Accordi fatali? Lo scambio di territori tra Serbia e Kosovo

in Osservatorio Est Europa di

Il Presidente kosovaro Hashim Thaçi (al centro, di fronte)
e il Presidente serbo Aleksandar Vučić (a destra, di lato) 
Credits: EPA-EFE/DIMITAR DILKOFF / POOL

L’idea di uno scambio di territori tra Serbia e Kosovo era trapelata inizialmente nei social network durante questa estate, con voci che si rincorrevano e nessuna conferma ufficiale. La conferma però è arrivata dal Presidente serbo Aleksandar Vučić e da quello kosovaro Hashim Thaçi, congiuntamente, durante lo European Forum Alpbach, ritrovo di politici ed esperti. Kosovo e Serbia volevano raggiungere un accordo di cambio di confini: lo scenario più probabile vedeva le municipalità settentrionali del Kosovo – abitate prevalentemente da serbi – scambiate con la valle del Preševo nella Serbia meridionale, dove vive una maggioranza schiacciante di kosovari. I leaeder politici europei si erano divisi sulla questione, con la cancelliera tedesca Angela Merkel contraria ad una soluzione simile e Johannes Hahn, commissario europeo alla politica dell’allargamento e del vicinato, che ha cercato di mantenere vivo il dialogo tra i due paesi, non escludendo l’appoggio allo scambio di territori.

Nelle ultime settimane però qualcosa si è incrinato nel processo di normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo. Il Presidente serbo si è ritirato da un incontro fissato il 7 settembre a Bruxelles con la sua controparte kosovara, decidendo di vedersi solo con le autorità europee. Quel fine settimana Vučić ha intrapreso una visita diplomatica in Kosovo circondata da polemiche e momenti di disordine pubblico. La Serbia ha messo un freno all’accordo di spartizione e lo stesso Vučić non ne ha fatto menzione durante il viaggio diplomatico. Il dietrofront potrebbe essere dettato da ragioni strategiche: lo scambio di territori riconoscerebbe de facto la giurisdizione del Kosovo e, quindi, implicitamente la propria indipendenza e sovranità; la Serbia però continua a guardare al Kosovo come parte integrante del proprio territorio e, più importante, della propria coscienza nazionale.

Tuttavia lo scambio di territori aveva sollevato dubbi fin dall’inizio sulla sua efficacia, siccome con una decisione del genere sarebbe emersa una serie di problemi. Innanzitutto società e paesi etnicamente omogenei – quindi senza particolarità locali o minoranze etniche – difficilmente sono rintracciabili nella storia moderna/contemporanea. Il perseguimento di una politica di identità etnica ha portato ad alcune delle tragedie più grandi, specialmente nella regione balcanica. I conflitti emergono in società dove c’è un’etnia con maggioranza schiacciante, tale da poter sovrastare l’altra. Siccome le società perfettamante omogenee sono difficili da instaurare, aumentare il divario tra le etnie sembra non essere la politica più adatta.

Inoltre lo scambio di territori non disinnesca il rischio di scontri transfrontalieri. Un accordo che presumibilmente mira a preservare la sicurezza nazionale non evita tuttavia i disordini in termini di sicurezza pubblica. Anzi semmai li acuisce perché crea tutte le condizioni per nuove ondate di risentimento e di frizioni inter-etniche. Tutto questo prendendo in considerazione, per esempio, i cittadini kosovari che vivono nelle municipalità del Nord e che quindi diventerebbero una nuova minoranza se lo scambio diventasse realtà – stessa valutazione è da applicare ai cittadini serbi della valle del Preševo.

In definitiva, lo scambio di territori tra Serbia e Kosovo sembra essere una soluzione sbagliata ad un problema mal posto. Per cercare di tutelare le minoranze si finisce in una logica pericolosa di esclusione dell’altro estraneo, piuttosto che perseguire politiche di rafforzamento dello stato di diritto in entrambi i paesi.

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