La Cina salverà l’Iran?

in Medio Oriente senza pace di

La domanda che dà il titolo a questo articolo potrebbe suonare quasi retorica, soprattutto all’indomani del summit 2018 del Forum sulla Cooperazione tra Africa e Cina dove Pechino, proseguendo una politica sempre più ambiziosa e avvolgente, ha promesso un programma di finanziamenti di 60 miliardi di dollari destinati allo sviluppo del continente africano. Le ragioni per cui l’Africa è al centro dei progetti cinesi sono tante e complesse, ma tra tutte ce n’è una particolarmente interessante. Negli ultimi decenni l’interesse politico dell’Occidente, e degli Stati Uniti in particolare, per il continente è andato via via diminuendo, lasciando sostanzialmente libero uno spazio che non solo è estremamente ricettivo per quanto riguarda l’immissione di capitali e gli investimenti finanziari e infrastrutturali, ma lo è senza richiedere all’investitore un costo politico elevato. La sostanziale assenza di un vero competitor politico prima ancora che economico rende l’Africa, ricchissima di materie prime e strategicamente fondamentale, un hub perfetto per la strategia globale di Pechino.

Più difficile, invece, inserire i rapporti tra Cina e Iran nel medesimo contesto di cooperazione strategica a ridotto costo politico. In Medio Oriente l’interesse statunitense, nonostante gli annunci di progressivo disimpegno politico e militare, è vivo e fondamentale, fino a diventare quasi ossessivo quando si tratta di Tehran. Per questo, nell’epoca di Donald Trump e del suo ritiro dall’Accordo sul Nucleare, il prezzo per continuare a cooperare con l’Iran nonostante la re-introduzione delle sanzioni da parte di Washington è sempre più alto. Se l’Unione Europea sta faticosamente tentando di sganciarsi dalle imposizioni statunitensi – e per ora i risultati concreti della volontà di onorare il JCPOA espressa da Federica Mogherini non sembrano essere esaltanti, è la Cina il vero ago della bilancia, la scialuppa di salvataggio a cui Tehran, sempre più sofferente a causa delle disfunzioni del proprio sistema economico aggravate dalle sanzioni, punta ad aggrapparsi. Tuttavia, immaginare che sia la Cina a salvare l’Iran dalle sanzioni di Washington è tutto fuorché scontato.

Pechino-Tehran, un importante asse strategico

La Cina e la Repubblica Islamica dell’Iran hanno rapporti storicamente positivi, dettati sia da un’impostazione ideologica parzialmente comune, soprattutto relativa a un condiviso senso di umiliazione nazionale e insoddisfazione verso l’ordine internazionale, sia da interessi economici spesso apertamente sovrapponibili. Non stupisce, quindi, che Pechino sia il maggior partner commerciale di Tehran e che, sempre nell’ottica di una crescente cooperazione tra i due paesi, la Cina abbia attivamente sostenuto le negoziazioni dell’accordo sul nucleare del 2015.

Tra le motivazioni che hanno spinto Pechino a sostenere l’approvazione del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) c’era certamente la possibilità che l’accordo, eliminando le sanzioni imposte dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e progressivamente riavvicinando Tehran alla comunità internazionale, alleggerisse la pressione internazionale sulla Repubblica Islamica, riducendo conseguentemente il costo politico di una partnership che, soprattutto per quanto riguarda l’accesso al mercato interno iraniano e l’esportazione di petrolio verso la Cina, rischiava di diventare sensibilmente meno vantaggiosa.

Allo stesso tempo, il fatto che l’accordo fosse negoziato e raggiunto nel contesto dei cosiddetti P5+1, i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza a cui si aggiunge la Germania, aveva poi offerto la prospettiva di dividere i costi di una negoziazione impegnativa sotto ogni punto di vista tra i membri più importanti della comunità internazionale, evitando, specialmente dal punto di vista cinese, i rischi legati alla gestione unilaterale di una questione spinosa come quella iraniana.

In buona sostanza, dunque, l’Accordo sul Nucleare consentiva a Pechino di mettere Tehran su una strada che avrebbe tendenzialmente facilitato l’accesso economico e finanziario al paese, riducendo i costi politici, altrimenti pericolosamente elevati, di una partnership di grande interesse strategico.

Le sanzioni statunitensi colpiscono l’Europa attraverso l’Iran

Quando l’8 maggio 2018 Donald Trump ha annunciato il ritiro – ma sarebbe più corretto dire che ha violato l’accordo – degli Stati Uniti dal JCPOA, annunciando la reintroduzione di una serie di sanzioni contro l’Iran, dapprima secondarie e poi, da novembre, direttamente rivolte a bloccare le esportazioni di petrolio, il contesto di cooperazione e consenso internazionale creato dalle negoziazioni e dalla successiva implementazione dell’Accordo è sostanzialmente venuto meno.

Di conseguenza l’Iran è ripiombato in quella condizione, soprattutto dal punto di vista americano, di regime avverso, non più da spingere verso un progressivo reinserimento nelle dinamiche di gestione della sicurezza regionale e della cooperazione internazionale. La forza delle sanzioni imposte da Washington è tale da rendere sempre meno conveniente per i soggetti europei, probabilmente i maggiori beneficiari del contesto economico e politico generato dal JCPOA, oltre alla Cina, continuare a fare business in Iran. Nonostante le rassicurazioni da parte dell’Unione Europea e i tentativi di progettare meccanismi di pagamento in grado di aggirare le limitazioni imposte dagli Stati Uniti, l’effetto sull’asse Europa-Iran è stato quello di un forzato disimpegno, a partire dai settori realmente strategici come quello petrolifero, che ha avuto effetti diretti sulla già problematica economia iraniana.

La Cina salverà l’Iran?

In questo contesto di totale disengagement politico statunitense e parziale ma crescente disimpegno economico europeo si sono aperti nuovi e interessanti spazi per la Cina. Pechino ha immediatamente fatto conoscere la propria volontà di sostituire la francese Total tramite la China National Petroleum Corporation (CNPC) nello sviluppo del progetto South Pars 11, arrivando fino a rifiutare categoricamente la richiesta da parte di Washington di ridurre le importazioni di petrolio da Tehran.

La Cina, dunque, sembra davvero essere l’unico attore in grado di mettere in atto politiche effettivamente in grado di contrastare gli effetti delle sanzioni statunitensi. Tuttavia, nell’ottica di un crescente costo politico – che arriverà al suo picco se la strategia di Trump riuscirà a forzare il regime iraniano a tal punto da fare in modo che Tehran esca a sua volta dall’Accordo – e, soprattutto, della partita complessa che Pechino e Washington stanno giocando sul commercio internazionale, è difficile immaginare che quello offerto da Pechino sia un paracadute definitivo e privo di condizioni.

Più probabilmente la Cina attutirà – come già sta facendo – il peso delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti mettendo in atto una strategia a lungo termine che, anziché andare allo scontro diretto con l’amministrazione Trump sulla questione iraniana, tenterà includere sempre più chiaramente Tehran nei progetti di governance e sviluppo guidati da Pechino in Asia Centrale con lo scopo di ricreare un contesto di cooperazione in cui il costo politico sia possibilmente diviso con altri attori (la Russia e l’India, per esempio) e/o organizzazioni internazionali (l’ONU e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai) e dunque più convenientemente gestibile.

 

 

 

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