PUNTATA 1 – Percezione dell’opinione pubblica: uscire dalla logica emergenziale

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Spesso distratto dalla necessità di generare slogan appetibili all’opinione pubblica (di qualsiasi preferenza politica), il dibattito sul tema immigrazione tende a perdere contatto con la realtà concreta dei fatti.

Tralasciando il calderone quotidiano di invettive e soluzioni più o meno realizzabili, una delle poche certezze è che, negli ultimi anni, le politiche applicate in Italia e in Europa hanno avuto due principali conseguenze: favorire i trafficanti di esseri umani e, al contempo, creare nuovi irregolari (vedi paragrafo ‘Cambiare approccio’ nell’approfondimento di Claudia Torrisi e Angelo Romano per Valigia Blu).

Attraverso una serie di dati estrapolati da fonti attendibili e imparziali, questa analisi cerca di fare chiarezza sulla reale portata che il fenomeno migratorio ha sul nostro Paese (e non solo). A differenza di come spesso ci vengono raccontati, infatti, i flussi non hanno ancora assunto le dimensioni di un esodo.

1. Cambio di approccio nelle modalità di descrizione del fenomeno: “bisogna prendere coscienza del fatto che non siamo di fronte a un’emergenza”.

Innanzitutto, è doveroso precisare che solo una piccola porzione della popolazione migratoria mondiale si dirige verso l’Europa, mentre la maggior parte rimane nel continente di origine. In un articolo pubblicato il 16 luglio per Il Sole 24 ore, Riccardo Barlaam cita i dati del Global report on internal displacement (Grid) redatto dal Norwegian Refugee Council, da cui emerge che, nel 2017, “i profughi in Africa sono raddoppiati”. Tuttavia, “sulle 10 milioni di persone che hanno lasciato l’Africa, solo 172.301 sono transitate dal fronte Sud (Italia, Spagna e Grecia), con 3.139 tra morti e scomparsi stimati”: numeri gestibili dalle potenze europee, qualora ci fosse la volontà politica di integrare. Di contro, 5,5 milioni di persone – ovvero quasi la metà (46,4%) del totale mondiale dei nuovi rifugiati – si concentra in Africa sub-sahariana. Nord Africa e Medio Oriente hanno invece accolto 4,5 milioni di rifugiati.

Torrisi e Romano di Valigia Blu fanno notare che, stando ai dati del Migration Reportdelle Nazioni Unite del 2017, tale tendenza è riscontrabile anche in altri continenti: ad esempio, il 67% dei migranti europei rimane entro i confini del Vecchio Continente, mentre “l’86% dei latino-americani resta nelle Americhe” (riguardo questo caso, è doveroso citare la crisi migratoria in Venezuela, che, secondo l’ Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, “potrebbe eguagliare quella del Mediterraneo”). Forti dei dati dell’UNHCR, i due giornalisti affermano che “anche chi fugge dalle guerre resta in aree vicine ai paesi di provenienza”: in particolare, “40 dei 68,5 milioni di persone in fuga resta nel proprio continente”. Dei restanti 28,5 milioni, “molti si sono spostati nelle zone limitrofe”: ne sono esempio i 3,5 milioni di siriani stabilitisi in Turchia o gli 1,2 milioni di persone fuggite dai conflitti di Sud Sudan, Burundi e Repubblica Democratica del Congo rifugiatisi in Uganda.

In Italia, infine, nonostante la diffusa tendenza a descrivere l’immigrazione come un’emergenza di recente portata, i flussi si rivelano numericamente stazionari. Paolo Magri e Matteo Villa – rispettivamente direttore e ricercatore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) – sostengono che, negli ultimi 10 anni, “l’immigrazione netta – sia europea che extra europea – verso il nostro paese è rimasta pressoché costante, oscillando tra i 300mila e i 500mila ingressi l’anno”, con un aumento a partire dal 2011, complici una serie di dinamiche destabilizzanti (su tutte, primavere arabe e guerra civile libica).

Magliette casuali ci ricordano cosa non c’è in Africa.

