Yemen, la Siria dimenticata

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Le guerre civili del XXI secolo sembrano coincidere con gli stati falliti, prosperano all’interno di entità politiche artificiose e deboli, con profonde linee di demarcazione e di divisione. Le differenze etniche, religiose e gli interessi stranieri hanno portato la guerra, prima nascosta sotto le foglie delle foreste africane, vicino al Mediterraneo.

Bellezza: Diceva Pier Paolo Pasolini: “Lo Yemen, architettonicamente, è il paese più bello del mondo. Sana’a, la capitale, una Venezia selvaggia sulla polvere senza San Marco e senza la Giudecca, una città-forma, la cui bellezza non risiede nei deperibili monumenti, ma nell’incompatibile disegno… è uno dei miei sogni.”
Le immagini di Sana’a che si sgretola sotto le bombe hanno il sapore amarissimo di Palmira e di Aleppo: l’architettura della capitale yemenita è unica al mondo, patrimonio dell’Unesco dal 1986, anche grazie agli sforzi di Pasolini e al suo documentario “Le mura di San’a” (1973).

Eco dalla Siria: La Siria di Assad e la Libia di Gheddafi sono questioni non ancora chiuse e, anche se a tratti, sono sempre state seguite dai media e dall’informazione. Un’altra guerra infuria da circa cinque anni, il seguito di decenni di conflitti abbozzati.
Della Siria ne parla(va) tutto il mondo, della Libia tutta Europa, ma lo Yemen è dimenticato. Come molti stati della regione, colpisce il contrasto agrodolce tra la grande prosperità del (lontano) passato e la miseria del presente: antichissimo centro di civilizzazione, il deserto era combattuto, il terreno reso fertile.

Una storia difficile: Lungo il grande filo antico che furono le vie della seta, lo Yemen prosperava grazie alla sua prossimità con l’Asia. Sopravvisse ai romani grazie al deserto e all’afa, poi parte del florido regno etiope di Askum e del gigantesco Impero Sasanide. Dal VII secolo il suo destino si legò stabilmente all’Islam in ascesa e ai suoi califfati: a metà strada tra Arabia e Africa orientale, relativamente autonomo e indipendente, fu un’oasi di pace per eretici islamici in fuga dall’ortodossia. Gli Ottomani non potevano però prescindere dallo Yemen nella loro strategia di controllo dei commerci con l’estremo oriente, e lo occuparono nel XVI secolo. Entrato poi nell’orbita dell’Impero Britannico, divenne indipendente nel 1967, in piena guerra fredda, come Repubblica democratica dello Yemen. Appena undici anni dopo, nel nord prende il potere Ali Abd Allah Saleh, e il paese resta diviso fino al 1990. Le basi della guerra di oggi sono gettate, i tentativi di secessione rendono ancora più debole uno stato fragile e povero che non riesce in alcun modo a sfruttare la propria posizione di controllo sul Golfo di Aden. Queste premesse di divisione e di tensione interna non permettono allo Yemen di resistere alle Primavere arabe del 2012.

Mare e deserto: Il confine a Nord è poroso e arido, condiviso con l’attore più potente della regione: L’Arabia Saudita, da sempre in rapporti ambivalenti con San’a. I mari lambiscono lo stato arabo da due lati, il golfo di Aden, il mar Arabico e il mar Rosso come vicini. Gli altopiani occidentali e orientali e le montagne centrali spezzano e dividono il territorio, quasi come le vaste e inospitali regioni desertiche.
Più di nove yemeniti su dieci sono di etnia araba e le minoranze somale e subsahariane non ne spezzano l’identità, da sempre forte: prossimi alle rotte commerciali ma relativamente isolati dalle turbolenze medio orientali, sono sempre stati legati ai popoli della penisola arabica. Questo isolamento è però illusorio, e i 24 milioni di abitanti sono oggi martoriati dalla guerra civile, dove collidono (come al solito) gli interessi di diverse potenze locali e non.

Guerra civile: E’ difficile guardare al presente, che non è ancora storia ma cronaca: la guerra civile yemenita è scoppiata pochi anni fa, ma le sue radici sono profonde e impossibili da sanare. Dopo le Primavere Arabe del 2011-2012, il presidente Saleh, al potere ormai da quasi quarant’anni, ha nominalmente rinunciato alla propria carica, per placare i protestanti. L’attentato ai suoi danni nella stessa moschea presidenziale e la fuga (temporanea) in Arabia Saudita per curarsi, ci dicono molto sulla guerra civile.

I manifestanti sono stanchi della miseria e della guerra; sì, perché lo Yemen sembra in uno stato di guerra civile permanente da diversi anni: Al-Qāʿida, l’Isis e gli sciiti zaiditi Houti, supportati dall’Iran, sono minacce concretissime alla sopravvivenza dello Yemen come stato e all’Arabia Saudita, minacciata nella propria sfera d’influenza dall’odiato vicino iraniano. E’ questo il contesto nel quale, il 25 marzo 2015, 150.000 militari e 100 aerei sauditi varcano il deserto e entrano in Yemen: il presidente Saleh subisce un colpo di stato e si ritira nella propria roccaforte a sud. Come se non bastasse, le mire secessioniste della parte meridionale del paese complicano ancora di più una situazione che sembra irrisolvibile. La coalizione pro governativa non vede solo gli stati del Golfo guidati dall’Arabia Saudita, ma anche Stati Uniti e Regno Unito.

Oggi Saleh, sempre visto come un fantoccio dei sauditi, è morto, ucciso da un commando Houti: proprio queste milizie sciite continuano a non cedere terreno all’impressionante dispiegamento di forze dell’Arabia Saudita, mantenendo i territori conquistati nel 2015.

Intanto la guerra continua, e la sua fine non sembra vicina.

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