Gibuti, la “Dubai” d’Africa

in Mama Africa di

In tutto il mondo lo sviluppo economico è vasto e allo stesso tempo contraddittorio, la globalizzazione è criticata e incerta, ma ciò non toglie che stia spingendo i soggetti internazionali più poveri ad una vera e propria rincorsa allo sviluppo. Tra questi ultimi arrivati, pieni di ambizioni e aspettative, c’è il Gibuti, ex colonia francese e autoproclamatasi futura “Dubai d’Africa”.

La regione è complessa e in fermento: il Corno d’Africa è conosciuto al grande pubblico principalmente per la pirateria e le carestie, ma sta diventando una zona assolutamente cruciale per il futuro sviluppo africano. I delicati equilibri locali ruotano attorno alle nazioni principali dell’area, le ex colonie italiane Etiopia, Eritrea e Somalia. Tra queste, il gigante Etiopia, principale partner economico e strategico, punta al ruolo di paese leader dell’Unione Africana, mentre il piccolo Gibuti aspirerebbe ad essere la “Dubai d’Africa”.

Il territorio è desertico e scarsamente popolato, spoglio di risorse minerarie e idriche: tre quarti della popolazione vive nella città di Gibuti, quasi stato a sé. Il petrolio non è una risorsa locale, mentre Gibuti è una città di circa 500 mila abitanti, contro gli oltre tre milioni di Addis Abeba e i due milioni e ottocento mila di Mogadiscio. Ma è il porto, in continua espansione, la vera risorsa del paese. Forse il più importante dell’area, un ponte sul resto del mondo che rappresenterebbe la possibilità di diventare più rilevanti nell’area e a livello internazionale. Dunque, due elementi tra tutti potrebbero rendere questa aspirazione fattibile: la superficie ridotta e facilmente controllabile e la posizione strategica.

I suoi appena 23.000 chilometri quadrati contribuiscono certamente alla stabilità politica, quasi unica nella regione, cui segue un forte sviluppo economico: Gibuti è posto all’imbocco del Mar Rosso e quindi di Suez, e fa della posizione geografica la sua fortuna più grande, seppur condivisa con alcuni stati. Anche se l’età coloniale è finita, infatti, le grandi potenze economiche e militari (prima tre tutte gli Stati Uniti), continuano a mantenere basi militari lungo snodi strategici per difendere i propri interessi: è cruciale il controllo dello stretto di Bab el-Mandeb, passaggio obbligato per Suez, da dove nel 2016 passavano 4,8 milioni di barili di greggio al giorno.

Gibuti è uno stato piccolo e debole, circondato da due tra i migliori eserciti africani (quello etiope e quello eritreo) che di guerre ne hanno fatte: una politica estera autonoma sarebbe dunque molto difficile perché spesso “sotto ricatto”. Le basi militari straniere, quindi, contribuiscono paradossalmente alla protezione dell’indipendenza gibutiana, assieme a quella degli interessi economici.

Geografia e demografia

Le etnie somale, Afar e arabe costituiscono la grande maggioranza islamica della popolazione, solo la minoranza etiope ed europea (francesi e italiani) segue la religione cristiana. Il 94% della popolazione professa l’Islam, che è anche religione di stato: non sembrano esserci tuttavia particolari tensioni etniche o religiose, il che sarebbe un’eccezione in una regione da sempre lacerata da guerre civili: le elezioni sono relativamente libere, anche se non si può non notare come l’attuale presidente in carica, Ismail Omar Guelleh, regni dal 1999, avendo ricevuto il potere dal padre. Il presidente Guelleh ha comunque da sempre portato avanti la visione di un Gibuti più ricco e più vicino al mondo esterno.

La crescita dei paesi in via di sviluppo, passa necessariamente attraverso le infrastrutture: nel Gibuti sono in fieri ben 14 progetti, per oltre 14 miliardi di dollari, con il chiaro obiettivo di legare il paese all’Africa e al mondo esterno, per terra e per mare, entro il 2035. Anche l’aria non è trascurata, grazie al progetto di un grande aeroporto che dovrebbe gestire un volume di visitatori 30 volte più grande rispetto ad oggi.

I turisti sono tuttavia intimoriti dalla grande instabilità regionale: l’ingombrante e influente Etiopia, l’instabile e militarista Eritrea e l’anarchica Somalia riportano alla mente nell’immaginario collettivo le immagini delle terribili carestie e dei corpi dei soldati americani trascinati per Mogadiscio.

La regione è una delle più povere del continente più povero del pianeta, ma il futuro (anche se non prossimo), fa ben sperare. Gibuti è il cugino minore, piccolissimo per gli standard africani e scarsamente popolato, nonché quasi del tutto privo di materie prime, eppure quello più solidamente avviato a una relativa prosperità.

L’influenza della Cina

E’ molto comune oggi la vulgata de “La Cina alla conquista dell’Africa”, che comunque contiene molti elementi di verità, land grabbing in primis. Il Gibuti non ha però terra o prodotti alimentari che possano interessare alla Cina, che è infatti molto più interessata alla posizione strategica.

Infatti, sebbene il Gibuti sia vicino ad Europa e Stati Uniti grazie alla presenza delle loro basi militari, non è un partner “fedelissimo” ed ha un certo margine di manovra nella politica internazionale. La sua posizione, oltre a permettere il controllo sul flusso di merci nella regione, costituisce idealmente un ponte tra il vecchio continente europeo e lo sviluppo relativamente recente di Asia e Africa.

Non è un caso, dunque, che quella a Gibuti sia la prima base militare permanente cinese all’estero: l’accordo militare permette alla Cina di mantenere più di 10.000 truppe nel paese fino al 2026 (quando ci sarà un probabile rinnovo). Questo e i primi investimenti nel paese nella costruzione delle nuove “Vie della Seta”, oltre che lo sforzo cinese anti pirateria, sembrano legare ancora di più le politiche di questi due paesi.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*