figlie di una società in cui un contratto a tempo indeterminato è sempre più un lusso e di un sistema socio-economico sempre più concentrato sul profitto e sull’individualismo che ha dimenticato chi grava in condizioni di povertà e senza prospettive. Le baby gang rappresentano il futuro del crimine organizzato vista la quasi completa eliminazione dei clan ai vertici delle varie associazioni mafiose e, quindi, si presenteranno ai loro coetanei come l’unica soluzione per la loro sopravvivenza. Lo stato deve intervenire prontamente, garantendo un’alternativa basata non solo culturale, ma anche lavorativa, in modo da salvare le future generazioni da un destino che sembra ormai segnato.

*termine napoletano usato per indicare le baby gang

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