Nuova epica politica

in Politica di

“Narrami o Gruber,
l’ira funesta del bellicoso grillin
che infinite sconfitte addusse al PD”

Da quell’ormai lontano terremoto politico che fu tangentopoli nel 1992 la politica italiana è cambiata drasticamente, non soltanto dal punto di vista dei personaggi, ma anche e soprattutto da quello della narrativa. Dato per scontato che la politica odierna si sia trasformata in un gigantesco romanzo d’appendice a puntate, con alleati, antagonisti, storie strappalacrime, momenti comici e tantissima fuffa, l’obiettivo principale dei politici sembra quello di raccontare qualcosa, di incantare il pubblico, di coinvolgere il popolo in un’imperdibile avventura collettiva. Che poi quello che ti racconto sia vero o falso poco importa. Te l’ho raccontato. Se ti è piaciuto ti piaccio anche io, se non ti è piaciuto sono il nemico da combattere.
L’impoverimento tematico che sta distruggendo il dibattito politico in Italia ha salde radici nel post-tangentopoli e nel deus ex machina che ha sconvolto il vecchio modo di fare politica: Silvio Berlusconi. Il marketing e la pubblicità in politica esistevano già in forma embrionale (slogan, campagne elettorali) ma Berlusconi è stato in grado di raccontare una storia che (al netto di qualche buco narrativo di troppo tipo “dove ha preso i soldi?”) ha affascinato orde di italiani delusi dalla Prima Repubblica: quella dell’uomo che si è fatto da solo, che ha saputo creare un impero, che possiede una squadra di calcio, ha una bella famiglia e una bellissima seconda moglie solo per meriti suoi e che per generosità è sceso in campo per regalare questo sogno di benessere anche al popolo italiano. Sembrerebbe una storia anche un po’ piatta se non entrassero in gioco i nemici, gli antagonisti: la magistratura che indaga, scava, trova, lo accusa, fino a perseguitarlo. Una potente storia da romanzo ottocentesco francese.

Un manifesto della campagna elettorale di Silvio Berlusconi, 1994.

Tanto quanto quello che si racconta (ben poco, a dire il vero), è importante come lo si racconta, soprattutto in piena epoca social, nella quale non basta controllare tre televisioni per veicolare un messaggio.
Prendiamo Matteo Renzi. Prima di essere additato come il principale responsabile del clamoroso crollo del Partito Democratico alle elezioni del marzo 2018, Renzi era il giovane rampante uomo nuovo del centrosinistra, che aveva provato a sfidare l’establishment e a “rottamare” le mummie del partito. La sua narrativa, in controtendenza con crisi economica e austerity, era votata all’ottimismo, alla meraviglia, alla bellezza. Il nostro è un paese bellissimo e solo “cambiando verso”, con coraggio e semplicità, possiamo restituirgli il ruolo che merita.

L’ex segretario del PD Matteo Renzi, una presenza ancora ingombrante per i destini del partito

Ma la narrazione che ha toccato vette di coinvolgimento popolare mai viste prima è senza dubbio quella del MoVimento 5 Stelle, quella del noi contro voi, voi che ci avete tolto tutto, voi che vi siete arricchiti con i nostri soldi, voi che siete corrotti, voi che siete mafiosi, voi che siete banchieri, voi disonesti noi onesti e via dicendo. Nel caso dei grillini l’epica del cambiamento è principalmente basata sul topos della rabbia eroica dell’onesto e della lotta integrata al nemico che è divenuto, di volta in volta nel corso degli anni prima Berlusconi, poi il governo dell’austerity e infine il Partito Democratico; sostanzialmente chi era al potere. Una narrazione di questo tipo ha un fondamentale difetto: fatto fuori il nemico e saliti al potere, la furia clastica saprà trasformarsi in capacità di costruire qualcosa?

I due “delfini” di Beppe Grillo, Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Nessuno come loro è stato in grado di infiammare, con modalità comunicative agli antipodi, gli attivisti del M5S

Infine, Salvini. Il capitano. Ovvero quando un’idea semplicissima e anche un po’ banale può trasformarsi in quella vincente. Scegliamo un nemico facile facile: gli immigrati. Rendiamolo mostruosamente cattivo: stupratore, ladro, delinquente, nullafacente, mantenuto dallo Stato. Ecco, ora la gente avrà qualcuno da odiare. Adesso devo scegliere l’eroe: sono io, Matteo Salvini. Non sono proprio perfetto, ho anche io i miei difetti (assenteista, 49 milioni di rimborsi elettorali spariti nel nulla, disprezzo i meridionali) ma non importa, saprò crearmi un’immagine da combattente e da difensore di tutti. Detto fatto. Merito dei social media manager e di quell’aria da rude. Ma soprattutto dei social media manager, visto che – come accennato in precedenza – questa è l’epoca dei social e ogni narrazione viene veicolata soprattutto tramite i social network che riducono le distanze tra il popolo e il nuovo eroe che condivide tutto con la sua gente.

Matteo Salvini, segretario e “uomo tutto” della nuova Lega

Un ruolo fondamentale in ogni racconto è svolto anche dal linguaggio che si utilizza. Se durante la prima repubblica i politici usavano il politichese, un linguaggio tecnico, istituzionale, a volte anche barocco e che segnava le distanze tra “loro” e “la gente”, il linguaggio della seconda e ora della terza Repubblica si è livellato, impoverito, standardizzato e avvicinato sempre di più alla quotidianità della gente. Per alcuni è un bene, per altri un netto segno del crollo verticale della qualità del dibattito politico, ormai quasi assente. Insomma, dai dialoghi di un romanzo a quelli di una soap opera.
Dal vaffanculo di Grillo, ai buonisti e i saluti ai rosiconi di Salvini, dal ciaone di Ernesto Carbone ai congiuntivi sbagliati di Di Maio (anche se il congiuntivo sbagliato è una moda abbastanza trasversale), dal folkloristico eloquio di Paola Taverna alle parole creative di Di Battista, tutto dice che si parla male ma si parla facile, allo stesso modo del proverbiale italiano medio.
Insomma, il popolo si conquista con delle storie e delle parole nelle quali può riconoscersi, con l’epica della gente semplice che arriva nel palazzo del potere e lo apre come una scatoletta di tonno, con il coraggio dell’eroe che chiude i porti ai barbari invasori e vuole le pistole per tutti. Se si parla di conti, di bilanci, di accordi, di Europa, di trattati internazionali da rispettare la gente si annoia. E cambia canale. Il telecomando ce l’ha, è la scheda elettorale.

 

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