Sulla Mia Pelle

in Appunti cinefili di

Il 26 luglio 2018 Netflix ha rilasciato il primo teaser trailer del film sul caso Cucchi. Le reazioni sono state abbastanza prevedibili: Insulti verso questo “spacciatore santificato” sotto i post del TPI, comunicati del Sap (Sindacato Autonomo della Polizia), commenti di odio verso quelle zecche della Netflix e altre amenità. La cosa meno prevedibile, almeno per persone molto diffidenti quando le grandi produzioni si interessano di casi controversi, è stata la forza di quel mezzo minuto di video. Dal semplice teaser si capiva che questo film non sarebbe passato inosservato. Ovviamente l’hype è schizzato subito alle stelle. Fortunatamente il prodotto finale è riuscito addirittura a superare le aspettative.

La critica non si è fatta problemi ad elogiare questo prodotto. A Venezia le reazioni sono state entusiastiche, così come i primi commenti del pubblico. Forse il merito è anche della produzione straniera, libera dalle pressioni che avrebbe dovuto subire se fosse stata italiana. Un film del genere può essere una vera croce per una Casa cinematografica, e solo un colosso estero poteva permettersi di portare sugli schermi una storia del genere e farlo con un budget di tutto rispetto. Purtroppo, o per fortuna, il capitalismo funziona così. In questo caso siamo stati fortunati.

La tecnica utilizzata da Cremonini (il regista) è simile a quella già vista in Diaz di Vicari: Narrare solo fatti che emergono dagli atti del processo ( più precisamente, da quello che risulta dalle seconde indagini della procura di Roma, che hanno dato il via al processo cucchi bis, ancora in corso). C’è poco spazio per l’immaginazione, ciò che non è stato testimoniato o provato non è presente nel film. E questa scelta si è rivelata vincente. Non siamo di fronte ad una spettacolarizzazione della storia (la paura di molti, tra i quali chi sta scrivendo) né davanti ad una finta ricostruzione dei fatti dettata da pregiudizi piuttosto che dalla realtà. Tutto ciò che lo spettatore vede è quanto si presume sia effettivamente successo.

Proprio il fatto che tutto il film sia così improntato ad un realismo eccessivo rende la visione ancora più difficile. Il regista ci mostra un sistema che non va, un sistema malato. Emerge come Stefano sia stato vittima non solo di un pestaggio folle ed insensato, ma di una serie di meccanismi malati del nostro apparato statale. Nella vicenda nessuno è esente da colpe, partendo dai carabinieri che hanno eseguito l’arresto, passando per il giudice, il Pm, i medici e le guardie carcerarie, tutte persone che potevano vedere, o che hanno visto senza preoccuparsi. Alla fine tutti, in un modo o nell’altro, hanno ucciso Stefano, magari solo perché non avevano voglia di eseguire il proprio lavoro in modo corretto, o perché non volevano mettersi contro colleghi più forti, o per semplice meschinità.

Inutile dire che parte della bellezza del film deriva dall’interpretazione di Alessandro Borghi. L’attore riesce a calarsi alla perfezione nel personaggio, sia dal punto di vista recitativo che fisico. Le scene finali, con uno Stefano anoressico e sofferente, sono semplicemente da brividi. La speranza di molti è che questo film possa riportare un attore italiano in lizza per l’Oscar, il prossimo anno. Perché l’interpretazione è da Oscar, c’è poco da dire. Per molti versi ricorda quella di Fassbender in Hunger, anche se qui ho forse notato qualcosina in più. Speriamo che anche i giurati dell’Accademy la pensino così. Non ridarebbe vita a Stefano, ma aiuterebbe a dare ancora più risalto a questa storia.

 

Sono appassionato di cinema, letteratura e politica. In poche parole non mi piace uscire ma detto così pareva meno brutto.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*