Brasile: Bolsonaro è il nuovo Presidente

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Oggi, 28 ottobre 2018, il Brasile ha scelto il suo nuovo presidente: Jair Messia Bolsonaro è stato eletto come nuovo mandatario dello Stato latino-americano. Il candidato del Partito Sociale Liberale ha ottenuto circa il 56% dei voti, contro il 44% ottenuto dal suo sfidante Haddad.  Dopo una campagna elettorale durissima, il voto di oggi ha confermato quanto già era stato indicato dalle urne nel primo turno di settembre. Infatti, Bolsonaro aveva ottenuto il 46,1% dei voti, contro il 29% del rappresentante del Partito dei Lavoratori (PT) Haddad.

A sinistra Bolsonaro, leader del Partito Sociale Liberale. A destra Haddad, leader del Partito dei Lavoratori (PT)

La campagna elettorale

Bisogna ricordare che il PT non ha potuto candidare il suo storico fondatore e leader, Lula, per via dell’impugnazione giudiziaria da parte della procuratrice generale, in quanto l’ex presidente è stato condannato in via definitiva. Per questa ragione il partito ha scelto di puntare su Haddad come simbolo di riformismo e di un viso pulito all’interno del partito. Infatti, il Partito dei Lavoratori si trova in forte confusione, in seguito ai problemi giudiziari di Lula e Rousseff e alla grave crisi economico-sociale che affligge il paese. La campagna elettorale di Bolsonaro è stata giocata su un duplice fronte. Il primo ha avuto a che fare con la questione della sicurezza. Infatti, il nuovo presidente, ha puntato molto sul tema, in un paese in cui la violenza generalizzata è ampiamente diffusa.

Si potrebbe affermare che i numeri della vittoria non siano la percentuale elettorale, ma un numero in particolare: 63.880. Questo numero che potrebbe non significare molto, rappresenta il numero di omicidi che hanno avuto luogo nel Paese nel solo anno 2017. A questi vanno aggiunti altri 60 mila casi di stupro e violenza. L’aumento di queste brutalità si è registrata in particolar modo nel Nord del paese, ovvero nelle sua zona più povera. Ancora una volta si può costruire un nesso fra povertà e violenza. Ancora una volta si arriva a colpevolizzare la povertà, a renderla una questione sociale, una questione di ordine pubblico.

Bolsonaro ha saputo cogliere l’occasione, ha saputo parlare alla cosiddetta “pancia del paese”, puntando sul tema. Il presidente ha promesso la sicurezza, ha promesso ordine e giustizia in un paese profondamente lacerato. Questa promessa, tipica della nuova destra nazionalista ed estremista, poggia sull’idea sbagliata, ad avviso di chi scrive, per cui la sinistra è sinonimo di caos, di impunità e sull’idea che per la sinistra, la violenza, non sia un problema. Evidentemente, la violenza, di tutti i tipi, non può essere giustificata, ma non può nemmeno essere una bandierina da sventolare come strumento elettorale. A questo va aggiunto che il neo-presidente brasiliano ha goduto, durante tutta la campagna elettorale, dell’appoggio della lobby delle armi, oltre che di quella del gioco d’azzardo e della Chiesa pentecostale.

Bolsonaro dopo l’aggressione subita

Il secondo fronte, ovvero il tema politico della campagna elettorale, ha, a sua volta, un duplice aspetto. In primo luogo, Bolsonaro non ha quasi partecipato alla campagna elettorale, in quanto il 6 settembre scorso, nel corso di un evento legato alle elezioni è stato raggiunto da una pugnalata. Come è facile immaginarsi questo ha dato il là ad una feroce campagna da parte dell’entourage di Bolsonaro contro il Partito dei Lavoratori. All’indomani dell’attacco ricevuto, il Brasile ha risposto in modo emotivo, consentendo al leader della destra di guadagnare un ampio consenso e di essere il candidato più votato al primo turno.

Il secondo aspetto riguarda la campagna denigratoria e di accusa al candidato della sinistra. Infatti, attraverso milioni di messaggi WhatsApp, il leader del Partito Sociale Liberale ha cercato di collegare Haddad al suo incidente, ha cercato di convincere i brasiliani che il candidato del PT fosse favorevole alla pedofilia e che fosse promotore di una propaganda volta a diffondere la “cultura gender”.

Questo tipo di azioni hanno portato Bolsonaro ad essere indagato dal Tribunale Elettorale Superiore (TSE) per il finanziamento illegale alla sua campagna. Secondo quanto riporta il giornale brasiliano Folha, il candidato presidenziale avrebbe ottenuto investimenti da parte di diversi imprenditori per un totale di 12 milioni di reales, ovvero oltre 2 miliardi di dollari. Ancora, i database utilizzati in questo caso sarebbero stati acquisiti dalle società (fra cui Havan, azienda di vendita di diversi prodotti a livello brasiliano), grazie alle quali avrebbero avuto pieno accesso ad informazioni targettizzate, ovvero segmentate per regioni e potere d’acquisto.

Il problema che si pone è quello per cui il candidato del Partito Sociale Liberale avrebbe dovuto compiere tre azioni, a cui non ha adempiuto. In primo luogo, avrebbe dovuto dichiarare di aver ricevuto donazioni da persone giuridiche. In secondo luogo, se fosse confermata la cifra, Bolsonaro non avrebbe dichiarato tutto il denaro impiegato nella campagna elettorale, dal momento che ha dichiarato di aver investito 115 mila reales, che sono ben distanti dai 12 milioni di cui parla Folha. Infine, per l’invio dei messaggi hanno usato un database acquistato da parti terze.

