In deroga alla civiltà

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L’aveva coniata Renzi la retorica del “fare”. Del “fare” ad ogni costo, oltre gli ostacoli della politica e della tradizione, sulla scia di un pragmatismo vorticoso, di un “tutto e subito” grossolano. Il ”fare” affascinante del Jobs Act e della Buona Scuola, degli ottanta euro e del bonus cultura, il fare della riforma costituzionale, della guerra a un sistema legislativo troppo lento per la politica istantanea del XXI secolo. L’era twitteriana pretende il risultato, rapido, efficace. E come Renzi ieri, Salvini si erge oggi, unguentato di consenso, uomo efficace e pragmatico, veloce esecutore degli ordini popolari. Chissà, magari con Lui pure i treni torneranno ad essere in orario. La vicenda della nave Diciotti, la chiusura dei porti, il dirottamento dell’Aquarius sono del resto gli splendidi rampolli della politica del “fare”, sempre e comunque, per un fine che giustifica i mezzi. Certo, è giusto credere che la spinta propulsiva del governo giallo-verde si esaurisca presto, se non vi faranno seguito il reddito di cittadinanza e l’abolizione della legge Fornero, ma intanto si deve rilevare come la politica immigratoria di Salvini stia creando in Italia un consenso vastissimo e non pochi imbarazzi a sinistra. L’utilità dei risultati e i probabili successi in Europa, infatti, rischiano di eclissare facilmente i metodi criminali del vicepremier, vincendo le ultime resistenze dell’opinione pubblica. Difficilmente Salvini otterrà la riforma di Dublino e la redistribuzione dei migranti, in un’Europa sempre più vessata dai populismi di destra, ma qualora dovesse raggiungere un seppur parziale risultato (e prima o poi glielo si dovrà concedere se si vorrà salvare il nome dell’Unione) ogni opposizione sui mezzi sarà sopita in virtù dei fini. Se non l’abbiamo ancora capito il pericolo è enorme, e drammaticamente reale. E’ il pericolo che si possa accettare la violazione dei diritti umani e della costituzione repubblicana per un risultato tutto sommato comodo, il pericolo che, dopotutto, si possa derogare anche alla legge, alla democrazia, persino al rispetto della dignità umana. Se accetteremo il successo (limitatissimo del resto) di chi trattiene in mare 150 richiedenti asilo minacciando di ricondurli nei lager libici, di chi grida “vergogna, non mi fermerete” ai magistrati che lo indagano, di chi irride alla democrazia e amoreggia con i fascismi, allora creeremo un’inquietante precedente: permetteremo che per il risultato ogni mezzo sia lecito. E poi magari, in qualche tempo, per il risultato ci sarà chiesto di rinunciare a qualche libertà, in fin dei conti superflua, e per il risultato rinunceremo. Ci convinceranno che ai diritti si può anche derogare, e noi derogheremo, sulla pelle degli altri, fino a quando non finiremo un giorno su una nave attraccata al porto e non potremo scendere. Ma nessuno lotterà per noi, perché sarà normale, e sarà normale perché noi, per il risultato, l’avremo reso normale. Come diceva Niemöller? “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.

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