Dal molo della Diciotti

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Capita nelle sere d’estate di scendere al porto per una lunga passeggiata lungo il molo di levante, ma oggi, prima di raggiungere gli archi della marina, facciamo una sosta al bar per ordinare un arancino al ragù da portar via, chiuso ancora caldo in un sacchetto.

Arrivati al porto l’atmosfera è diversa dal solito, due agenti ci sbarrano la strada all’ingresso del molo – oggi nessuno può fare jogging – e ci suggeriscono di tornare indietro; dirottati sull’ampia banchina a destra del molo, un’area solitamente poco frequentata, notiamo un modesto raggruppamento di persone in attesa, eterogeneo, evidentemente non organizzato – ma uno striscione, un banchetto, già ci suggeriscono che siamo nel posto giusto.

L’appuntamento è alle 20:30, dunque proseguiamo la nostra passeggiata verso la Vecchia Dogana: la musica da discoteca che proviene dai molti localini recentemente venuti di moda e dalle installazioni esterne dei lounge bar è un infelice controcanto al silenzio che proviene dal molo di levante, e all’immobilità di quella piccola nave bianca della Guardia Costiera in esso isolata (pare esserci solo una gemella, accanto), sulla sponda opposta rispetto al polo mercantile.

Il Sole tramonta e le luci della nave Diciotti ne segnalano ormai la presenza anche da quaggiù.

Torniamo al luogo dell’appuntamento e la situazione ci appare molto cambiata: il gruppo sulla banchina si infittisce di gente di tutte le età, ci sorprendono le luci dei flash di cameramen e fotografi, diversi furgoncini quasi del tutto vuoti tagliano la folla, in lontananza ci pare di scorgere un cellulare della polizia coi fari accesi e dietro di noi, al passare dei minuti, vediamo arrivare un numero sempre maggiore di persone, coppie, famiglie, portano in mano sacchetti e vassoi col tipico nastrino dorato dei bar di Catania, tutti accorsi all’appello di Nellina Raganà, attrice del Teatro Stabile che ha lanciato l’iniziativa con un post su Facebook, da un’idea propria e di altri due attori, Silvio Laviano e Giusi Marraro:

Ecco, mi piacerebbe che Noi Catanesi comprassimo subito arancini da Savia…(Facemu ducentu va’) e almeno 600 olivette di Sant’ Agata e andassimo tutti insieme al Porto…ad ACCOGLIERE! Su Andiamo! Muvitivi…col cuore! Aggiungo di andarci tutti con un arancino in mano. Chi viene?

L’evento si chiama “Un arancino per accogliere” e tutti i catanesi sono chiamati a portare un arancino (simbolo di accoglienza perché cibo da viaggio ed emblema di un’emigrazione che è toccata in primo luogo proprio a noi, i siciliani), a tirarlo fuori dalle confezioni e a sollevarlo di fronte alle telecamere – e pare che l’affluenza di catanesi stimata alla fine della serata sia nell’ordine delle migliaia.

Troviamo la Raganà proprio accanto a noi, la ringraziamo dell’iniziativa e ci facciamo da parte per ascoltare le parole di chi grida al megafono: sono tantissimi i rappresentanti delle varie associazioni umanitarie qui raccolte, fra le altre bandiere sventolano quelle di Amnesty International e Save the Children, e tantissimi sono i giornalisti: un uomo con una telecamera ci ferma, è un inviato de La Repubblica di Palermo, ci chiede un’intervista dopo aver notato l’arancino che stringevamo in mano.

Ma l’evento più atteso della serata, previsto per le 21:30, è un vero traguardo: la liberazione dei 27 minori non accompagnati (forse a questo servono le vetture) finalmente accordata da Salvini, che fino a poche ore fa aveva deriso la scarsa affluenza di cittadini al molo.

Adesso è costretto a ricredersi, e forse sorprende un po’anche noi la vivacità e la profondità culturale che la nostra città (che spesso altrimenti ci pare sopita) ci sta dimostrando stasera, riunendosi in massa per ribadire, in un momento di grave crisi dei diritti politici e umani, i valori su cui la sua stessa esistenza si è fondata per secoli: il viaggio, l’accoglienza, l’apertura, la mescolanza.

Ci ritiriamo soddisfatti di quello che abbiamo potuto vedere e attendiamo speranzosi che anche gli altri migranti – prigionieri di Stato a tutti gli effetti – vengano finalmente lasciati scendere.

Giuseppe N.

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