Antigone a Riace

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L’arresto di Mimmo Lucano crea imbarazzo. L’imbarazzo dell’astrazione. Dell’astrazione e della rivelazione. Crea imbarazzo tra i pacati sostenitori della legge, chiamati a costituirsi, a dichiararsi colpevoli, quando la legalità si infrange, fracassandosi, contro la giustizia non assoluta. Davanti alla disobbedienza civile di Lucano la legge appare come Sofocle l’aveva svelata: una sempre relativa, inderogabile, sopraffazione. E se si faranno salve una troppo audace ingenuità e qualche grottesca esasperazione, non troppo differenti appariranno, forse, l’eroica figlia di Edipo e il rosso sindaco calabrese. La lotta giusta contro la legge ingiusta, Antigone contro Creonte, a rinfacciargli colpe ed ipocrisie, a gridare ragioni eterne, autentiche, assolute. Nei versi del poeta Ateniese prende vita il dramma di Antigone, una sorella che seppellisce il fratello, il traditore della patria Polinice, violando l’editto del re Creonte.

Sofocle era realmente un classico, un classico che sapeva guardare ogni cosa con un equilibrio superiore, capace di svelare il profondo, il vero oltre l’apparenza, capace di farsi dio sopra il campo di battaglia, di innalzarsi a guardare la vastità della creatura umana. E Sofocle rivela (ed è sofista in questo) che moltissime Antigoni esistono, moltissime giustizie, quanti sono gli individui e le opinioni, le culture, le prospettive: chi ha preteso di conoscere il giusto in sé e per sé, la verità assoluta, è stato sempre autoritario o totalitario, democratico mai. Ma nello scontro hobbesiano la legge è sempre Antigone che vince su Antigone, che si fa Creonte. Non un “giusto”, ma più “giusti”, la legge non coincide con “la” giustizia ma con “una” giustizia sembra dire Sofocle prima di scomparire oltre la scena.

Considerare la vicenda di Lucano dalla prospettiva sofoclea è imbarazzante, tragicamente imbarazzante, poiché proclamando la relatività della giustizia e autorizzando la disobbedienza civile, sgretola l’inoppugnabilità della legge e rischia di giustificare l’”altra” disobbedienza, quella della Diciotti, quella dei porti chiusi. Noi però, e questo è il problema, non siamo dio, e non siamo neppure Sofocle: non abbiamo la capacità di osservare tutto dall’alto, di comprendere e riconoscere la molteplicità della giustizia. Sofocle si è fatto dio, non si è fatto Antigone, e nel suo farsi dio ha potuto sospendere scetticamente il giudizio; ma noi, donne e uomini, in ogni azione che compiamo, in ogni decisione che prendiamo siamo Antigone: non possiamo scomparire nell’onniscienza del poeta, nell’afasia della narrazione. Come Antigone, nella piana di Tebe, dinnanzi alle mura della città sconvolta, noi non possiamo non scegliere. L’astensione appartiene al dio, al poeta, al suddito, non a noi. Democrazia è accettare la pluralità delle idee non rinunciare ad averne, democrazia è misurarsi con la legge, non obbedire stoltamente, e quando la legge sarà per noi ingiusta, come disse Brecht, sarà nostro dovere resistere, e lottare. Per questo io sto con Mimmo Lucano, sto con la sua Antigone, con la sua giustizia, e se la legge è sopraffazione sia la sopraffazione dei molti sui pochi, dei deboli sui forti.

Chi in questi giorni si nasconde dietro il velo della legge sconta e perpetua l’infezione dell’apolitica, della non scelta. L’infezione del demandare e del deferire, che è pratica di sudditanza, tipicamente fascista. La legge è indiscutibile solo per coloro che non ammettono la dialettica e si rifugiano in una giustizia unica e dogmatica, e nel panorama umano tali sono solo i tiranni e i loro adulatori.

1 Comment

  1. Non è scontato che Lucano sia Antigone e Salvini (o il legislatore) sia Creonte; ma si può dire che il fondamento della legge non è posto solo su se stessa, cioè nel potere che legifera. Antigone ammonisce che senza “ius” la “lex” può diventare arbitraria e tirannica.

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