2. Superare la distinzione tra “rifugiati” e “migranti economici”

Sempre secondo Torrisi e Romano, l’analisi dei flussi delinea una tipologia di migrazione che gli esperti definirebbero come “strutturale”, ovvero legata a “tendenze di lungo respiro”: nel concreto, “situazioni di repressione” e “fenomeni sia demografici che economici”. In particolare, per quanto riguarda il continente africano (quello più prossimo alle coste italiane), le due principali criticità di lungo periodo saranno:

  • il boom demografico, che “vedrà la popolazione dell’Africa quasi raddoppiare in trent’anni”, arrivando – secondo le stime delle Nazioni Unite raccolte nel rapporto sulla demografia intitolato World Population Prospects – a quasi 2 miliardi di persone.
  • il progressivo depauperamento di vaste aree geografiche, causato anche dagli effetti del cambiamento climatico (negato dal Presidente della più importante democrazia occidentale, ndr).

Questo fa pensare che, mentre rifugiati e richiedenti asilo sono legati a “situazioni contingenti di conflitto” (ovvero “emergenziali”), la figura del “migrante economico” (relazionata al concetto di immigrazione “strutturale”) sarà sempre più presente. Pertanto, Torrisi e Romano citano la proposta del sociologo Stefano Allievi di superare la distinzione tra rifugiati e migranti economici: per il professore, infatti, il significato del termine è stato recentemente oggetto di una trasformazione: “da categoria neutra a soggetto che non ha diritto di venire in Europa”.

Volendo poi riportare i fatti ad una mera questione di numeri, una ricerca condotta dalla Direzione Generale per le Politiche Interne del Parlamento Europeo nel 2014 mostra che il tasso di occupazione dei migranti giunti nel Vecchio Continente per motivi di lavoro è, nei primi 5 anni di residenza, del 79% (contro il 26% di chi arriva per motivi umanitari).

3. Cattiva percezione del numero di immigrati e dei crimini commessi

Gridando costantemente all’invasione, capita che le persone credano a questa visione dei fatti, anche quando questa non esiste in nessun rapporto ufficiale. Associando ogni giorno criminalità, immigrazione e sicurezza (vedi ad esempio il decreto “Sicurezza-Immigrazione”, meglio noto come “Decreto Salvini”), come se fossero argomenti inseparabili, si rischia di distorcere una realtà già abbastanza complessa di suo.

Questo è quello che emerge da un articolo di Leonardo Bianchi, che prende in analisi il paper “Immigrazione in Italia: tra realtà e percezione” di Marco Valbruzzi dell’Istituto Cattaneo. Il lavoro di Valbruzzi evidenzia alcuni dati che mostrano la psicosi italiana verso l’immigrato:

  • Il dato “reale” parla del 7,2 percento di immigrati presenti in media negli stati europei.
  • Gli intervistati italiani ne stimano circa il 17,4% in più rispetto al dato reale. In totale, la percentuale di immigrati percepita è del 25%: praticamene una persona su quattro.

Questo significa che, in media, “gli italiani intervistati pensano che le persone nate fuori dai confini UE e che risiedono legalmente in Italia, ovvero il 7% (volendo conteggiare gli “irregolari” si salirebbe di un paio di punti percentuali, ndr) siano più del triplo rispetto alla realtà”, spiega Bianchi.

Questa distorsione è generata da un mix di fattori che si influenzano a vicenda: dai pregiudizi negli intervistati fino alla loro istruzione e occupazione. Fra le cause, però, bisogna tenere conto anche degli organi di informazione. Dal rapporto “Notizie da paura”, curato dall’Osservatorio di Pavia, emerge una stampa focalizzata su criminalità, sicurezza e flussi migratori. Temi affrontati con uno stile all’insegna dell’“accusa ‘strillata’ che amplifica i rancori e oscura la pacatezza dei toni”.

L’accostamento tra criminalità e immigrazione, però, risulta totalmente ingiustificato se si osservano i dati del XIV rapporto dell’associazione Antigone sullo stato delle carceri italiane e dei suoi detenuti.  “A partire dal 2003”, recita il rapporto, “alla più che triplicazione degli stranieri residenti in Italia, è seguita, in termini percentuali, una quasi riduzione di tre volte del loro tasso di detenzione”. Inoltre, dal 2008, “gli stranieri detenuti sono diminuiti in termini assoluti di circa due mila unità” e questo si è verificato “nonostante gli stranieri residenti siano invece due milioni in più rispetto a dieci anni fa”. In numeri puri, troviamo che nel 2013 i detenuti stranieri erano 21.854, mentre nel 2018 i detenuti stranieri risultano 19.811.

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