DEF 2019, chi vince è il migliore?

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Nella giungla di cronache, analisi e previsioni sulle scelte economiche del governo gialloverde alla vigilia della presentazione della Nota di Aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (NADEF), un buon modo per orientarsi è anzitutto considerare la natura che questo dibattito ha assunto. Sin dall’inizio infatti, cronisti e commentatori si sono concentrati quasi esclusivamente su numeri e percentuali che, a ben guardare, hanno poco a che fare con la sostanza della manovra e dicono invece molto di più su ciò che lo scontro sulla manovra stessa rappresenta. Il già cedevole terreno della ex-finanziaria si è trasformato infatti in un campo di battaglia per l’ennesimo conflitto tra le diverse anime del governo penta-leghista. Quella a cinque stelle, che ambisce ad essere percepita come la componente “keynesiana”, con risultati quantomeno discutibili. Quella leghista che punta a coniugare storiche istanze della destra neoliberale con temi cari alla versione salviniana del partito. Infine, quella che vede in Giovanni Tria il proprio capofila e che è percepita come espressione di continuità istituzionale e garanzia dell’ancoraggio dell’Italia a Bruxelles.

La contesa tra le tre fazioni si è sviluppata su due fronti: uno intrinseco al governo stesso, per la conquista della posizione dominante nel dettare l’Agenda politica. L’altro estrinseco, volto a definire sempre più nettamente il rapporto con le istituzioni europee, procedendo a strappi e ricorrendo ai toni conflittuali che abbiamo imparato a conoscere. L’esito di questa battaglia può dire molto sull’evoluzione dei rapporti di forza tra i penta-leghisti di qui ai prossimi mesi. Tuttavia, ci dice poco sulla sostanza dei provvedimenti che determineranno il futuro economico dell’Italia nei prossimi anni. A questo proposito, l’unico documento ufficiale su cui basarsi per formulare previsioni in attesa dell’approvazione del DEF 2019 è la bozza della Nota di Aggiornamento, resa pubblica da qualche giorno. Proprio a partire dall’analisi del suo contenuto, molti hanno tracciato un ritratto a tinte fosche del destino del Paese. Oscuri presagi che sembrano rispondere affermativamente all’interrogativo centrale in questo dibattito: sforare il tetto del rapporto deficit-PIL definito dal Ministro dell’Economia per rimanere il più possibile entro il tracciato europeista, pone l’Italia in una irreversibile rotta di collisione con le istituzioni europee?

La risposta a questa domanda è meno semplice di quanto sembri e deve tener conto di almeno due fattori: uno ha ancora una volta a che fare con la definizione dei rapporti di forza tra istituzioni europee e governo italiano. L’altro riguarda la compatibilità dell’aumento del rapporto deficit-PIL con le regole europee. È del tutto evidente che i dioscuri gialloblu abbiano trasformato lo sforamento del 2% in una questione di principio. Senza quei miliardi in più, non sarebbe infatti possibile trasformare in policies le rispettive ambiziose promesse elettorali. D’altro canto, la manovra economica è il più rumoroso degli strumenti che i penta-leghisti hanno per mostrare i muscoli e dimostrare che la dottrina sovranista al governo fa sul serio e non ha paura di infrangere regole descritte come aliene imposizioni dell’Europa matrigna (ma con le quali sono consapevoli di dover mediare, come vediamo in queste ore). Tuttavia, la visione secondo cui infrangere la “regola d’oro” della progressiva riduzione del deficit costituisca un pericoloso passo verso la dissoluzione del rapporto con l’UE non risponde a verità. O almeno non necessariamente. Da diversi anni infatti, le regole di bilancio dell’UE prevedono alcuni margini di flessibilità per gli Stati che attraversano momenti di crisi o che sono all’inizio di una fase di ripresa. In questi casi, è possibile derogare ad alcuni vincoli (come il parametro del 3% di rapporto deficit-PIL di Maastricht) e di beneficiare di più tempo per raggiungere gli obiettivi. A questa possibilità si sono appellati tutti i governi della scorsa legislatura, contestando alcuni dei parametri impiegati per concedere questi margini di flessibilità. L’obiezione è sempre la stessa: questi criteri sono il frutto dell’utilizzo di metodi di calcolo discrezionali e quindi discutibili per definizione. Questo per dire che, se è vero che è possibile fare previsioni, d’altro canto considerare la finanza come una scienza che funziona secondo dinamiche oggettive significa cedere all’idea che non competa alla politica di provare a governarla.

Questo è ben più di un tecnicismo da saccenti per chiunque ambisca ad andare oltre un’analisi superficiale di questa vicenda. Prima di tutto per un fattore politico: associarsi al coro di chi predice con sgomento sicuri esiti catastrofici legati alla violazione di presunte regole indiscutibili imposte da Bruxelles, vuol dire commettere un doppio errore. Prima di tutto perché si omette il fatto che quelle regole possono legittimamente essere messe in discussione e in secondo luogo perché un approccio simile fa il gioco delle forze politiche al governo. Queste infatti beneficiano di simili semplificazioni e ne traggono ulteriore alimento per la propria rappresentazione di un’Europa tiranna che sacrifica le chances di crescita sull’altare dell’austerity a tutti i costi e di loro stessi come liberatori dalla dittatura delle percentuali. Questa narrazione è tossica e falsa perché mina i presupposti per la cooperazione fra governi e istituzioni europee e non riconosce che le regole di Maastricht hanno fatto dei passi avanti verso una maggiore flessibilità.

Ecco perché sforare il 2% di rapporto deficit-PIL non è né un successo da attribuire alla presunta spavalderia dei sovranisti, né di contro una colpa imperdonabile che ci consegna a un sicuro declino. Il problema insomma non sta nel definire misure da finanziare in deficit. Al contrario, questa scelta è da considerare come una seria responsabilità. I miliardi in più da spendere possono essere un’opportunità per la crescita ma solo se impiegati per finanziare misure che incidano sugli annosi problemi dell’economia italiana. Altrimenti, servono solo ad alimentare il groviglio di giochi di potere delineato, ai danni del “popolo” che a questa manovra avrebbe dato il nome. Questo obiettivo è estremamente difficile anche per il più lungimirante dei decisori politici. Se in più, la capacità di visione dei governanti è costantemente ostacolata dal bisogno di monetizzare i consensi nelle più vicine urne elettorali, la battaglia si fa “scivolosa e profonda”.

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