Come il rapporto Sargentini ha unito i Visegrad

in Osservatorio Est Europa di

Per la seconda volta dal 2009, il Parlamento europeo ha fatto ricorso alla cosiddetta “opzione nucleare” per saldare i conti con uno stato membro e anche questa volta, uno dei quattro paesi Visegrad. È del 12 settembre la ‘decisione’ del parlamento di Bruxelles di attivare l’Art. 7 del Trattato di Lisbona contro Budapest. La votazione ha seguito la presentazione del rapporto Sargentini, preparato dalla Commissione LIBE, che porta il nome della deputata olandese dei Verdi, Judith Sargentini. Concentrandosi sui diritti fondamentali, dalla libertà di espressione, alla libertà accademica e ai diritti delle minoranze, il rapporto procede con l’accusare l’Ungheria di Orban di una serie di violazioni, tra cui l’abuso dei migranti da parte delle autorità di confine, l’alta corruzione, la discriminazione contro le donne e lo scarso coinvolgimento della società civile. Una minima conoscenza del funzionamento dell’Unione e della storia della stessa dovrebbe permettere con facilità una prima analisi del caso, che senza dubbio va a scontrarsi con uno dei principi di condizionalità alla base dell’accesso di un paese nell’organizzazione. Infatti, l’acquisizione dell’Acquis Communautaire è solo uno dei criteri di condizionalità, confermati a Copenhagen nel 1993, accettati e soddisfatti dall’Ungheria con la sua adesione all’Unione, sancita nel 2004.

Nonostante la chiara necessità per un paese membro di rispettare le libertà fondamentali dei propri cittadini e non, e più in generale di proteggere la democrazia e la rule of law, Bruxelles si è espressa a favore dell’attivazione dell’art. 7 TUE e quindi, ha affermato la presenza di una grave violazione nelle azioni perpetrate da Budapest. L’articolo, attivato prima solo contro la Polonia nel dicembre del 2007 a causa delle discutibili riforme del sistema giudiziario di Varsavia, evidenzia l’esistenza di un “rischio evidente di violazione grave” dei valori comuni dell’UE. Nonostante le tuonanti dichiarazioni di Orbán nei giorni antecedenti alla votazione, la proposta è stata approvata da molti più voti di quelli richiesti, con 448 favorevoli. Il prossimo passo in merito sarà l’invio del progetto ai paesi membri e, successivamente, al Consiglio che potrebbe dichiarare all’unanimità la presenza di una seria e persistente violazione della rule of law e della democrazia.

Intanto, da Budapest non sono mancate dichiarazioni al vetriolo: il pugno di ferro di Orbán non sembra intenzionato ad indietreggiare sulla questione migratoria, confermando ancora l’idea di un paese chiuso e trincerato nei propri confini, quelli di una nazione di ispirazione sovrana, ma che sulla carta ha ceduto parte della propria sovranità ad un’Unione non disposta a giocare il ruolo di pedina. Non sorprende la complessità dell’accesso alla procedura d’asilo in Ungheria, considerando anche la mancata volontà del paese di accettare migranti provenienti dalla Serbia (per più informazioni sulle pratiche di asilo nei Visegrad, qui). Non sono mancate, inoltre, dichiarazioni pungenti contro gli altri deputati europei dell’Ungheria, che secondo Orbán odierebbero il primo ministro più di quando non amino il proprio paese, cosa che giustificherebbe la loro decisione di votare a favore della proposta Sargentini.

Se la divisione interna al paese colpito sembra dare i segni di una prima vittoria dei promotori dell’accusa contro Budapest, vero è il contrario per quanto concerne il gruppo Visegrad.

Da Praga non si è fatta attendere una stretta di mano al leader magiaro. Il capo del Partito Social Democratico ceco (SPD), Tomio Okamura, ha dichiarato la propria indignazione nei confronti di un’Unione Europea invasiva e in grado di appropriarsi del diritto di impedire ad un governo legittimo di portare a compimento il proprio manifesto elettorale. Il Primo Ministro Andrej Babis, inoltre, ha affermato il proprio sostegno a Viktor Orbán, accusando l’Ue di aizzare con il proprio comportamento un sempre più crescente antieuropeismo nella regione.

Seguono l’esempio ceco anche Varsavia e Bratislava. La prima, inoltre, ancora scottata dalle azioni dell’Unione contro le proprie decisioni interne di riforma, potrebbe vedere la decisione europea come parte integrante di un progressivo accanimento contro il gruppo dei quattro Visegrad.

La crescente insensibilità istituzionale di questi paesi nei confronti delle istanze europee è nettamente in crescita, in seguito alle mosse dell’Unione indirizzate contro la governance provocatoria adottata nell’alleanza. Il principale effetto del rapporto Sargentini, per ora, oltre ad un (seppur limitato) rinvigorimento dei presupposti per una crociata valoriale all’interno dell’Unione, è senza dubbio il rafforzamento della vicinanza tra Praga, Budapest, Varsavia e Bratislava. I Visegrad sono un passo più vicini ma sempre più lontani da Bruxelles, in una distanza valoriale che accorcia i kilometri con Washington e allunga quelli con il resto dell’Europa.

Articolo pubblicato in collaborazione con The Hybrid Neighbourhood.

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