La società civile e le parole del Presidente

Evidentemente, questo non è bastato per fermare  Bolsonaro. Il risultato, però, ci parla di un paese fortemente polarizzato, dove il candidato del PT è riuscito a conquistare una buona fetta dell’elettorato, ma non sufficiente a garantirgli la vittoria. In tutto il Brasile ci sono state manifestazioni contro il neo-presidente, soprattutto da parte di quella società civile che non si riconosce nei valori di Bolsonaro. Sono state soprattutto le femministe a protestare, basti pensare che una delle più celebri frasi del nuovo presidente è: “Lei, signora Rousseff, non merita nemmeno di essere stuprata”.

Le sue posizioni su omosessualità, donne, tortura e dittatura sono un campanello d’allarme veramente preoccupante. È emblematico di quanto l’America latina stia virando a destra, verso una posizione sempre più estremista e pericolosa. Infatti, la nuova destra brasiliana rappresenta il più classico esempio di come la storia non ha insegnato nulla, di come la storia si ripresenta sempre due volte: la prima come tragedia e la seconda come farsa. Le posizioni di Bolsonaro sulla dittatura sono risapute e conosciute da tutti. Il negazionismo sulla dittatura brasiliana, l’appoggio alla dittatura cilena e anche il rimprovero a Pinochet di “aver torturato troppo e ucciso poco”, sono segnali evidenti di dove il nuovo presidente vuole andare. Chiaramente, tra le parole ed i fatti c’è sempre una distanza ampia ma, in un tempo in cui la perdita delle parole è tristemente nota, queste fungono da macigni su cui costruire promesse e speranze.

 

Roma-Sao Paulo: Battisti come merce di scambio

L’Italia in tutto questo ha espresso la propria vicinanza e il proprio sostegno a Jair Messia Bolsonaro. Il Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Interni, Matteo Salvini, attraverso i suoi profili social ha fatto sapere il suo personale apprezzamento e la sua stima nei confronti del leader brasiliano. Al di là del fatto che non si capisce se questo è stato fatto in qualità di Ministro o di Segretario della Lega, vista la continua confusione dei due ruoli da parte di Salvini, appare sconcertante che il Ministro di un paese democratico simpatizzi per un uomo politico le cui dichiarazioni dovrebbero far rabbrividire i molti, e non solo coloro che si professano di sinistra. L’appoggio di Salvini appare strumentale alla dimostrazione della vittoria della destra a livello mondiale. Il Ministro non si fa problemi sul fatto che il presidente sia o meno democratico, l’importante è che sia di destra.

Bolsonaro ha apprezzato l’intervento di Salvini e per questo ha promesso che in cambio concederà l’estradizione del terrorista Cesare Battisti. Il Presidente brasiliano sta quindi facendo uno scambio alla pari: voi mi date appoggio e riconoscimento internazionale, io vi do Battisti. Evidentemente il gioco funziona e a guadagnarci sono entrambe le parti. Da un lato Bolsonaro, che vede in uno dei paesi del G7 un grande alleato; dall’altro lato Salvini, in qualità di Ministro e Segretario, che “riporta a casa” il terrorista dopo che per decenni non si era arrivati a nessuna conclusione.

Quanto affermato è ben riscontrabile nel tweet del Ministro: “Voto di domani in #Brasile, confermo tutto il mio appoggio a @jairbolsonaro. In questo video mi ringrazia garantendo che restituirà all’Italia il terrorista rosso #Battisti, da sempre protetto dai politici e dagli intellettuali di sinistra di mezzo mondo”. In tutto questo a pesare è, soprattutto, il silenzio del Movimento 5 Stelle, per cui non si capisce quali rapporti instaurerà il Governo italiano con il Governo di Sao Paulo.

Il futuro

La netta vittoria di Bolsonaro rappresenta il nuovo corso latino-americano e mondiale. Infatti, rappresenta l’incapacità, ancora una volta, della sinistra di parlare al suo popolo. Indica il fatto che la sinistra ha perso terreno nel suo elettorato storico. Significa che le popolazioni meno abbienti si sono rivolte a questo nuovo tipo di destra senza preoccuparsi che questa sia portatrice di valori economici per cui i poveri saranno più poveri. Non bisogna colpevolizzare gli elettori, la colpa è, una volta di più, della dirigenza di sinistra, della leadership che ha perso il contatto con la realtà, che ha perso il contatto con la gente. La sinistra non sa più esserlo, arroccata nelle sue posizioni, stordita di fronte alla crisi economica e sociale. La sinistra è la prima e, forse, unica responsabile dell’ascesa di personaggi come Bolsonaro.

È necessario che si lotti per il fine democratico perché domani non si rimpianga la democrazia perduta, per evitare di dover pensare domani che quanto perso era la cosa più importante. Solo la storia ci dirà se alle parole del nuovo Presidente, seguiranno altrettanti fatti. La speranza è che le parole rimangano solo suoni nell’aria, senza che si concretizzino sulla carta; che il Brasile possa conoscere una stagione di crescita economica e di sviluppo in cui la violenza non sia la causa di morte più comune. Infine, la speranza è che il Brasile possa rimanere un paese democratico e uno dei fari più importanti della politica regionale latino-americana.

 

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