Obbiettiamo, Vostro Onore!

in Immigrazione di

La decisione del Tribunale del Riesame di Reggio Calabria in merito alla sospensione degli arresti domiciliari per il sindaco di Riace Mimmo Lucano, arriva a tarda sera. La riunione del Consiglio è durata ore e la tensione ha fiaccato chi attendeva fremente quel verdetto, tanto che al momento del pronunciamento, le centinaia di persone che si erano riunite in sit-in nel capoluogo calabrese, avevano già iniziato a disperdersi. Poi, si è diffusa la notizia: il provvedimento che ha disposto gli arresti domiciliari del sindaco simbolo dell’accoglienza, è revocato. Non è difficile immaginare le espressioni di giubilo che devono aver scosso i pochi manifestanti rimasti e tutti coloro che si auguravano un esito simile. Eppure, è un risultato troppo esile per abbandonarsi ai festeggiamenti. La decisione del Tribunale del Riesame infatti, non si limita a revocare i domiciliari, ma dispone il divieto di dimora per il Sindaco, che per questo motivo si è visto costretto a lasciare il suo Paese alle prime luci del giorno successivo alla decisione. Adesso è anche privo della possibilità di affacciarsi da un balcone, fosse anche solo per ricordare alla sua Riace, che lui c’è e che è intenzionato a restare. Ciò non significa che una conferma degli arresti domiciliari fosse affatto auspicabile, ma di certo induce a riflettere ancora una volta sulla colossale posta in gioco politica che ruota intorno a questa vicenda. Se da un lato infatti, dalla decisione del Tribunale emerge un’ammissione dell’assenza dei presupposti necessari a giustificare una misura detentiva, dall’altro lato rimane in piedi il rischio di “reiterazione del reato” di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Rimane in piedi perché Mimmo Lucano ha detto a chiare lettere di voler continuare a praticare il “Modello Riace”, con o senza i finanziamenti pubblici, con o senza la gestione dello SPRAR, insomma a prescindere dai tentativi di boicottaggio di cui è oggetto da oltre un anno da parte di questo Ministero dell’Interno e da quello che lo ha preceduto.

In una parola, Lucano è da ritenere soggetto in condizioni di reiterare il reato contestatogli, per il solo fatto di essere pronto a continuare a fare il sindaco dell’accoglienza. Per chi ancora non fosse convinto che sia in atto una sistematica opera di criminalizzazione della solidarietà, per chi ancora sia convinto che in fondo Lucano meriti di pagare per aver fatto il “furbo”, l’invito è a riflettere su quello di cui lo si accusa. Sarebbe imputabile di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per aver favorito un matrimonio che avrebbe consentito a un cittadino extra-UE di rimanere in Italia, nonostante avesse ricevuto un diniego della protezione internazionale. È bene ricordarlo, non solo perché tutte le altre accuse estremamente gravi sono già state smontate dal GIP, ma anche perché è sulla base di questo singolo episodio che il Sindaco viene accusato. Come si fa a giudicare le intenzioni che spingono qualcuno a contrarre o celebrare un matrimonio? Come si fa a sospettare loschi tornaconti di fronte ad una così palese assenza di qualsiasi prosaico guadagno? È sbagliato sposare o far sposare una persona per offrirgli un’alternativa alla clandestinità che così spesso risucchia donne e uomini cui viene negato l’asilo?

Forte è la sensazione che lo Stato, attraverso le istituzioni giudiziarie che lo rappresentano, stia ponendo a Lucano il quesito che Creonte poneva ad Antigone. Per tradurlo in chiave laica, Lucano si è trovato e si trova a dover scegliere tra l’obbedienza alla legge e il suo senso critico e la sua umanità. Deve scegliere tra il rispetto di una legge che da ormai sedici anni ha superato la condizione dello scopo di lucro per contestare il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, o la solidarietà. Lo stesso quesito viene posto a tutti noi in questa stagione politica: da che parte stare. La legge è sempre giusta, anche quando paradossalmente viola principi costituzionali, anche quando si fa espressione di un’interpretazione della realtà che così tanto cede al sentire politico dominante?

L’assenza di Lucano dal suo paese può rappresentare l’ultimo round nella lotta per la repressione del suo modello. Riace è pronta a non tradire gli ultimi quattordici anni di storia d’accoglienza, condivisione e comunità, anche senza il suo arbitro? O la criminalizzazione e la frustrazione che ne deriva porteranno gli stessi riacesi a dubitare del modello che tanto ha dato loro negli ultimi anni? Se così fosse, le prossime amministrative della primavera 2019 potrebbero trasformarsi in una clamorosa sconfitta per Lucano e per l’alternativa che rappresenta. È esattamente questo l’obiettivo politico che sta dietro alle vicende di queste settimane. Dimostrare a Riace che gli anticorpi sono aggredibili, che si possono disinnescare. Riconosciamolo finché siamo in tempo e contrastiamo questo scenario trasformando Riace nel simbolico campo di battaglia in cui dimostrare che questa deriva può essere fermata.

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