Dov’è finita la verità?

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Nell’era geologica del muro di Berlino esistevano diverse verità. Il modo geografico di intendere la libertà ci permetteva di scegliere quale seguire, nei limiti dell’anonimato: c’erano (all’apparenza) due sistemi reali e si poteva scegliere di appoggiarne uno. Se era quello opposto alla propria geografia, in segreto; in generale bisognava adattarsi alla propria locazione geografica. Americano capitalista, russo sovietico.

Questa situazione era tale da secoli, dalla nascita del cristianesimo politico: zero tolleranza per le manifestazioni esplicite di dissenso all’ideologia dominante. Si poteva continuare a pensare altrimenti, ma in silenzio.

Oggi la “libertà di aprir bocca” ha privato l’opinione del rango di eresia: la terribile dòxa dei filosofi greci è ormai sdoganata. Ora, le opzioni in apparenza sono solo due: abbracciare questo evento come un progresso, oppure maledire il giorno in cui le gerarchie non sono state più le uniche a poter decidere sulla verità; determinarne forma e contenuto, ma anche coerenza.

La bocca della verità a Roma

Noi rinunciamo ad entrambe le opzioni e diciamo: la libertà di opinione non è un progresso perché l’opinione non è un progresso; tuttavia la verità dell’intellighenzia non aveva fondamenti diversi da una buona idea puntellata da deduzioni – qualcosa che rassomiglia all’assoluto senza esserlo.

C’è chi dice che la terra sia piatta; c’è chi vuole iniettare dieci vaccini nel corpo dei bambini e chi giura sia un delitto. In fondo, chi decide quali sono i dati reali della scienza? I problemi: scetticismo nei confronti del dato empirico, visione pessimista delle intenzioni delle persone, ininterrotta consacrazione della scienza positiva a verità. I miei dati sono validi al 100%, i dati degli altri sono viziati dall’ignoranza, o dalla corruzione. Peraltro, come dare ragione a chi cita dati dall’invisibile, se ci fidiamo a malapena del visibile?

I dati sono il nostro supplizio: c’è chi si lamenta dello spread salito a oltre 280 dopo la modifica del DEF. Chi legge l’articolo de “La Repubblica” e dice: il dato (visibile!) è viziato dalla parzialità del giornale; eppure il Fatto Quotidiano cita lo stesso numero: tuttavia durante il precedente governo il differenziale era lo stesso, sui 230; o erano 130? Ah, la memoria! Ma non è giusto che un governo si basi sullo spread per fare politica; anche se lo spread influenza il costo del debito: allora è un complotto dei poteri forti? Che intenzioni ci sono? È importante fare deficit con misure espansive, crescerà il paese. L’assistenzialismo non è una misura espansionistica. E così via.

In generale, ormai la discussione pubblica è intrisa di partigianeria, e tutto quello che il mio nemico fa, è errato, che sia stupido o falso. La verità è quella della mia parte perché l’altra parte è collusa, ignorante, malefica: vuole mostrarmi il falso per fallarmi.

Ma insomma la verità si è nascosta per il troppo pudore? Si è annullata col tempo? Abbiamo scoperto che non esiste, che l’Assoluto è una bugia, una finzione che ha abbagliato l’umanità fino ad oggi? Che conta solo la potenza e la capacità di imporre la propria verità? O forse non s’è mostrato solo il carattere effimero della verità come corrispondenza del pensiero all’apparenza del mondo?

Forse la risposta sarebbe più facile se fossimo meno offuscati dall’orgoglio e vivessimo con un po’ più di franchezza, riconoscendo, tra l’altro, che la nostra verità è ben lontana dalla Verità, ed è piuttosto una labile costruzione sociale e politica. Rimane il problema di vivere, non avendo accesso alla verità, almeno in spirito di verità; e, insomma, per fare questo mi chiedo: dov’è finita la verità o almeno la sua ombra?

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