Il progetto a lungo termine della destra europea

in Fragile Europa di

La destra europea contemporanea, variamente definibile come populista, identitaria, nazionalista o addirittura neofascista sta vivendo la sua primavera e registrando risultati elettorali importanti da un capo all’altro del continente, persino nella socialdemocratica Svezia. Ma aldilà dei successi che ottengono nei singoli Paesi, i protagonisti di questa ondata politica stanno lavorando per tessere un sistema di alleanze “antiliberale” da contrappore al vecchio (ma tuttora solido) asse franco-tedesco su cui poggia l’Unione Europea. L’incontro tra Orban e Salvini del 28 agosto è forse l’esempio più manifesto di questa intenzione; i due leader si sono fatti grandi e vicendevoli complimenti e hanno rinsaldato la loro intesa su un solo punto fondamentale: la fine dell’accoglienza ai migranti (anche se non sono mancati apprezzamenti da parte di Salvini alla politica fiscale ultraliberale dell’alleato ungherese).

Il tema delle migrazioni il centro dell’articolazione politica contemporanea perché più di ogni altra cosa divide la società in due fazioni ferocemente distinte. Ciò accade perché dietro al dibattito politico televisivo e superficiale (da “L’Europa non ci aiuta” a “dobbiamo gestire i flussi”) si cela una profonda questione filosofica e politica tra la feroce difesa dello Stato-nazione e della concezione padronale della cittadinanza e l’emergere di dinamiche migratorie che invece spingono alla coabitazione, cioè a un’idea di spazio non posseduto, ma occupato. Attraverso la promessa di mostrare i muscoli e difendere lo status quo culturale e persino razziale del loro popolo, i leader della nuova destra coagulano un consenso sempre più alto da masse di persone confuse e disorientate per la crisi economica o solamente per la novità dei movimenti migratori di massa.

Pur rappresentando il loro “volano culturale” il rifiuto dell’immigrazione non è certo l’unico obiettivo a lungo termine della destra europea a trazione ungherese. La relazione con la Russia di Putin rimane fondamentale: l’ex impero viene visto sia come modello politico e culturale (un’autocrazia di destra) sia come possibile alleato di riferimento fuori dall’Unione Europea. La Russia punta a divenire interlocutore diretto dell’Europa, senza l’intermediazione degli Stati Uniti, che continuano a essere ritenuti una minaccia, almeno formalmente, dai vertici del Cremlino. Questo è ciò che emerge dal colloquio con Sergej Markov, intellettuale “di regime” la cui narrazione dipinge la Russia come baluardo della democrazia contro i nazifascisti e gli attacchi illegittimi degli USA. Narrazione completamente falsa, la Russia è un’autocrazia, ma popolarissima in patria e diffusa sempre di più anche all’estero attraverso strumenti propagandistici come la tv RussiaToday e il giornale online Sputnik News e con il sostegno di una consistente parte della politica europea, principalmente la destra populista. La strategia di Putin punta a mantenere e ampliare la sua zona di influenza in Ucraina sfidando apertamente l’alleanza euroatlantica nel Donbass e in Crimea e al contempo corrodere questa alleanza dall’interno, favorendo l’ascesa dei nazionalismi per tornare ad avere una relazione commerciale col continente e in particolare con la Germania.

Il tentativo delle destre di minare l’idea di cooperazione europea passa anche attraverso la falsa contrapposizione al modello economico liberista dell’UE da queste portata avanti. La discussa Orbanomics, ricetta economica paternalistica che combina flat tax (al 9% sui profitti d’impresa e al 15% sui redditi delle persone) a elementi statalisti e assistenzialisti come la parziale nazionalizzazione di alcuni settori chiave e sussidi ai nuclei familiari, viene esaltata (anche e soprattutto da Salvini) come alternativa vincente al modello di austerità tedesco in virtù dei sui successi in termini di crescita del Pil. Il problema è che questo successo è in larga parte fittizio e che non c’è nulla di veramente alternativo in questo modello. La politica fiscale ad aliquota unica ha favorito enormemente i ceti più alti e schiacciato quelli medio-bassi; infatti la tassazione indiretta, che non comprende la flat tax ma che copre circa metà del gettito totale dello Stato, presenta livelli ben sopra la media (l’IVA ungherese è al 27%, la più alta al mondo). Le direttive a cui Orban deve il suo successo economico “sulla carta” sono l’abbassamento del costo del lavoro e il ricorso massiccio alle esportazioni (nel 2017 pari al 90% del Pil): due misure che sembrano dettate dal Fondo Monetario Internazionale, non certo una minaccia per i potentati finanziari e “globalisti” che i novelli don Chisciotte Orban e Salvini raccontano di voler combattere. L’ideologia di mercato rimane un caposaldo e viene anzi completamente abbracciata, mentre per attutire il contraccolpo sulla popolazione (precarizzazione e erosione salariale) entra in gioco il vuoto assistenzialismo e la propaganda razzista e nazionalista.

I diversi fattori precedentemente esposti, dalla russofilia in ambito geopolitico al modello economico impoverente per le masse, passando per la propaganda razzista, sono complementari ed esprimono una idea di mondo (e di Europa) chiara, diversa da quella global-liberista solo perché ancora più individualista, antisociale ed escludente di questa. La paura che questa triste vicenda possa avere un finale autoritario o peggio, riesumando i peggiori fantasmi della storia, comincia a farsi strada in alcune parti della società civile; nessuno può dire con certezza quando sia fondata questa paura, oggi una svolta autoritaria di portata europea sembra impossibile, ma considerando che il trend di consenso di questi partiti è positivo quasi ovunque non è saggio nemmeno escludere che un giorno il progetto a lungo termine della destra europea possa essere completato.

Studio Scienze Politiche a Bologna, ma sono nato nelle lande nebbiose della Lombardia. Wittgenstein e Nanni Moretti mi hanno insegnato l'importanza delle parole, perciò scrivo.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*